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INTERVISTA

Intervista a Ilide Carmignani: le tante ore in compagnia di una voce assente

Foto di Gianni Quilici

Traduttrice e organizzatrice delle Giornate insieme a Stefano Arduini spiega come spesso restino nell’ombra tutti i saperi necessari alla figura del traduttore per svolgere la sua professione e ricorda che le Giornate della Traduzione Letteraria sono uno spazio di confronto unico nell’odierno panorama editoriale perché non sempre è sufficiente la comunicazione tra mondo editoriale e mondo universitario, perciò è giusto che ci sia opportunità di mediazione tra tutti coloro che ne fanno parte.


Qual è l’origine delle Giornate della Traduzione Letteraria di Urbino? Come, da chi e perché è nata l’idea di questi convegni?

L’origine delle Giornate è la solitudine del traduttore, non la solitudine legata al tu per tu quotidiano con il testo - quella è una solitudine solo apparente perché condivisa con la voce dello scrittore, è un dialogo fitto, una compagnia affascinante, un piacere quotidiano - ma la solitudine legata alla mancanza di occasioni d’incontro e scambio con gli altri traduttori, di momenti di riflessione con le varie componenti del mondo dell'editoria e della cultura a partire dalla propria identità professionale. Io ne ho sofferto a lungo e così, tanti anni fa, ho iniziato a frequentare i convegni che le associazioni dei traduttori letterari organizzano nei diversi paesi europei, di solito intorno al 30 settembre, per san Girolamo, il nostro patrono. Mi riferisco, per esempio, agli eventi del British Centre for Literary Translation o alle “Jornadas en torno alla traducción literaria” in Spagna. L’esperienza era sempre bellissima, tornavo cresciuta professionalmente e piena di voglia di tradurre. Da lì a pensare di creare un convegno simile per i traduttori italiani il passo è stato breve. C’erano già, a dire il vero, fin dal 2000, gli incontri dell’AutoreInvisibile: Ernesto Ferrero (traduttore di Céline, non dimentichiamolo) aveva molto generosamente concesso spazio e risorse alla traduzione editoriale all’interno di quell’eccitante kermesse che è la Fiera del Libro di Torino, anticipando in questo persino Francoforte, ma si avvertiva anche l’esigenza di un momento di riflessione appartato e in un certo senso più accademico. Così, quando ho conosciuto Stefano Arduini, teorico della traduzione, direttore del Master in traduzione editoriale di Misano nonché docente di linguistica all’Università di Urbino, gli ho immediatamente proposto di creare le Giornate, e lui, da formidabile organizzatore qual è, ha trovato subito i mezzi.


Nel contesto urbinate si sente più traduttrice o più organizzatrice? Così come a Torino per gli incontri de «l’AutoreInvisibile». Che soddisfazioni le danno questi incontri?
 
Mi sento sia traduttrice sia organizzatrice, non credo che una figura prenda il sopravvento sull’altra perché in realtà gli eventi che organizziamo sono esattamente quelli a cui vorrei assistere come traduttrice. Le soddisfazioni sono varie, prima fra tutte la possibilità di conoscere tanti colleghi. Per molto tempo mi sono chiesta chi si nascondesse dietro a questo o quel nome, specie quando, come a ogni lettore, capitava che m’incantassi davanti a una frase perfetta, di quelle che riecheggiano a lungo dentro di noi. Ma non trovavo mai risposta. Sappiamo bene, purtroppo, come l’invisibilità ideale a cui il traduttore tende nel lavoro trabocchi fuori dalla pagina, copra volti e storie, cancelli un grande patrimonio di esperienze, essenziale per chiunque abbia a cuore lo scrivere e il leggere, ma assai di più per un altro traduttore. E poi c’è la grande soddisfazione di veder partecipare tutti gli editori: sia Urbino sia la Fiera del Libro sono spazi privilegiati nel panorama culturale italiano, luoghi d’incontro unici per approfondire e discutere i rispettivi punti di vista.


Lei affianca il lavoro di traduzione all’insegnamento, ma crede che si potrebbe “vivere” solo di traduzione?

Sì, non certo nell’agio, ma meglio, credo, di gran parte dei vari cococo, compresi i professori a contratto delle nostre università, e di tanti pensionati.


Nei laboratori di traduzione spesso si trovano riuniti studenti provenienti da tutte le parti d’Italia e capita di spendere un’ora a confrontarsi su un unico termine; lei crede che questa varietà di background e dialetti regionali sia utile nella formazione di un traduttore?

Sì, credo che sia molto importante perché consente di prendere consapevolezza del proprio idioletto, di come la propria lingua “familiare” differisce dall’italiano standard. Un traduttore, per esempio, non può scivolare nel regionale, sarebbe straniante.


