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INTERVISTA

Paolo Fresu chiude il cerchio: dalle scuole di jazz ai suoni e silenzi della sua terra sarda


In questa seconda parte dell'intervista di Massimo Villa, Paolo Fresu parla ancora dei suoi idoli musicali, Davis, Coltrane, Baker e ritorna infine alla Sardegna, grazie alla quale ha scoperto che con poco si può dire molto.

Leggi la prima parte dell'intervista
Leggi la recensione del libro "Musica Dentro"





Bollani mi ha raccontato che è stato salvato dalla musica pop da Enrico Rava, sembra che sia vero. Enrico Rava è stato  un maestro anche per lei?


Enrico Rava è stato un maestro e poi un grande collega e oggi c’è tra noi una bellissima amicizia. Con lui ho frequentato anche un seminario per otto giorni a Siena nel 1982, perché finalmente si istituì a Siena il corso di tromba. L’insegnante era lui e non potevo crederci, quando io ascoltavo il jazz i riferimenti erano Chet Baker e Miles Davis, i musicisti americani, in Europa non c’era quasi nessuno a parte la vecchia generazione, Valdabrini, Piana, Nunzio Rotondo.
Enrico Rava rappresentava la contemporaneità di questa musica ed era l’unico che ce l’aveva fatta, l’unico che era andato in Argentina, che era espatriato a NY, che era ritornato in Europa carico di esperienze, di notorietà, di dischi assieme a Gato Barbieri, a Steve Lacey, aveva registrato per la ECM... A Siena in quegli otto giorni ho imparato molto, invece i miei compagni andarono via assolutamente scontenti perché Enrico non è un insegnante, non vuole esserlo. Io invece ho le orecchie grandi, ho appreso molto, anche una parte della sua poetica e della sua filosofia sonora che poi era molto vicina a quella mia. Tutte e due venivamo da Davis, da Chet Baker.
Dal 1985 sono diventato insegnante negli stessi seminari, Enrico ed io siamo colleghi nello stesso corso, abbiamo condiviso anche il palcoscenico molte volte, soprattutto con due progetti: il primo dedicato al nostro maestro Chet Baker e poi c’è stato il disco su Miles Davis registrato a Montreal. Enrico è un grandissimo musicista, ho molta stima, è un bell’esempio di jazz europeo, di un musicista legato alla propria poetica che allo stesso tempo si è interrogato sul rapporto con la musica d’oltreoceano e ha trovato il giusto equilibrio.


Anche se lei è molto giovane fa ormai parte della schiera di musicisti affermati. Quali sono i giovani che vede più brillanti e in particolare nel suo strumento?


I giovani sono molti, citarne uno o due significherebbe fare torto agli altri. Mai come ora l’Italia ha avuto una tale quantità e anche qualità di musicisti giovani, sarà per le scuole o per l’intensa attività discografica. Nei corsi che dirigo, a Nuoro da ormai 22 anni e prima ancora in quelli a Siena, incontro una quantità incredibile di giovani bravissimi. Quando ho iniziato a suonare io, non ero così bravo, ho imparato le cose pian piano, questi invece vengono già paracadutati all’interno del mondo del jazz. Conoscono tutto. Oggi poi si trovano molte più cose, ci sono più scuole, si possono comprare i Metodi che allora non esistevano.
Quando ero a Siena nell’80 ho fotocopiato tutto e sono tornato in Sardegna in nave, ed arrivare da Siena a Civitavecchia non è cosa facile portando queste pile di carta...
Da me non si trovava nulla e su quelle carte  ho studiato fino a quando non le ho messe da parte perché ho capito che le scale, l’andare in su e in giù, non mi serviva più di tanto, piuttosto mi serviva ascoltare o trascrivere il suono del mio musicista preferito.
Cito solamente due musicisti che suonano la tromba: Fabrizio Bosso che, anche se non fa parte più della cerchia dei giovanissimi, è immenso; e poi un giovane musicista bravissimo che si chiama Luca Aquino, un mio allievo a Nuoro qualche anno fa, che ha inciso due bellissimi dischi per la Universal e che rappresenta al meglio questo incrocio dei linguaggi.
Il musicista che conosce il jazz  si pone anche delle questioni sull’attualità della musica e quindi cerca un compromesso, fa un cross over tra il jazz e quelle sonorità che fanno parte della musica di oggi. Questo fa ben sperare sul futuro del jazz, che non è morto come dicono molti negli anni Cinquanta- Sessanta, ma che invece direi è vivo e vegeto.


