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Quel maledetto schianto l'ha reso immortale: Simone Sarasso ci parla di Fred Buscaglione Strano che uno scrittore nato nel 1978, quando Fred Buscaglione era già morto da quasi vent'anni, abbia saputo ritrarlo così bene. Strano che abbia amato così tanto questo protagonista del mondo musicale italiano degli anni Cinquanta, studiando lui e il suo contesto socio-culturale con "smodata passione". Strano, ma possibile: stiamo parlando di un uomo fuori dagli schemi, intelligente e vulcanico, brillante e anticonformista. Ma soprattutto ironico e modernissimo. Un personaggio da romanzo, e infatti Simone Sarasso ne ha fatto il protagonista di Turkemar...
Com’è il Fred Buscaglione raccontato in Turkemar? Nasce certamente da un approfondita analisi della sua vita (compaiono altri personaggi reali come Leo Chiosso) ma quanto di lui pensi di aver mantenuto in queste pagine? Cosa ti affascina nel suo personaggio? E cosa non ti piace?
Inizio col dire che non c'è nulla che non mi piaccia del grande Fred. Ho studiato approfonditamente la sua vita, le sue canzoni e il milieu in cui è cresciuto e confesso una smodata passione per l'intero pacchetto. In Turkemar ho cercato di ricreare le atmosfere riempiendo i buchi della documentazione con l'invenzione, ho cercato di andare a caccia del linguaggio del tempo, ho provato a immaginarmi come dovevano parlare fra loro Buscaglione e Leo Chiosso. Infine ho aggiunto una potente deriva finzionale che costituisce la vera sorpresa contenuta nel romanzo. Come ho detto, amo visceralmente il personaggio, ma devo ammettere che c'è una fase della sua vita che mi entusiasma un po' meno: la separazione da Fatima. Da lì in poi, la vita di Fred imbocca una parabola discendente, l'istrione perde lo smalto e io, da grande fan, a ripercorrere quegli eventi, un po' ne soffro, è fisiologico.
L’Italia del primo dopoguerra di Buscaglione è quella delle sale da ballo, dei night, della scoperta del jazz, del wisky e del fumo. Come la vedi? Prevalgono lo squallore, il provincialismo, la tristezza, la povertà o l’entusiasmo, l’ingenuità, la voglia di vivere e di “fare gli americani”?
Quell'Italia, che oggi possiamo ammirare nel bianco e nero dei cinegiornali dell'epoca, aveva - è naturale - un'infinita gamma di sfumature di grigio. Era un'Italia povera, dove la gente faticava a tirare avanti. Ma c'era anche una gigantesca voglia di ricominciare, un entusiasmo che al giorno d'oggi pare assurdo, distante anni luce. Forse, quando questa maledetta crisi finirà, anche noi italiani del ventunesimo secolo ci riscopriremo più forti, entusiasti come i nostri nonni, i ragazzi di allora.
I giovani di quegli anni ora hanno ottant’anni. Non possono più essere loro gli artefici del ricordo di Buscaglione. Ma dopo 50 anni tutti sanno ancora chi fosse. La chiave sta nella sua tragica morte avvenuta nel momento del successo? O c’è dell’altro?
Si dice che ogni rockstar che si rispetti deve morire giovane per poter vivere per sempre. Fred se ne è andato così presto che il rock, praticamente, nemmeno ha fatto tempo a conoscerlo. Ma il suo mito, forse proprio a causa di quel dannato, tragico incidente, è arrivato fin qui. Se fosse invecchiato, probabilmente, la sua stella si sarebbe spenta poco alla volta; e il suo ricordo sarebbe più pallido. Quel maledetto schianto l'ha reso immortale.
| 01 febbraio 2010 | | Di Giulia Mozzato |
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