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INTERVISTA

Tiziano Scarpa: sbriciolato, frammentato, disseminato nei vari personaggi

Il suo nuovo romanzo si intitola Le cose fondamentali ed è la lettera aperta di un padre a un figlio appena nato, ma anche una storia sul senso autentico della vita, a volte struggente e in altri momenti drammatica.
A un anno esatto dalla vittoria allo Strega ci racconta qualcosa su questa attesa opera e cosa hanno significato per lui questi mesi intensi e ricchi di impegni.


immagine da una delle molte letture pubbliche che Tiziano Scarpa ha tenuto in questi mesi


Leggendo Le cose fondamentali sono rimasta un po' spiazzata. Rispetto ai tuoi precedenti romanzi questo mi sembra nato da una necessità quasi fisica più che mentale. Ho avuto l'impressione di trovarmi di fronte a un romanzo di getto, più viscerale e meno rielaborato intellettualmente qualcosa di più sentito dal punto di vista passionale...


[È molto titubante] ... Può darsi non saprei dirti, ho impiegato il mio tempo a scriverlo: ci sono dei momenti in cui si scrive di getto, ma tutti i libri per me sono così, hanno una fase impulsiva e un’altra più riflessiva.
Forse se tu l’hai sentito di più in questo libro... bene.
Il mio libro in assoluto più impulsivo, di getto e meno "mentale", usando le tue parole, è Groppi d’amore nella scuraglia.
Non saprei: sei tu che mi spiazzi un po’ con questa domanda. Anche questo libro ha avuto dei momenti di fervore, di intensità di scrittura, però non saprei dirti se più o meno dei precedenti.


Parliamo della scrittura. Ad un certo punto del romanzo troviamo un’ondata di parole che travolge il protagonista, che riempie i suoi pensieri in un momento drammatico, ed è un po’ il contrario di quello che accade quando ci si svuota la mente e non si riesce più a pensare a nulla. Qui in un momento drammatico la mente si riempie di parole, è sempre il tuo atteggiamento nei confronti della parola come leva fondamentale della tua scrittura. Sei d’accordo su questa cosa?

Faccio fatica a immaginare una scrittura senza parole, solo che gli altri fanno finta che non ce ne siano [ride un po'].
Nella scena a cui tu fai riferimento in realtà si potrebbe pensare che il protagonista ha la mente vuota. Fino a quel momento è lui che scrive, poi  inizia a delegare e racconta in terza persona come se volesse allontanarsi da qualcosa che fa troppo male per essere descritta dicendo "io faccio, io penso, io sento, io soffro". Quindi, nello spazio di una virgola, passa all’egli, al lui... Poi gli accade qualcosa di persino più grave e più drammatico: a quel punto si potrebbe pensare ad uno sfondamento; a quel punto quel muro quasi tipografico di parole potrebbe essere paragonato ad una mente vuota, ad una pagina bianca. Direi che è un pandemonio, una specie di sabba indiavolato dei peggiori pensieri, che non necessariamente si esprimono in maniera articolata, o meglio, logica. Ma non volevo creare il flusso di coscienza, che è comunque una finzione. In quel momento far parlare direttamente le parole mi sembrava una bella invenzione.
Secondo me è il momento più forte del libro, se il libro vale qualcosa vale per quel capitolo.


Sono tanti i motivi di validità del romanzo, uno di questi - secondo me - è il fatto di sdoppiare lo scrittore in due protagonisti, uno si chiama Tiziano di nome e l’altro Scarpa di cognome. Perché? Una versione particolare del tema del doppio?

