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Intervista

Intervista a Maurizio de Giovanni

Claudia Caramaschi intervista Maurizio De Giovanni, scrittore napoletano dalla penna ironica ed efficace, per “investigare” meglio sulla nuova “stagione” del commissario Luigi Alfredo Ricciardi. Il posto di ognuno, edito da Fandango Libri, finalista al premio Scerbanenco del Courmayeur Noir In Festival 2009, è il terzo di una serie giallo-investigativa, che ci regala un’indagine solitaria, nell’animo umano, e un’altra, più evidente, per le vie di una Napoli che fu.

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Napoli oggi rispetto a quella descritta nel romanzo...

Napoli è una città fatta a strati, come una cipolla. Nel tempo, nelle epoche, cambia solo la parte superficiale, quella che si vede dall’esterno; l’essenza, la realtà più profonda, rimane costante negli elementi fondamentali. La cosa dipende da una specialissima condizione topografica, unica per una grande città: il centro è compresso tra mare, montagna e colline, per cui la popolazione cresce in modo sedimentario. Non c’è divisione tra quartieri poveri e ricchi, il contatto è perenne e le difficoltà di questo contatto emergono costantemente. La città bolle come un brodo oscuro in una pentola, quello che è sul fondo risale e quello che è in superficie è destinato a ritornare sul fondo. In questo Napoli è uguale a se stessa, anni trenta come anni ottanta, dopoguerra come oggi.

Una vicenda ambientata negli anni trenta…

Ci sono tre motivazioni. La prima è casuale: il primo racconto con Ricciardi è stato scritto al Gran Caffè Gambrinus per il concorso “Tiro Rapido 2005”, indetto dalla Porsche Italia. Si tratta di un antico e storico ritrovo i cui splendidi arredi, intatti, risalgono a quell’epoca. Un’altra motivazione riguarda la società napoletana del periodo: in quegli anni si andava consolidando la borghesia commerciale, un tessuto connettivo tra il proletariato e l’aristocrazia nobiliare. Ciò creò un terreno fertile per sentimenti ed emozioni quali l’invidia, il desiderio di emergere e di affrancarsi dalla povertà, la gelosia, che costituiscono uno straordinario terreno di coltura per il delitto. Infine, furono gli ultimi anni privi delle indagini tipiche della polizia scientifica; a me piacciono i racconti di desideri, di passioni inizialmente positive che si infettano e portano alla morte. Confesso una personale idiosincrasia per dna, luminol, raggi X e impronte digitali, almeno nei romanzi gialli e noir.

Perché ha deciso di creare un personaggio come il commissario Ricciardi, che sceglie "di prendersi addosso tutto il dolore"?

Ricciardi non ha scelta. La sua caratteristica fisica, insita nella sua stessa personalità, è non poter evitare di essere testimone dell’ultima emozione, dell’ultima passione di chi lascia la vita per una morte violenta. Noi possiamo cambiare strada o canale, abbiamo telecomandi, giornali di gossip, possiamo fingere che il dolore non esista e possiamo evitarne le mille forme che troviamo sulla nostra strada. Ecco, Ricciardi è semplicemente un uomo normale ma privo di un telecomando; è quello che succederebbe se uno di noi non potesse evitare il dolore. Nient’altro che questo.

E come è cambiato rispetto al primo romanzo Il senso del dolore. L'inverno del commissario Ricciardi?

Direi che il cambiamento maggiore che sta avvenendo in Ricciardi è un’educazione sentimentale in atto. Il primo Ricciardi evita i sentimenti, perché ne verifica costantemente i letali effetti nei mille morti per amore, gelosia, odio. Non vuole provare amore, non vuole coinvolgersi affettivamente per nessuno. Man mano che la sua storia personale va avanti, però, rimane invischiato in emozioni che non avrebbe mai pensato di poter provare. Pietà, amicizia; perfino gelosia. Ciò lo rende paradossalmente ancora più chiuso e riservato. E’ in lotta con se stesso, e non si rassegna a un’umanità che lo infetta come una malattia. Bisogna però tener presente che tra il primo e il quarto romanzo, che nel 2010 chiuderà la quadrilogia delle stagioni, passano solo sette mesi per Ricciardi e il suo mondo; e che sono sette mesi del 1931, quando i tempi “sociali” erano molto più lunghi e non era così facile arrivare a un’amicizia o, per esempio, a un fidanzamento.

