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INTERVISTA

Vauro: il razzismo è una pulsione indotta

Abbiamo intervistato Vauro in occasione del suo ultimo romanzo, La scatola dei calzini perduti. Oltre che straordinarie vignette, infatti Vauro sa regalare anche libri carichi di umanità che nascono da sue esperienze personali, ad esempio dalla sua collaborazione con Emergency, e capaci di indignazione nei confronti delle ingiustizie che abbruttiscono l'Italia e il mondo.

Leggi la recensione di La scatola dei calzini perduti 


Ho letto La scatola dei calzini perduti, mi sono commossa, mi sono emozionata, e volevo basare l’intervista su due o tre temi cruciali. Il primo tema: il mese di marzo è iniziato con una giornata importante, lo sciopero dei migranti, “24 ore senza di noi”. Questo libro ci mostra come la presenza di uno straniero possa essere sfruttata, usata e poi possa essere lui stesso vittima di un sistema criminale. Nel  romanzo vediamo come l’accoglienza agli stranieri abbia risposte contraddittorie in Italia: qualcuno è ostile, qualcuno li sfrutta, qualcuno è solidale... come potrebbe essere affrontata l’immigrazione nel nostro Paese?

Innanzi tutto smettendola di sollecitare la paura nei confronti dell’altro. Io non chiamo lo straniero “il diverso” come qualche volta, con senso del politically correct, vengono chiamati gli immigrati o altre categorie deboli che non si capisce in base a quale criterio dovremmo considerare diverse. Mi rendo conto di dire una banalità ma non riesco a cogliere differenze tra persone biologicamente uguali. Mi sembra perciò un’assurdità questa definizione che, tra l’altro, è tra le più garbate, perché l’altra parola utilizzata è “minaccia”, minaccia alla cultura e alle nostre radici cristiane, ai posti di lavoro o alla sicurezza. Una cosa che mi ha colpito mentre scrivevo La scatola dei calzini perduti in cui il protagonista è Madut, un immigrato per caso, quasi involontario, infatti non è nemmeno tra quelli che hanno scelto di venire nel nostro paese ma ci si ritrova per una serie di vicissitudini, insomma mentre parlavo di lui, senza documenti e perciò clandestino (altra parola che non mi piace), Madut si è trovato a essere un criminale. Il libro non era ancora uscito, lo avevo appena finito di scrivere, che in Italia è passata una legge trucida che equipara uno stato umano, una condizione come quella del migrante, peraltro antichissima poiché il genere umano nasce dalle migrazioni, a un reato. L’assurdità della legge, al di là dei contenuti profondamente razzisti che esprime, sta anche nel fatto che si criminalizza l’essere umano in quanto tale. Infatti, voglio ricordare con una iperbole, con un paradosso, che il genere umano come noi lo conosciamo, come noi siamo, nasce da un enorme fenomeno di migrazione


Quale potrebbe essere allora la nostra risposta al fenomeno?


Non ho ricette però ho una convinzione. Intanto non è assolutamente vero che il razzismo è una pulsione naturale degli uomini o delle persone. Il razzismo è una pulsione indotta. E come si induce? Con la paura, con l’ostilità e, fondamentalmente, con l’ignoranza. Perché dico ignoranza? Perché se c’è una cosa, e non riguarda solo gli immigranti, che ha permesso al genere umano, di progredire o di avere i risultati ottenuti fino a oggi, è stata la curiosità. La curiosità per ciò che è diverso, diverso come ambiente, diverso culturalmente negli usi, nei costumi, nella lingua. La curiosità è quell’approccio che fa nascere interesse, nel senso nobile del termine.  E l’interesse è la molla che permette le scoperte, che permette a culture diverse di miscelarsi, di prendere l’una dall’altra il meglio che queste esprimono e distillare poi una cultura comune che diventa patrimonio dell’umanità intera. Noi, invece, ci stiamo chiudendo, o ci vogliono chiudere, sempre di più in una fortezza che non sarà mai inespugnabile perché, di fronte alla forza della disperazione, nessuna fortezza è inespugnabile. E fanno leggi, fanno sub cultura su questo, inducono o legittimano il razzismo. Il dato per me ottimistico è che questa enorme macchina politico-mediatica, tutta volta a far sì che la paura divenga ostilità nei confronti del diverso, non è così efficiente come sembra. C’è una componente più forte nella vita sociale del paese: la socialità  o quel che della socialità rimane. È l’esperienza individuale, l’esperienza personale. Io ho conosciuto, e credo siano stati molti ad avere avuto un’esperienza simile, persone teoricamente e profondamente razziste che teorizzano che gli immigranti vengano qui a rubarci il lavoro se non a portarci le malattie, però, nello stesso tempo (ed è una contraddizione, una contraddizione sana) quando hanno la possibilità di instaurare un rapporto personale con un migrante, quel rapporto non è, per fortuna, conseguente nel comportamento alle idee teorizzate. 