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L’idea viene dal fatto che quando racconti sempre immergendoti nell’io coincidi con quello che dici perchè ti immedesimi, cerchi di immaginare come ci si sente in quella situazione, ti immergi, vivi un’esperienza, seppure di fantasia, e allora a un certo punto reagisci, dici: "questo non sono io, anche se mi sono immedesimato così intensamente"... Forse intendevi questo quando parlavi di corpo, di esigenza, di getto. Sì, in questo senso è un libro in cui mi sono immedesimato in maniera molto profonda con il protagonista e non solo con lui...
Poi, sai, questo fa parte della scrittura: anche la cosa più rovente che io abbia mai scritto per il semplice fatto che l'ho riletta il giorno dopo ha perso calore.
Ma questo vale sempre. Anche qui cè stata un’enorme immedesimazione, fervore, intensità, con capitoli scritti di getto: quelli delle parole, della malattia, del dolore... Forse tu hai sentito un po’ più forte una punta appassionata e mi fa piacere. C’è da dire che il libro ha molta autoriflessività. Il protagonista stesso valuta quello che fa, si autovaluta, è consapevole e riflessivo, si chiede se sta scrivendo le cose giuste, se sta raccontando con il tono giusto.
Ma torniamo alla domanda sui due personaggi.
Quando tu racconti con l’io è chiaro che finisci per coincidere con questo, allora ti difendi un po’ dal personaggio e dici "no, non sono io", però è anche vero che lì dentro c’è una grande parte di te. Devi far capire a te stesso e a chi legge che sei sbriciolato, frammentato, disseminato nei vari personaggi.

In questo caso c'è una storia molto forte, che ha molto coinvolto anche me nel raccontarla. Io sono il protagonista, Leonardo Scarpa, che si trova in questa situazione ultradrammatica, però sono anche il controcanto ironico dell’altro personaggio, di Tiziano, che risulta decisivo nella sua amicizia quasi ostetrica per Leonardo, un'amicizia maschile anche inaspettata. Dal suo disincanto ironico non ci si attenderebbe un accudimento fisico: lo ospita, lo cambia, lo nutre, lo cura e poi gli propone una soluzione possibile.
E siccome questi due personaggi mi stanno simpatici ho avuto la debolezza di voler dare un segno di me a entrambi e, dovendolo fare linguisticamente, ad uno ho dato il mio nome all’altro il mio congnome .


Ribadisci in più punti del romanzo una data in cui un bambino diventa consapevole, si delude della vita e comincia ad odiare i genitori. Poni questa età a 14 anni e lo ripeti più volte. Questo deriva da una tua esperienza personale o avevi la necessità di stabilire un’età piuttosto che un’altra?

Sì, è uno stabilire un’età piuttosto che un’altra. Potrebbe essere un perfetto  esempio di come io possa condividere solo fino ad un certo punto le idee del protagonista. Non credo che a 14 anni drasticamente accada qualcosa, anche se io stesso verso quell'età ho vissuto un forte disincanto e una rivelazione (anche shockante) quando ho letto i romanzi di Thomas Mann, Hermann Hesse, Henry Miller che mi hanno "svegliato", e non parlo solo della scabrosità dei loro testi, ma della spudoratezza anche lirica, dell'avere il coraggio non solo della verità scabrosa, anche dell’effusione incantata, perchè di fronte agli altri si ha pudore. Anche gli slanci poetici, gli entusiasmi... nei libri si trovano degli amici spudorati, spudorati nell’esaltazione del sublime non solo nel rovistare nella melma, e questo mi ha fatto capire che spesso gli adulti sono molto frenati sia nei segreti più sconvenienti, che negli slanci belli. A me romanzieri e poeti hanno dato questa rivelazione, questo luogo dove rifugiarmi e da dove attingere.

Questa è una chiave per capire come mai tu abbia fatto una certa scelta nella tua vita...

Sì, sì questo mi ha dato una spinta iniziale... è stata una porta d’ingresso piuttosto forte per me.

Hans Holbein - La famiglia dell'artista, 1528

Un'altra chiave interpretativa del romanzo è - a mio giudizio - celata nell’arte. Ad un certo punto tu fai una descrizione che a me è piaciuta molto di un quadro di Holbein che viene mostrato al protagonista in un momento cardine del racconto. In questa descrizione c’è tutta la tua passione per l’arte, forse derivata dal fatto che sei veneziano e immagino avrai una frequentazione notevole con musei ed opere d’arte. Descrivi molto bene lo sguardo, l’atteggiamento, il pensiero che può esserci dietro questo ritratto di famiglia, l’arte, in particolare la storia dell’arte pittorica, è una tua passione?


In questo credo di non essere fuori dal comune, in quanto italiano (non serve essere veneziano per avere l’arte sotto gli occhi). Il quadro a cui ti riferisci l’ho visto a Basilea. Le opere viste dal vivo sono un’altra cosa. Mi ha "spostato" qualcosa, vedere il Cristo nella tomba [di Holbein, ndr] che sembra davvero un sepolto vivo a grandezza naturale... è un’anti-sindone, puoi renderti conto di come stava l’essere umano nella cassa.