leggi la recensione
Sicuramente non è morto ma è crudele confrontarsi con i giganti di quegli anni. Non c’è più stato Miles Davis, non c’è più stato John Coltrane. È una domanda che avevo fatto a Bobby Watson: come si fa a confrontarsi con questi mostri sacri? Lui mi aveva risposto: “È l’attitudine”.


Condivido questo pensiero di Bobby Watson che peraltro conosco bene e che stimo molto. Esiste un modo di essere jazzman, essere jazzman significa in qualche modo condividere un’attitudine, un modo di essere, un modo di pensare, poi dietro questo c’è una struttura completa, molto rigida che è fatta di un linguaggio, il linguaggio del jazz è una lingua precisa che bisogna assolutamente conoscere. Il miglior modo per dare continuità al jazz è quella di confrontarsi con il passato, ma confrontarsi non significa fare una fotocopia dei linguaggi del passato, non suonare come Charlie Parker, non suonare come Davis, come Coltrane o Billie Holiday.
Quei musicisti suonavano allora in un determinato modo perché c’erano delle motivazioni storiche. Era importante in quel momento andare in quella direzione perché il mondo era costruito diversamente. Oggi non avrebbe senso suonare come allora, ha piuttosto senso conoscere bene quel linguaggio per cercare di metabolizzarlo e di riproporlo in maniera originale, altrimenti questa musica si ferma e si rischia solo di fare una brutta copia di quello che è successo in passato.
Il problema dell’attualità, soprattutto del futuro di questa musica, sta nella nostra capacità di relazionarci in primo luogo con il passato, conoscendo tutto quello che è successo. Non possiamo inventarci qualcosa di nuovo se non conosciamo il linguaggio.
Lo dico sempre agli allievi, cercate di conoscere le storie di questi musicisti, cercate di trascrivere i loro assoli, cercate di capire perché quel respiro di quella nota era lì e non altrove. Entrando nella loro personalità, si riesce anche a scoprire meglio se stessi.  


Un’ultima cosa a proposito del passato: ascoltando le registrazioni degli anni 30, dell’orchestra di Duke Ellington, una cosa che a un certo punto mi ha colpito è un certo relax, una calma estrema dell’esposizione dell’orchestra, intorno non c‘era un mondo rumoroso come il nostro. Lei che è nato in un mondo silenzioso, pensa che sia stato importante?


Probabilmente se dovessi andare alla ricerca delle parole più citate in questo libro queste sarebbero suono e silenzio. Credo che il nostro modo di fare musica, anche il nostro modo di vivere, anche il nostro modo di comportarci, di parlare, i nostri interessi siano molto relazionati agli spazi quotidiani, architettonici, gli spazi di una città o meglio ancora gli spazi che il suono lascia  rispetto al silenzio.
Suono come suono perché ho vissuto la mia infanzia nel silenzio che, in qualche modo, mi ha insegnato e mi ha forgiato. La civiltà di oggi, i ragazzi di oggi, hanno un altro concetto di silenzio, vivono in mondo molto più rumoroso ed in fondo è giusto che propongano una musica diversa, una musica che ha a che fare con il metropolitano, che ha a che fare con i suoni digitali, con l’elettronica. Credo che sia questa la grandezza del jazz, anche se è difficile parlare oggi del jazz... che cos’è il jazz? Ci sono persone che dicono “Il jazz non mi piace”. Non significa niente. Il jazz quale?
Il jazz di Amrstrong? Quello di Miles Davis? Quello di Coltrane? Di quali anni? Dei primi? Degli ultimi? Ascension? Love Supreme? Oppure Giant Steps? Oppure Miles, che cosa? Possiamo parlare di Ornette Coleman, possiamo parlare del free, del silenzio di Keith Jarrett, possiamo parlare di mille modi diversi di concepire questa musica. Jazz è una parola troppo corta per raccontare tutto quello che è successo in questi anni di vita, in questi cento anni. Per me il jazz è la musica dell’attualità, io gli cambierei nome, la chiamerei musica attuale, quella musica che forse meglio di altre, senza mettere sul piedistallo niente o nessuno, rappresenta la società odierna con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. È una musica spugnosa che si relaziona, che si confronta, che si pone delle questioni, che si da anche delle risposte. È normale che il jazz di oggi sia di quanto più diverso da quello degli anni 50, perché la società è cambiata, i ritmi sono cambiati  e soprattutto il rapporto tra suono e silenzio è cambiato. È giusto che chi suona jazz oggi lo faccia con un silenzio che non è quello del passato. Io ho vissuto il mio 30 anni fa. Ma la società di 30 anni fa, i ritmi, i suoni, i silenzi erano completamente diversi da quelli di oggi.