C’è quindi la contraddizione: “il mio straniero è buono, tutti gli altri no”.


Esattamente. È per questo che nel romanzo ho tentato - non so con quale risultato - di non costruire un cliché della nostra società.

Nel romanzo anche dei rappresentanti delle forze dell'ordine hanno un atteggiamento umano, comprensivo e dialogante.

Sì. E anche questo non è casuale. Intanto il personaggio del libro, il maresciallo Michele, è un personaggio reale e che io conosco nella realtà, tant’è che poi c’è anche un ringraziamento finale al maresciallo dei carabinieri Michele Tommasi. Capita che alcuni membri delle forze dell’ordine (non amo le catoeorie, forse anche questo dal libro si intuisce) abbiano un atteggiamento più accogliente di quanto dovrebbero e di quanto il potere politico e governativo vorrebbe. Questo perché hanno l’esperienza diretta e hanno modo di incontrare spesso i migranti. Hanno esperienza non soltanto della loro disperazione, non è solo un approccio pietistico o almeno non sempre, ma anche della loro umanità, di quanto queste persone - come tutte le persone - esprimano sogni, desideri, fantasie, voglia e necessità di comunicazione. L’esperienza personale diluisce, come nel caso che stai citando del maresciallo Michele, le pressioni più forti.

Una cosa che mi ha colpita in apertura del libro è la reazione di paura del bambino davanti al Babbo Natale nero.


Quella reazione però non è tanto dovuta al fatto che il bambino incontri un nero, ma un Babbo Natale nero. L’icona del Babbo Natale è bianca. Quello che spaventa il bambino è vedere un personaggio della fantasia, che per lui è realtà, trasformato e diverso da quello che è l’immagine che gli è sempre stata legittimanente data. Io non sono, come avrai capito, un assertore del politically correct e non dico che dal Natale prossimo bisognerà avere una percentuale di Babbi Natale neri. Per il bambino non c’entra nulla la questione del razzismo. In definitva, il Babbo Natale di colore rompe la sua immagine nella fantasia e quindi nella sua realtà, perché per i bambini realtà e fantasia per fortuna sono spesso fuse, e rimane spaventato da questo piccolo trauma.

Il tema dei "calzini" fa anche capire quanto, a seconda delle situazioni, le cose siano da buttare o da conservare. Cioè come la nostra cultura, le nostre abitudini, portino a gettare, a non dare peso alle cose che possediamo.

Questa certamente è una delle chiavi di lettura. Volendo fare un discorso alto noi siamo nella società del consumo, siamo nella cultura dell’“usa e getta” o, per lo meno, della poca attenzione verso l’oggetto. Il consumismo stesso ci porta a non dare alcun valore all’oggetto, ma non è sempre stato così. Io mi ricordo ancora l’arrotino con la bicicletta che passava sotto casa per arrotare i coltelli, adesso si buttano via e se ne comprano di nuovi. Mentre in culture diverse dalla nostra, come quella dei Dinka, perché il protagonista del libro è un dinka, l’oggetto è legato al suo uso ed è un elemento quasi magico perché permette di fare delle cose. Questo è vero e fa parte dell’esperienza che ho avuto con i Dinka. È possibile, come succede a Madut, che l’oggetto stesso venga trasformato in un totem quando, per una serie di motivi, rappresenta una svolta o un elemento importante del proprio curriculum d’esperienze. Non è superstizione: l’oggetto diventa il simbolo materiale di una svolta. Per Madut il calzino è il simbolo di due svolte. Prima di tutto della conoscenza dei Comboniani, i missionari che avevano quei calzini che il suo popolo non porta perché i Dinka vanno nudi. Poi, è stato il simbolo di un cambiamento repentino di habitat dal sud del Sudan fino al quartiere Monti di Roma. Quindi, come totem ha per lui una valenza importante. 

