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Intervista a Catherine Dunne
 | | Catherine Dunne | “Quant’era monotona e spenta la Dublino della sua giovinezza. Adesso…una cangiante tavolozza dei colori più disparati.” Nei romanzi di Catherine Dunne il paesaggio, sia urbano che rurale, non è un semplice sfondo: condiziona gli stati d’animo dei protagonisti e in un certo senso li rivela a se stessi.
I luoghi hanno grande significato nei suoi romanzi.
È vero, per me i luoghi sono come personaggi – conferma l’autrice, in Italia per presentare il suo ultimo libro L’amore o quasi – per questo l’ambientazione dublinese del nuovo romanzo, che è il seguito di La metà di niente, mostra una città diversa, rampante, più sicura di sé, proprio come la protagonista Rose che, abbandonata otto anni fa dal marito Ben, ha saputo costruirsi un’indipendenza economica, nuovi interessi e anche nuovi orizzonti sentimentali.
Ma improvvisamente il marito si fa vivo, e l’equilibrio conquistato rischia di saltare….
A volte una crisi è salutare, perché permette di verificare se si è raggiunta la solidità emotiva, se si ha il controllo della propria vita. Questo è un romanzo sul cambiamento: sia Rose che i tre figli dovranno fare i conti con emozioni impreviste e ciascuno, pur con qualche difficoltà, riuscirà a vincere la sfida.
Il finale, per quanto riguarda i protagonisti, è ottimista. Pensa che anche Dublino e l’Irlanda abbiano vinto la sfida della modernità e del successo?
Quando uscì La metà di niente un critico osservò che la rottura tra Ben e Rose sembrava la metafora del distacco fra Irlanda e Regno Unito. In L’amore o quasi Rose può essere l’immagine della nuova Irlanda, non più Cenerentola ma Tigre Celtica, protagonista di un risveglio economico aggressivo che è stato paragonato a quello asiatico. Però c’è stato anche un prezzo da pagare. La vita è più cara, i rapporti più competitivi, siamo anche noi vittime di una cultura dell’eccesso non più a misura d’uomo: non bisogna dimenticare che ogni cambiamento comporta anche perdite.
Ritornare dopo otto anni a Rose, la protagonista del suo primo romanzo, è un atto di gratitudine verso il personaggio che l’ha portata al successo, facendola acclamare come una figura di spicco della nuova letteratura irlandese?
Ogni scrittore è legato compulsivamente a determinati personaggi, tanto da trasferirli a volte in altri romanzi, sotto nuovi nomi e in diverse situazioni. Rose ovviamente non l’ho mai dimenticata, ma è stata lei stessa a imporsi di nuovo alla mia attenzione, mi tormentava perché non avevo finito di raccontare la sua storia, anzi l’avevo lasciata in un momento difficile, come se non avessi fiducia in lei, nel fatto che potesse farcela davvero. L’ottimismo che domina questo secondo romanzo è forse dovuto alla gioia che ho provato nel farla tornare a vivere. Naturalmente non sono tutte rose e fiori: con i figli, soprattutto, Rose attraversa momenti difficili, come tutte le donne lasciate sole a mandare avanti la famiglia. Essere costretta a lavorare per mantenere i figli la obbliga a trascurarli, con conseguenti sensi di colpa. La preponderante responsabilità delle donne nella nostra società provoca infinite complicazioni.
| 09 ottobre 2006 | | Di Daniela Pizzagalli |
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