La famiglia è molto sorpredente, malinconica, indifesa e strappata a un fondale nero. Quando non hanno una committenza ma dipingono per sé o per i propri cari, gli artisti sembrano non fingere più. Quando stanno dipingendo per se tessi e non perchè sono stati pagati per farlo, sembra che facciano qualcosa di più vero e questo mi ha colpito tantissimo. Bisognerebbe sgomberare la calcificazione culturalistica dell’arte.
In fondo l’arte cos’è?
La musica, la letteratura... è qualcuno che ti dà il suo meglio nel modo migliore in cui te lo sa dire, fare, far vedere, far ascoltare. Alla fine l’inaspettato è che la soluzione - o una via possibilie - venga da un’opera d’arte. Ma come: vai al museo per risolvere un problema pratico ed etico? Perchè no? Sì, invece, perchè lì c’è il meglio, ma non intendo dire solo culturalmente parlando.
L’arte alla fine cos’è?
Togliendo tutte le incrostazioni istituzionali - che pure servono a conservarla a tramandarla - l’arte in fondo è il meglio consegnato da chi ha vissuto prima di noi e che anche noi riceviamo, è ciò che hanno capito della vita gli artisti trasmesso in una forma incisiva, efficace, sconvolgente, forte, che va più a fondo.
Secondo me già dire "arte" significa in un certo senso snaturarla, metterla in un cantuccio per quanto immane, enorme, fondamentale. Ma alla fine in un museo cosa fai? Guardi che cosa ti dicono i morti della vita. Se tu la vivi così, togliendo per un attimo all'arte la sua etichetta, riesci a pensare a cosa stai facendo: sto guardando cosa mi dice quell’artista vissuto tre secoli fa dell’idea di perfezione, del divino, dell’erotismo, dei sentimenti.


Tra l’altro tu hai fatto rivivere bene il messaggio dell'artista in questo romanzo, dandogli un’attualità particolare...

Un’attualità nel senso un attuarsi, un diventare azione quasi... dentro la parola attualità c’è proprio la parola atto - mi piace che tu l’abbia tirata fuori -, che in questo caso specifico spinge ad una decisione morale e quindi ad un atto.

L’aver vinto lo Strega con Stabat mater ha cambiato in qualche modo la tua scrittura o il tuo rapporto con la scrittura?

Spero di no, ma anche spero di sì.
Parlando della sostanza non potrò mai saperlo, anzi penso di no. Questo romanzo l’avevo cominciato molto prima e l’ho finito dopo. L'avevo iniziato un paio di anni fa e l'ho finito un po’ di mesi fa.
È chiaro che vincere un premio così, per le conseguenze pratiche, ti permette di concentrarti di più, di studiare scrivere e dedicare del tempo a questo. Credo che qualcosa cambi, sì. Io ho sempre girato molto. Il mio modo di guadagnarmi da vivere negli ultimi dieci anni più ancora che il giornalismo sono state le letture sceniche, le conferenze, gli incontri con le scuole, nelle biblioteche... tutto stupendo oltre al fatto che ho conosciuto molto bene l’Italia. Bellissimo, ma anche molto dissipativo. Due giorni da un parte, due a casa... è chiaro che leggi, studi, scrivi, ma non è la stessa cosa. Questa è la differenza sostanziale: adesso ho un modo più agevole di concentrarmi sui miei studi e le mie scritture.


Quindi in ultima analisi è stata un'esperienza positiva?

Sì, per me sì.
Senza dubbio dipende da come la vivi, puoi scegliere di fare un lungo tour perché vincere lo Strega è come diventare il sindaco della letteratura per un anno.
Se volessi avrei inviti per un altro anno: ne ricevo due tre a giorno. Ho girato molto nelle scuole leggendo soprattutto poesie del Novecento. Ho anche colto l’occasione per diffondere le cose che amo, più che per andare a parlare del mio libro. Ma ora ho scelto di smettere. Per un anno ho deciso di reinvestire quello che ho avuto di positivo da tutto ciò, di reinvestirlo in tempo per lo studio e la scrittura non in dissipazione mediatica nè in presenzialismo, per quanto non sia presenzialismo andare nelle scuole... mi rendo conto che è molto bello, ma lo facevo anche prima dello Strega.



08 giugno 2010 Di Giulia Mozzato


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