Ed è colpito che i clienti della lavanderia in cui lavora non gli attribuiscano lo stesso valore. Insomma il calzino perduto, e da lui conservato religiosamente, è insignificante per noi italiani.

Esattamente. D’altronde  lui non dà valore ad altri oggetti che per noi ne hanno. Il televisore, che sta nella lavanderia, è perennemente spento, non gli interessa, non gli racconta nulla se non il suo riflesso come fosse una pozza d’acqua.


Il secondo tema che ti propongo è inevitabile in un momento come questo: l’informazione. Santoro si sta muovendo e ha trovato solidarietà da parte di alcuni giornalisti, ma come mai i giornalisti, nel loro insieme, non stanno scatenando una ribellione e sono invece molto silenti?


Sì, sono molto silenti e anche molto obbedienti. Credo che i motivi possano essere molteplici. Dal più ovvio e banale che l’obbedienza si deve, si “deve” tra virgolette ovviamente, al padrone dell’informazione che, in Italia, è quasi un padrone unico. Fatte pochissime eccezioni c’è obbedienza. E c’è anche una volontà politica di chiudere quelle pochissime eccezioni, inclusa Annozero. Tra l’altro credo che anche il giornalismo che faccio nel mio piccolo nasca da un impulso, dalla curiosità e poi dall’interesse e dalla voglia di raccontare, perché il giornalismo è racconto. Certo ha dei canoni di racconto diversi da quelli del libro, ha un respiro diverso, ma il racconto dietro deve esserci sempre perché la passione possa raggiungere qualcuno. E il secondo motivo, forse, è proprio che questa passione è tramontata. È tramontatata nelle redazioni, in molte redazioni, ed è stata sostituita dalla ricerca di status e di carriera, una ricerca che ovviamente implica una lunga serie di compromessi che uccidono la passione. Giornalisti non più capaci di indignarsi perché privi di qualsiasi esperienza, se non quella dell’obbedienza furba o presupposta tale, sono per me dei personaggi drammatici. 

Da una parte l’editoria e i libri, dall’altra parte il web: sono le uniche possibilità per comunicare un messaggio di dissidenza?

Credo che valga ancora la pena di lottare, come stiamo facendo anche in questi giorni, perché l’informazione sia un diritto pubblico e torni a essere un diritto pubblico. Sono d’accordo che i libri e il web siano canali di fruizione che, per fortuna, non possono essere recisi o chiusi, come invece accade alle trasmissioni della televisione pubblica o ai giornali strangolati dalla pubblicità, però vale ancora la pena di lottare perché anche gli altri mezzi possano veicolare informazione e non soltanto abbruttimento culturale come stanno facendo. Questo credo che sia importante. Poi, soggettivamente, essendo non più un giovinetto, io amo il web ma non lo so nemmeno usare. Mi piace scrivere dei libri e sono così pre-tecnologico che i miei libri li scrivo a mano.


La televisione raggiunge milioni e milioni di persone, più degli altri mezzi di comunicazione...

La questione riguarda il diritto. Non tanto il diritto del giornalista di poter fare informazione, cosa che chiaramente condivido e reputo importantissima, ma quello che è più importante è il diritto del cittadino a essere informato. I due diritti sono conseguenti l’uno all’altro, ma uno è il diritto di una categoria e l’altro è il diritto di una intera società.   




24 marzo 2010 Di Grazia Casagrande


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