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Intervista

Jonathan Safran Foer: riflettere su ciò che mangiamo ci fa diventare cittadini migliori

Intervistato per Wuz.it sul suo saggio Se niente importa. Perché mangiamo animali? Foer entra ancora una volta nel dibattito potenzialmente senza fine tra chi difende la dieta vegetariana e chi invece continua a mangiare carne.
C’è un punto sul quale tutti sono generalmente d’accordo: al di là delle scelte personali, gli animali hanno diritto a condizioni di vita dignitose prima di essere eventualmente "serviti a tavola".
E il merito di Jonathan Safran Foer è stato proprio quello di rompere il segreto professionale degli allevamenti industriali, e di metterci di fronte alla realtà dei fatti. Per consentirci se non altro di fare scelte più consapevoli.



Tu sei uno scrittore di romanzi che si è cimentato con la saggistica, anche se il tuo libro contiene molti spunti narrativi. Essere un romanziere ti è stato d’aiuto per realizzare Se niente importa ?


Sì certamente, anche se ho dovuto fare un lavoro di ricerca e di scrittura per il quale non ero preparato pur essendo un romanziere.
Però essere un romanziere secondo me può essere utile per tutto: innanzitutto serve, sicuramente, per dare un nome alle cose, per utilizzare le parole per descrivere le cose, ma è anche e soprattutto poter avere un senso di empatia, immaginarsi di essere qualcun altro e qualcos’altro.
In questo libro questo tipo di immaginazione c’è, e il fatto di immaginare se stessi in un’altra esistenza è sicuramente stato utile.


Tu dici, giustamente, che noi uomini tendiamo a rimuovere le cose che ci turbano. Credi che i carnivori siano disposti a leggere il tuo libro, oppure avrai una maggioranza di lettori già vegetariani?
Hai saputo di qualche lettore carnivoro che dopo aver letto il tuo libro ha modificato, del tutto o in parte, le sue abitudini alimentari?


Ogni giorno dal momento in cui questo libro è stato pubblicato ho avuto notizie per lettera, email o telefono di qualche carnivoro che ha cambiato completamente il proprio modo di alimentarsi.
Penso che la maggioranza dei miei lettori siano proprio carnivori, ma in effetti spero che l’approccio che ho adottato non suoni troppo accusatorio o accondiscendente, perché io stesso ho mangiato carne per moltissimo tempo, quindi posso capire chi lo fa. E purtroppo quando si parla di carne si tende ad avere questo atteggiamento spesso ipocrita o accusatorio, il che non è assolutamente positivo, anzi è controproducente.


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In Italia ti hanno paragonato a Roberto Saviano, l’autore di Gomorra, che ha fatto venire alla luce gli orrori della mafia.
Saviano gira con la scorta per timore di ritorsioni: tu hai subito minacce simili per aver svelato quello che succede negli allevamenti intensivi? O sei stato smentito ufficialmente da qualcuno che lavora nell’industria agroalimentare?


Prima dell’uscita del libro mi è capitato di parlare con Eric Schlosser [giornalista investigativo statunitense autore di saggi di denuncia sull'economia dell'alimentazione, ndr], il quale mi ha detto che è costretto a portarsi spesso una guardia del corpo alle presentazioni perché la situazione può diventare veramente pesante.
Io però non ho mai avuto episodi del genere, non mi sono mai successe cose simili e non ho avuto neanche alcun tipo di risposta o di reazione dall’industria della carne. Questo significa o che ho ragione, oppure che i rappresentanti di questo settore non vogliono che venga avviato un discorso sull’argomento, perché temono che più le persone ne parlano meno possano diventare inclini a mangiare carne prodotta da allevamenti intensivi.


Conosci qualche nazione in cui i governi siano più sensibili al problema dell’allevamento intensivo e abbiano preso delle iniziative in proposito, come ad esempio maggiori controlli o finanziamenti ai piccoli allevatori?

Non c’è nessun paese che possa essere definito eccellente da questo punto di vista.
La Gran Bretagna è la migliore in questo senso: è molto più avanti rispetto all’Unione Europea che a sua volta è più avanti rispetto agli Stati Uniti. Ma si tratta di cambiamenti veramente piccoli, molto relativi, e non ci si può aspettare di più da un governo, proprio perché il governo ha questo duplice ruolo: da una parte deve proteggere i consumatori e dall’altra deve mantenere in vita l’industria. E considerato che circa il 90-96% della carne viene prodotta con l’allevamento intensivo, i governi si trovano nella posizione insostenibile di dover appoggiare qualcosa che non va.


Negli ultimi anni l’allevamento intensivo è andato crescendo, ma al tempo stesso si è sviluppata una maggiore sensibilità nei confronti dell’ambiente, degli animali, dell’alimentazione.
Un libro come il tuo sarebbe stato concepibile venti o trenta anni fa?
Credi che le nuove generazioni siano più sensibili delle vecchie a queste problematiche, e che le prossime lo saranno sempre di più?