Voglio solo ricordare che nel suo libro gli altri momenti più intensi sono quelli sui viaggi, India, Africa, Cina. A proposito dell’India parla dei musicisti indiani, che vanno fuori di testa se vedono quattro accordi che cambiano in pochi secondi. Sono tutte differenze dei linguaggi nelle diverse parti del mondo. Parla della lingua, che si collega all’inizio come un cerchio, parla di questa cosa bellissima, alla fine del libro, che ha fatto per suo padre, l’aver raccolto tutti i suoi scritti. Non so se vuole dire qualcosa in più...

Ne parlo alla fine del libro non perché sia secondaria, ma perché in qualche modo chiude il cerchio rispetto al primo capitolo in cui si parla proprio della Sardegna, dell’infanzia, del rapporto con la terra, con il paese, con le persone, con la banda. La lingua è il secondo suono della mia vita, o forse il primo, io ho imparato il sardo prima dell’italiano e continuo a parlare il sardo con i miei genitori che sono ancora presenti. Quando viene a casa qualcuno che il sardo non lo capisce, continuiamo a parlare imperterriti in sardo perché non potremmo fare altrimenti, fa parte del nostro dna.
Mio padre è un poeta e, nonostante sia un uomo semplice, è uno che ama la cultura, le belle cose, la musica. Ha scritto poesie, ha raccolto frasi, modi di dire, imprecazioni. Quando ho iniziato a lavorare con il computer ho scoperto tutto questo materiale e, senza che lui lo sapesse, l’ho preso e ho stampato questo libro che gli ho consegnato nel Natale di ormai diversi anni fa. Lì c’è un po’ tutta la nostra memoria, c’è la memoria di una comunità, delle parole perse. Mio padre ha 86 anni, è ormai l’ultimo depositario di quella memoria e quando gli ho consegnato quel libro l’ha guardato mi ha chiesto come avevo fatto a mettere tutto quel materiale in quel computer così piccolo.
Forse non ha tutti i torti, oggi siamo abituati a correre, anche sul computer si fa tutto velocemente, ma scrivere una parola è molto più difficile che mandare una e-mail. Lui scriveva in campagna, quando pioveva prendeva gli scontrini della spesa che trovava lì e si annotava delle cose. Oppure annotava su un calendario dove c’era il parto delle vacche o della medicina da dare alla vigna.
Questo concetto della terra, della cultura, della semplicità diventa poesia. Trovo che lui sia un poeta vero, nella sua semplicità c’è una saggezza che viene dalla terra (e che a me ha insegnato tantissimo) che cerco di riportare nella musica. Quello che è lingua per me è suono. Io non sono scrittore, ma cercando di scrivere questo libro, di raccontare una storia normale, provo a farlo, perché penso che raccontare significhi trovare un suono per dire delle cose. Quando parlo dell’India, racconto di un flautista indiano che andai a sentire e che suonò per 30 minuti la stessa nota. Mi addormentai e poi mi svegliai e ricordo ancora di quel suono. Noi siamo abituati a sentire tante note e invece con una nota sola si può raccontare una grande storia. Questo significa che il suono è la cosa più importante all’interno della musica. Non sono perciò necessarie un sacco di parole per andar a raccontare delle storie. Mi è stato insegnato che con poco si può raccontare tantissimo.

A cura di Jessica Fornasari 



11 novembre 2009  


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