Che rapporto ha con gli autori che traduce?

Qualche traduttore (e anche qualche editore) sostiene che l’autore ideale è l’autore morto, ma a mio avviso lo scrittore resta, a dir poco, un interprete privilegiato del testo e mi dispiace rinunciare al suo sostegno, per cui ho sempre contattato - via mail, fax o telefono - tutti o quasi gli autori che ho tradotto e avrei dato davvero molto pur di porre qualche domandina anche a Roberto Bolaño o a Borges o a Paz o a Cernuda. Quando posso, mi piace persino incontrarli, perché trovo molto interessante la lingua parlata, da cui per la natura del mio lavoro sarei esclusa, senza contare la quantità di informazioni utili a contestualizzare meglio il testo che si possono raccogliere. Qualche volta mi è addirittura capitato di tradurre gomito a gomito con lo scrittore a manifestazioni come la Summer School del British Centre for Literary Translation, al Salón del Libro di Gijón o al “Settembre dei poeti” di Seneghe, ed è sempre stata una bellissima esperienza. Poter avere dettagli sulla genesi dell’opera in tutti i suoi aspetti, poter chiedere lumi sulle connotazioni più riposte di quell’aggettivo o quel verbo costituiscono un vero privilegio che si riverbera positivamente su tutto il lavoro di decodifica.. Anche solo la lettura del testo da parte dello scrittore è illuminante: l’intonazione, il ritmo sono una vera rivelazione. Qualche volta poi, dopo tanto collaborare, s’instaurano relazioni di amicizia.


Lei ha tradotto tutti i libri di Luis Sepúlveda, cosa significa conoscere così tanto un autore e la sua lingua, il suo stile? Crede di poter tradurre, per così dire, ad occhi chiusi oppure ha ancora dubbi e ogni libro ha le sue insidie?

Più traduco e più mi tremano le vene dei polsi perché capisco meglio quanto sfugge o può sfuggire a una traduzione. Certo, seguire un autore nel tempo ti permette di raggiungere un’intimità linguistico-letteraria fuori del comune e di offrire una coerenza interna altrimenti impossibile. Inoltre, con Sepúlveda, ho avuto esperienza anche dell’avantesto, traducendo per così dire in progress stesure non definitive, il che è sempre molto interessante e utile perché consente, attraverso le varianti di scrittura, di osservare in diretta in quale direzione vanno quell’opera in particolare e l’autore in generale. Malgrado tutto, però, i dubbi non mancano mai. Per fortuna, Sepúlveda è molto disponibile.


Dopo così tanta esperienza, in modo particolare con il medesimo autore, si emoziona ancora quando riceve un nuovo testo da tradurre, lo aspetta?

Certo, un testo vuol dire mesi di lavoro, vuol dire passare ore e ore in compagnia di quella voce, di quelle storie. Un testo cambia il colore delle tue giornate. Ricordo molto nettamente l’atmosfera particolarissima, un po’ ossessiva, che mi avvolgeva mentre traducevo 2666 di Roberto Bolaño, un romanzo meraviglioso che ha fatto invecchiare di colpo buona parte della letteratura contemporanea. Quando l’ho finito, ne ho avuto a lungo nostalgia e a volte, tutt’ora, nei momenti più strani, certe scene del libro mi si spalancano davanti all'improvviso, come se invece di essere io a contenere il romanzo  fosse lui a contenere me.



In un’intervista Yasmina Melaouah dice di essere entrata nel “cono di luce” di Pennac; si può dire la stessa cosa di lei e Sepúlveda? È partecipe dei suoi successi?

Senza dubbio. In ambito professionale tradurre un best seller significa diventare di colpo visibile per tanti editori, e più in generale brillare un po’ di luce riflessa agli occhi di tutti. E poi Sepúlveda è generoso, ti coinvolge pubblicamente ogni volta che può.


Lo stereotipo prevede che la figura dell’editor sia quella con cui si discute spesso e volentieri, è così anche per lei?