Don Pierino è molto importante per il percorso di Ricciardi, come una guida spirituale per chi di religione non ne vuole sapere...

Per certi versi don Pierino è l’altra faccia di Ricciardi; come il commissario evita i sentimenti e li ritiene colpevoli di morte e distruzione, il prete li considera il segno forte della presenza di Dio nel mondo. La sua fede semplice e appassionata, il coinvolgimento nelle sofferenze dei poveri, la pietà costante anche per il dolore di chi non dovrebbe soffrire come i bambini lo avvicinano a Ricciardi, che per vie molto diverse arriva alle stesse conclusioni. Pur non concordando in nulla col suo modo di affrontare la vita, Ricciardi ne è affascinato e nel suo modo brusco e oscuro cerca il dialogo col piccolo prete, più che con chiunque altro. Complimenti per aver individuato questa relazione semplice e complessa tra i due personaggi.

Livia e Enrica, due pretendenti, due facce dell'amore, diverse ma anche simili...

Livia è una donna moderna, indipendente, abituata a ottenere senza sforzo quello che vuole, soprattutto in termini di uomini; ma è anche una persona che ha molto sofferto, che ha una scala di valori fortemente consolidata, che sa chiamare per nome un sentimento quando lo prova. Ha capito che il suo cuore vuole un sentimento nuovo, e vuole andare a fondo di un’emozione forte che prova ma che non riesce a incasellare. Enrica è una ragazza del suo tempo, dolce e romantica ma testarda e severa. Si è innamorata nell’unico modo che conosce, vuole una vita semplice e normale con l’uomo che ama, casa, famiglia, figli. Sente l’emozione di Ricciardi per lei, la riconosce e non capisce perché le cose non evolvano secondo le convenzioni che la sua società pratica da sempre. Però è determinata a fare tutto quello che le stesse convenzioni le impongono per conquistare la sua felicità. In realtà nel corso dei romanzi Enrica evolve verso Livia, acquisendo di lei la volontà e la voglia di superare gli ostacoli in nome della propria felicità e Livia evolve verso Enrica, sviluppando il desiderio del benessere e del rispetto verso la persona amata.

Tutto l'universo femminile sembra essere l'artefice del bene e del male della storia...

Il centro della storia sono i sentimenti e le passioni, il cui territorio, all’epoca di Ricciardi come in ogni altra epoca, sono le donne. L’universo femminile, incomprensibile e ignoto al commissario, è il percorso necessario per comprendere l’emozione la cui nascita ha provocato il delitto. Il tema del primo romanzo è la prevaricazione e il possesso, una relazione che vede spesso vittime le donne; il secondo romanzo è basato sull’amore materno e filiale, rapporto tipicamente femminile; il terzo sulla gelosia, e mi sembra ovvio il legame di quest’emozione con le donne. Il bene nasce dalle donne e a esse troppo spesso arriva il male.

La passione effimera e seducente pare distruggere i legami famigliari, pare capace di generare "morti violente", "delitti", pare capace di rompere le catene...

La passione, secondo un’abusata definizione che peraltro mi pare l’unica a renderne il senso, è un vento: può essere più o meno forte e quindi può travolgere e portar via o anche solo orientare i pensieri. Nei romanzi cerco di dare i contorni a queste situazioni, nelle quali si trovano spesso uomini e donne che hanno una vita organizzata secondo parametri rigidi come quelli dell’epoca. Bisogna tener presente che i valori e le prescrizioni sociali erano negli anni trenta estremamente più rigidi degli attuali: la famiglia, i figli soprattutto, erano assai difficilmente prescindibili nelle scelte sociali. Si perdonava un’amante, non l’andarsene di casa. Si perdonava un abito liso e un paio di scarpe sfondate, non un figlio che frequentava classi sociali inferiori. Una delle maggiori difficoltà nello scrivere di un’altra epoca è dare tutto questo per scontato senza conferire al lettore un disorientamento che renderebbe incomprensibili molte situazioni narrative.

