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Intervista

Terremoto all'Aquila: io c'ero. Intervista a don Bruno Tarantino

«La tragedia dello scorso aprile è diventata, ormai, carne della nostra carne ed ha impregnato tutta la nostra anima. Non possiamo più separarcene. È una tragedia che ci interpella ogni momento, sia quando ripensiamo al passato sia quando cerchiamo di guardare al futuro. Le riflessioni originali, semplici ma profonde, di don Bruno sono, in fondo, un continuo, struggente, dialogo con questa tragedia».
Dalla prefazione di monsignor Giuseppe Molinari al volume Terremoto all'Aquila: io c'ero, firmato da don Bruno Tarantino - "Parroco della chiesa parrocchiale e capoquarto, nel centro storico dell'Aquila, dei santi Marciano e Nicandro. Responsabile dell'Ufficio Scuola della Arcidiocesi. Assistente ecclesiale degli Universitari e della Fraternità di Comunione e Liberazione. Ora, come Abramo, insieme ai miei fratelli di fede, in cammino verso una terra sconosciuta" -, che sarà ospite dell'edizione 2010 del festival milanese "Scrivere sui margini".


Il terremoto come spunto letterario per indagare l'essere umano e le sue tragedie...

La realtà ha sempre il grande potere di interrogarci. Spesso siamo tentati di classificare gli eventi in maniera immediata e superficiale. Eventi belli o brutti, positivi o negativi. Questa giudizio sommario ci esonera, spesso inconsapevolmente, da una lettura profonda dell'evento stesso. Facilita un approccio solo sentimentale. Il terremoto, con il suo carico enorme di drammaticità, è come più esposto a questo rischio. Ecco allora che occorre non più partire dall'evento in sé ma dalla risposta dell'uomo all'evento stesso. Risposta che non è mediata ma immediata, per questo epifania dell'essere umano. Guardare l'essere umano "in azione" e guardarsi "in azione” è l'inizio di ogni indagine seria, capace di dare orizzonti nuovi ad ogni realtà che supera, così, la contingenza per aprire orizzonti di definitività.

L'intento del suo libro...

Anzitutto la memoria. In una società dell'immagine, del fotogramma fatto per colpire, è necessario rieducarsi alla memoria degli eventi. Ma il libro è servito anche a me per continuare a sentirmi parroco, cioè "presso le case", dove la parola case ha una valenza ben più profonda della sua accezione comune. Essere presso gli uomini e le donne che vivevano la mia comunità parrocchiale per continuare ad annunciare comunque la bella notizia che è Cristo, per aiutare ed aiutarmi a leggere tutto nell'ottica della fede.


Cos'è l'indifferenza?

Non so cosa sia l'indifferenza a livello teorico, non saprei darne una definizione. Però la vedo quotidianamente, ad esempio nella scaletta dei telegiornali dove l'omicidio è messo accanto allo sbaglio arbitrale, la coppa dei campioni ha la prima pagina e la violenza contro un giovane gay è messa nei titoli di coda. La vedo in coloro che riducono il terremoto dell'Aquila al solo aspetto economico e geografico, dimenticando che da ricostruire è ormai l'uomo, la sua speranza, la sua voglia di ricominciare. Indifferenza è fare il gioco di chi urla di più, indifferenza è applicare la legge dei grandi numeri che parla ad esempio delle 14.000 persone sistemate nelle new town, dimenticando quelle anziane e malate che da 14 mesi vivono a più di cento chilometri dall'Aquila, in una camera d'albergo, dove viene, sì, garantita la vita ma non sempre la dignità.

Lei è parroco, ricopre un incarico nel locale Istituto superiore di scienze religiose dell’Aquila, è assistente di Comunione e liberazione e per questo è anche un punto di riferimento di molti studenti universitari, quali punti di riferimento necessitano maggiormente i giovani?

Adulti capaci di educare, adulti che sappiano perdere tempo in un accompagnamento serio. Non sono necessari super eroi, né pseudo salvatori, perché poi inevitabilmente viene fuori il tallone d'Achille, la propria incoerenza, l'impotenza a salvare sia gli altri che se stessi. Adulti quindi che, avendo fatto pace con se stessi, possono aiutare i giovani a prendersi sul serio, che non è mai serioso, nel difficile cammino della speranza, della progettualità verso il futuro. E' necessario che il giovane capisca che "io ci sono", pur in quella distanza pedagogica che aiuta a camminare da soli.

Il Villaggio Barona è un progetto sperimentale di "housing sociale", crede che si possa esportare in altre aree?

Da quel che ho potuto leggere e capire credo sia una forma valida per poter dare spessore ad una convivialità sempre più difficile, per dirla con don Tonino Bello, un luogo dove si vive la profezia de "La convivialità delle differenze". Sì, si può esportare, prendendone le intuizioni fondamentali e calandole poi nello specifico delle singole realtà.


03 giugno 2010 Di Claudia Caramaschi

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