Sicuramente un libro come il mio si sarebbe potuto concepire venti o trenta anni fa, ma non avrebbe avuto un pubblico così vasto, una risonanza così ampia, perché senza dubbio c’è una differenza generazionale.
È come se fosse una parabola in un grafico: più giovani si è, più stanno a cuore queste tematiche.
Negli Stati Uniti il 18% degli studenti universitari è vegetariano e ci sono più studenti vegetariani che studenti cattolici. Quindi è una problematica diventata di massa, quasi, e inoltre c’è anche una fetta molto ampia di popolazione che mangia raramente la carne, magari mangia il pesce ma la carne rossa no.
Quindi sicuramente il tono della conversazione su questi argomenti cambierà molto velocemente nel momento in cui quel 18%, quegli studenti, diventeranno magari scrittori o operatori culturali, avvocati, medici, nutrizionisti e così via.


Mi ha colpito molto quando hai detto che il nostro modo di comportarci con gli animali riflette il nostro atteggiamento verso i più deboli, verso chi non ha la possibilità di difendersi.
Quando si parla di diritti degli animali ci si sente rispondere che sono problemi superflui perché “vengono prima i diritti degli uomini”. Esiste un modo per dimostrare che diritti degli uomini e diritti degli animali non sono in conflitto, ma che anzi possono essere collegati?


Io non vedo in che modo questi diritti degli uomini e degli animali possano essere in conflitto, se non magari per il caso delle sperimentazioni mediche, ma io non tratto questo argomento nel mio libro. Anzi, in questo caso gli interessi che sono in gioco sono gli stessi sia per gli animali sia per gli uomini, nel senso che gli esseri umani sicuramente potrebbero avere una situazione migliore se non mangiassero carne animale, e ovviamente anche gli animali se gli uomini non li mangiassero!
Ma non solo gli esseri umani, anche il mondo e l’ambiente sarebbero migliori se si evitasse di consumare questo tipo di alimento. Secondo alcune persone si tratta di un gioco a somma zero, cioè significa che se si ha a cuore qualcosa non si può avere a cuore qualcos’altro, ma questo non è assolutamente vero.
Ad esempio io ho scritto questo libro e mi si potrebbe dire “allora ti interessa di più il benessere degli animali rispetto ai bambini che magari in Africa muoiono di fame?”, ma non è vero perché una cosa non esclude l’altra: non posso scrivere un libro su tutto, ma mi interessa ovviamente anche il destino di questi bambini. Possiamo paragonare questo interesse a una sorta di muscolo: più si usa questo muscolo più si sente questo interesse, questo amore per queste persone e per questi animali. Dopo aver scritto il libro mi sono reso conto che un po’ tutto il mio sistema, il mio modo di essere era cambiato proprio perché avevo riflettuto su queste cose.
Ad esempio una conseguenza del mio lavoro è che ora non compro più su internet: so che non ho mai scritto di questo nel libro, ma ho iniziato a pensare a che cosa significa essere cittadino, al sistema di valori, al mondo in cui viviamo proprio grazie a questo libro. Perché secondo me chi pensa molto al cibo assume un atteggiamento a volte sproporzionatamente politico, nel senso che riflettere su quello che si mangia può essere utile anche per migliorare altri tipi di abitudini.


Nei ristoranti di alcune regioni d’Italia, come ad esempio il Trentino o l’Abruzzo, è praticamente impossibile trovare un piatto che non contenga carne. Forse c’è un problema simile anche in America. Quanto influisce la tradizione locale sulle nostre scelte alimentari?

Sicuramente in alcuni posti può essere più facile reperire menu vegetariani rispetto ad altri posti. Magari mi viene da pensare che negli Stati Uniti è più facile in città rispetto che in campagna. Forse nel Sud del Paese, nelle aree rurali, è più difficile essere vegetariani.
Questo spiega perché non tutti possono cambiare la propria dieta allo stesso ritmo con la stessa velocità. In alcuni casi può essere molto difficile passare ad un regime alimentare diverso.
In termini di tradizione locale che può influire sulla dieta, sull’alimentazione, direi che questo è fondamentale. C’è un grande influsso da parte della tradizione locale sui regimi alimentari, in quanto il cibo è uno degli indicatori culturali più importanti, che ci permette di operare una distinzione tra un gruppo sociale o storico e un altro. Però lo stesso modo di alimentarsi cambia, perché magari c’è un’evoluzione a livello di cucina, o perché cambiano gli alimenti che sono disponibili, o anche per ragioni politiche o etiche.
Ad esempio quando si parla di dieta o di alimentazione romana, tipica di Roma, come facciamo a dire che è quella di adesso, che è completamente diversa rispetto a quella di 150 o di 2000 anni fa? Come facciamo a identificare la dieta tipica romana, dove tracciamo una linea di demarcazione? Quello che voglio dire è che forse quella che noi chiamiamo tradizione è molto meno forte rispetto a quello che crediamo.


Tu dici che non vuoi nutrire la tua famiglia con i prodotti dell’allevamento intensivo, e ovviamente consideri il tuo cane parte della tua famiglia: che alimentazione hai scelto per lei? I cani e i gatti possono diventare vegetariani?

Alcuni cani e gatti sì, il mio cane sicuramente no.
Però noi le diamo del cibo per cani che non è stato prodotto in allevamento intensivo. Non è che l’abbia cercato apposta, mi sono imbattuto per caso nel negozio, l’ho trovato e quindi l’ho comprato e mi sembra un buon compromesso. Ma ovviamente i cani non sono degli esseri umani, non possono scegliere, e se sappiamo per certo che una dieta priva di carne è altrettanto salutare per un essere umano, se non più salutare, rispetto a una dieta con la carne, per i cani non sappiamo se sia così.



lo scrittore



10 marzo 2010 Di Michela Piattelli

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