L'importanza dei figli anteposta alla giustizia...

Per Ricciardi i bambini sono importantissimi. Sono il futuro, l’ultima speranza di un mondo che vede corrotto e ogni giorno di più in verticale perdita di valori, osservandone la progressiva riduzione del senso della vita umana. Nel contempo conosce la giustizia istituzionale del suo tempo, fredda applicazione di una struttura sempre più verticistica e burocratica, una macchina che macina vite secondo un sistema di valori non più attuali (proprio nel 1931 entrò in vigore il nuovo codice penale, il Rocco, in sostituzione dell’antiquato Zanardelli). Si tratta, per Ricciardi, di una forte tenerezza verso i bambini che non trova sfogo nell’estroversione ma nei fatti. Questo sarà molto evidente nel quarto romanzo, ma già nei primi tre quando si è trovato a scegliere tra la fredda applicazione della giustizia e la speranza di un futuro migliore per degli innocenti non ha avuto dubbi. Strano, per un poliziotto; ma Ricciardi è appunto un poliziotto strano, sotto molti aspetti.

Per il giornalista Capece "tutto quello che ci succede attorno,tutto quello che voi vedete dalla mattina alla sera,per i giornali non doveva più esistere", crede che oggi i mass media siano un poco "imbavagliati" ?

Questa è una questione veramente molto interessante: sì, credo che i media oggi siano estremamente imbavagliati, forse più che negli anni trenta, ma in modo radicalmente diverso. Allora era il regime, il potere politico l’unico limite alla libertà di stampa: le famose “veline”, che indicavano ai giornali gli argomenti da trattare e soprattutto quelli da non trattare, cominciarono ad arrivare dal 1926 e continuarono praticamente per tutto il ventennio. Il giornalista Capece esprime tutta la frustrazione di chi doveva ignorare per decreto gran parte di quello che  gli succedeva attorno. Oggi la questione è differente: il bavaglio ai media è collocato bello stretto dai gusti beceri e ignoranti di gran parte del pubblico, diseducato dai peggiori programmi delle televisioni commerciali. Il nostro è l’unico tra i Paesi cosiddetti evoluti nel quale non esiste una rivista letteraria degna di questo nome, né un dibattito pubblico sui grandi temi culturali. Il sottoscritto ha riscosso maggior pubblicità da un’intervista – scherzo di una paginetta pubblicata da un settimanale ad ampia diffusione che dalle decine di splendide e accurate recensioni che sono rimaste appannaggio di pochissimi addetti ai lavori: è una cosa che trovo piuttosto triste. In Italia, anche tra i laureati e i diplomati, sono molto più quelli che sanno chi è Fabrizio Corona o tal Costantino di Ennio Flaiano o Corrado Alvaro; il bavaglio è alla fonte.

"Uno è adulto quando vede, e se vede allora deve intervenire e risolvere"?

Io lo credo fortemente, il problema è che non si vede quello che non si guarda. Nei tempi di Ricciardi e in quelli attuali abbiamo tutti la grande abilità di far finta di non vedere. Quello che ho precedentemente detto di Ricciardi, la sua prerogativa essenziale, è appunto questa: lui non può non vedere. La necessità del suo intervento, la partecipazione alla sofferenza altrui e quindi il dover essere un poliziotto per chi è ricco di famiglia, nobile di nascita e quindi non avrebbe bisogni da soddisfare deriva dalla sua natura. Ricciardi è nato “adulto”, e senza la possibilità di girare le spalle al dolore. Quindi deve intervenire, cercando di risolvere. Quando risolvere è possibile, senza aprire nuove ferite e nuovi dolori.
Bambinella, un "ragno in mezzo alla ragnatela", ma anche una figura attuale e scottante...