Se discutere vuol dire confrontarsi, be’, è la sua funzione. Se invece s’intende litigare, no, per fortuna non mi è mai successo. Certo, è indubbio che l’esternalizzazione avvenuta a partire dagli anni Ottanta ha complicato le cose, capita di avere a che fare con revisori occasionali ancora molto inesperti e pressati dalla fretta, però sono eccezioni, di norma ho un rapporto soddisfacente con i miei editor, un rapporto di stima e gratitudine. Forse perché non sono troppo possessiva nei confronti della mia versione: se mi si dice che una certa parola non funziona, che un certo giro di frase inciampa, sono pronta a cambiare, ad accettare suggerimenti, purché ovviamente non mi sembrino una soluzione peggiore. Quello che invece davvero mi spaventa è uscire senza revisione, insomma quando l’editor ha lavorato in modo sbrigativo intervenendo poco o nulla: so bene quanto il traduttore sia non solo soggetto a errori e sviste come chiunque altro ma anche un po’ “accecato” dalla sua vicinanza estrema sia al testo di partenza che al testo di arrivo. Quello dell’editor è un lavoro molto difficile, molto oblativo, ogni tanto frustrante; mi torna in mente lo sfogo tragicomico del revisore dei Ferri del mestiere: «Ah, poter distruggere quelle pagine maledette, stracciarle con le proprie mani, scagliarle nel vento dal decimo piano, bruciarle, affogarle in un pozzo nero!». Qualche rara volta ho rivisto anch’io, per esempio alcune opere di García Márquez e di Antonio Machado per i Meridiani. Penso che sia un esercizio utile, aiuta a tradurre meglio e ad avere rapporti più felici con i propri redattori.


Cosa pensa della condizione del traduttore in Italia oggi? Ci sono stati miglioramenti da quando ha iniziato questa carriera o c’è ancora molta strada da fare?

C’è ancora tantissima strada da fare. Credo che oggi ci sia più consapevolezza ma che le condizioni di lavoro non siano granché migliorate, specie in confronto all’estero. I motivi sono numerosi ma due mi sembrano centrali: l’Italia ha una politica culturale molto disattenta e un popolo di lettori deboli, poco capaci di valutare la qualità della lingua che leggono. Finché legislativamente non si proteggeranno di più gli autori - traduttori compresi - e finché i lettori non saranno in grado di riconoscere e rifiutare le cattive traduzioni, molti editori saranno tentati di approfittare della situazione e di risparmiare su questo capitolo di spesa.


Che libro, che genere o che autore non vorrebbe mai tradurre anche se le venisse proposto?

Avrei grossi problemi a tradurre l’horror, confesso che mi spaventa. Per il resto potrei lavorare un po’ su tutto, credo, non so se sempre con risultati soddisfacenti… In generale ho privilegiato la letteratura, più o meno alta, ma mi sono molto divertita a tradurre anche il genere quando è capitato, perché mi piace molto il tradurre in sé, il manipolare le parole. Mi piace la lingua in tutti i suoi aspetti.


Al contrario, qual è il libro che ha preferito tradurre? Quale pensa che sia la sua miglior traduzione?

Ho amato tradurre tutti i miei libri – scusate il tono un po’ retorico - e non saprei scegliere, né saprei dire in quale abbia dato una prova migliore. Su qualunque libro lavori, mi capita spesso di guardare l’orologio, il pomeriggio tardi, e dire: ancora cinque minuti e stacco, e poi, quando rialzo gli occhi, è passata mezz’ora.


Per quanto riguarda il suo libro Gli autori invisibili, ha scelto questo titolo pensando alla figura all’ombra dell’autore, al mancato riconoscimento della sua autorialità o piuttosto all’umiltà che deve avere il traduttore nel suo lavoro?

A entrambi gli aspetti. Credo che il traduttore debba sforzarsi di essere invisibile, cioè di tradurre tutto il testo, solo il testo e nient’altro che il testo, anche se è impossibile ovviamente, ma al contempo credo che questa invisibilità trabocchi troppo spesso fuori dalla pagina e cancelli l’importanza di un lavoro che – come scrive Susan Sontag - è il sistema circolatorio delle letterature del mondo. Oggi persino l’italiano letterario è mutuato dalla lingua delle traduzioni. Spesso i traduttori protestano semplicemente perché vorrebbero essere messi in condizione di lavorare meglio


Roberto Bolaño

Quando legge libri tradotti riesce ad abbandonarsi alla lettura fine a se stessa o c’è sempre dietro l’occhio critico del traduttore?

Purtroppo ormai da tempo faccio un po’ fatica. Addirittura mi capita di fare “editing mentale” anche a libri nati in italiano. È un rischio del mestiere. Però adesso apprezzo infinitamente di più chi è davvero bravo a scrivere e a tradurre.


Che corsi, scuole o attività consiglia a un giovane traduttore che volesse intraprendere seriamente questa carriera?

Difficile orientarsi nella vasta offerta didattica che c’è oggi: lauree magistrali, pefezionamenti, master universitari e non, corsi più o meno brevi. Il mio consiglio è guardare ai docenti: se sono traduttori professionisti con alle spalle una grande esperienza editoriale, credo che siano in grado di passare agli allievi le competenze necessarie, in altre parole il mestiere. In caso contrario, dubito molto che ci riescano.


Come e quando ha iniziato a tradurre? È stato anche per lei frutto del caso?