Il personaggio è oggettivamente attuale, ma è stato creato un paio di anni prima del recente bailamme: dunque, un caso che nei miei libri si parli anche di travestiti. Bambinella, se posso esprimere un’opinione molto personale, ancorché collaterale è uno dei personaggi che preferisco della storia di Ricciardi. Rappresenta un’anima forte e nascosta della mia città, miserabile e sofferente ma allegra e rumorosa; conosce i fatti di tutti perché ha una fitta rete di amici, amiche, clienti e conoscenze in una ramificazione di vicoli e vicoletti in cui tutti conoscono tutti, e quindi tutto le arriva con chiarezza e in tanti modi da consentirle anche di trarre risultanze morali; proprio lei, che sembra il contrario di quello che pretende la morale comune. Il fatto che sia un “femminiello”, figura antichissima e ancora attuale, vuole proprio esprimere la mancanza di una precisa definizione di quest’anima collettiva: volevo qualcuno che fosse tutto e il contrario di tutto, la cui voce potesse racchiudere in sé la maggior parte del rumore di fondo di un luogo complesso come i quartieri di Napoli, il ventre molle, come si dice, di questa città. Spero di esserci riuscito. Bambinella non ha nulla di turpe o indistinto, non si muove nel buio e non rappresenta alcun lato oscuro: è totalmente accettata dalla sua gente e fa parte a pieno titolo del suo mondo.

Vincere, nel 2005, il concorso Tiro Rapido 911 della Porsche cosa le ha permesso?

Il concorso ha dato inizio a tutto: prima non avevo mai scritto nulla. Sono stato iscritto all’eliminatoria napoletana per scherzo da un paio di amici, mi sono ritrovato a dover inventare un racconto e mi è venuto in mente Ricciardi. Il racconto ha vinto l’eliminatoria, con mia immensa sorpresa, e alla finale di Firenze il presidente della giuria che era Daniele Protti, il direttore de “L’Europeo”, mi chiese un altro racconto con lo stesso protagonista. Questo secondo testo vinse il concorso, e da allora, di richiesta in richiesta, mi sono ritrovato davanti a Domenico Procacci della Fandango che mi ha proposto di scrivere il ciclo delle stagioni, dalla quale è intenzionato a trarre un progetto di fiction televisiva. Credo che il personaggio abbia una forza propria, che prescinde dalle mie capacità di scrittura che non credo particolarmente elevate. Forse il pregio del mio modo di raccontare è proprio di non essere invadente, di lasciare al lettore un percorso nella storia senza distrazioni e senza inciampi; il successo straordinario dei romanzi di Ricciardi è probabilmente dovuto all’originalità del personaggio e all’ambientazione, e a storie non inutilmente complesse o complicate da una scrittura presuntuosa.

Quattro stagioni per Ricciardi, come le stagioni della vita, ma ci saranno altre indagini dopo "l'autunno" ?

Le storie di Ricciardi hanno riscosso l’interesse di alcuni grandi editori e la stessa Fandango mi ha più volte manifestato la volontà di continuare, per cui probabilmente i lettori dovranno ancora sopportare il personaggio. Certo, sarà necessario uscire dalla stretta sequenza temporale o almeno dalla caratterizzazione stagionale che fin qui ha costituito la cadenza narrativa, ma credo che ormai Ricciardi e il suo mondo possano catalizzare l’interesse di un pubblico affezionato anche fuori da un flusso definito, magari consolidando qualche vicenda personale attualmente ancora “in itinere”. Mi permetta, in conclusione, di ringraziare per l’interesse “wuz”, un sito di libera informazione che seguo con attenzione e piacere, e di abbracciare virtualmente tutti i lettori, anche da parte dello schivo Ricciardi.

11 gennaio 2010 Di Claudia Caramaschi

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