Ho iniziato a tradurre appena laureata, un po’ per caso, perché l’occasione mi fu offerta da altri, e un po’ no, perché non aspettavo che quello. Fin dai tempi del liceo, ero sempre stata molto attratta dall’idea. All’epoca avevo ventitré anni: discussi la tesi a fine giugno e passai l’estate in giardino a tradurre Ocnos, una raccolta di poemi in prosa di Luis Cernuda, poeta spagnolo della generazione del ’27, la stessa di Lorca, per intenderci. Lo tradussi tutto senza nemmeno sapere se i diritti erano stati ceduti, una follia. Ma l’esperienza mi piacque oltre ogni dire e dopo un anno di perfezionamento negli Stati Uniti, alla Brown University, a studiare anche traduzione letteraria, andai a Milano, a bussare alle porte delle case editrici. Michele Riva della Serra e Riva mi diede il mio primo romanzo (gliene sarò eternamente grata) e da allora non ho più smesso e - spero - non smetterò più.


I lettori forse si immaginano dove un autore abbia scritto quel bel romanzo, ma il traduttore dove traduce? Qual è il suo luogo ideale per tradurre?

Traduco nel mio studio, che è molto piccolo, con le pareti foderate di libri, un paio di stampe della Spagna e dell’America latina, le foto di qualche mio autore e carte dappertutto. Uso il computer ovviamente e ormai ho dentro anche i dizionari. Proprio davanti alla scrivania c’è una finestra aperta a sud, su un giardinetto di bosso con dei cipressi, più avanti si vede una chiesetta, un oliveto e in fondo le colline tra Lucca e il mare. D’estate, qualche volta, lavoro dietro casa, a un tavolinetto sotto un cachi. Però devo dire che riesco a tradurre un po’ ovunque, in montagna, in spiaggia, in viaggio, dopo un po’ che lavoro non mi accorgo più dove sono…


Ilide Carmignani


Ilide Carmignani si è laureata all'Università di Pisa, perfezionandosi poi alla Brown University (USA) e all'Università di Siena nell'ambito della letteratura spagnola e ispanoamericana e della traduzione letteraria.
A partire dal 1984 ha svolto attività di consulenza, editing e traduzione dallo spagnolo e dall'inglese per alcune fra le maggiori case editrici italiane: Adelphi, Anabasi, Bompiani, Bur, Fabbri, Feltrinelli, Guanda, Marco Tropea, Marietti, Longanesi, Meridiani Mondadori, Passigli, Ponte alle Grazie, Saggiatore, Salani, Serra e Riva, UTET, Zanichelli. Ha collaborato con "Linea d'ombra", "Latinoamerica", "TransLittérature", "In forma di parole", "Il gallo silvestre", "Comunicare. Letterature. Lingue", "Stilos", "L'Avvenire", “Crocevia”, “In Other Words”, www.librialice.it.
Fra gli autori da lei tradotti vi sono Jorge Luis Borges, Luis Cernuda, Carlos Fuentes, Almudena Grandes, Gabriel García Márquez, Mayra Montero, Pablo Neruda, Octavio Paz, Arturo Pérez-Reverte, Luis Sepúlveda. Attualmente sta traducendo Il libro degli esseri immaginari di Jorge Luis Borges per Adelphi, Il potere dei sogni di Luis Sepúlveda per Guanda e, insieme ai suoi allievi del corso Setl di Napoli, El viento en la colina ed El sarao di Luis Cernuda per Passigli.
Nel 2000, ha vinto il I Premio di Traduzione Letteraria dell'Instituto Cervantes. La traduzione del libro di Luis Cernuda, Variazioni su tema messicano (Firenze, Passigli, 2003), realizzata dai suoi allievi durante il corso 2001/2002 della SETL, ha ricevuto una menzione onorifica al Premio Monselice di Traduzione 2003.
È professore a contratto nel Corso di laurea specialistica in traduzione letteraria dell'Università di Pisa. Ha tenuto e tiene corsi e seminari di traduzione letteraria per il Master in Traduzione del Centro di Poesia Contemporanea dell'Università di Bologna, per la Scuola Europea di Traduzione Letteraria diretta da Magda Olivetti, per il Collegio Italiano dei Traduttori Letterari del Grinzane Cavour, per il British Centre for Literary Translation presso la University of East Anglia e la Cambridge University, per il Corso di perfezionamento in traduzione di testi letterari per l’editoria della Scuola Superiore per Mediatori Linguistici “San Pellegrino” e per il Master Redattori Editoriali dell'Università di Urbino.
Dal 2000 è consulente per la traduzione letteraria della Fiera del Libro di Torino, dove cura incontri e seminari con il nome «l’AutoreInvisibile».
Dal 2003 cura, insieme al prof. Stefano Arduini, le Giornate della Traduzione Letteraria, convegno annuale presso l'Università di Urbino.  


12 marzo 2010 Di Paola Pedrinazzi


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