Ricerca avanzata
Intervista

"La gente è magnifica e affascinante": Torey Lynn Hayden, scrittrice innamorata delle persone

È proprio vero che dieci scrittori diversi potrebbero affrontare lo stesso argomento in dieci diverse maniere.
Ero curiosa di incontrare Torey Hayden, la scrittrice americana che da anni vive in Gran Bretagna e che ha insegnato in scuole speciali per bambini problematici, perché ho colto questo suo interesse particolare nel romanzo La foresta dei girasoli. La prospettiva da cui considera l’argomento drammatico del progetto nazista “Lebensborn” non è diretta, ma, per così dire, laterale: è la figlia della donna che ha subito questa traumatizzante esperienza a raccontare; attraverso i suoi occhi vediamo l’effetto devastante del passato sul presente, le conseguenze di quanto è accaduto sia sulla donna sia su chi le sta vicino.


Perché, secondo lei, la gente continua ad avere interesse per la seconda guerra mondiale, soprattutto per il nazismo e la sua malvagia ideologia?

Perchè la memoria collettiva dura solo per una generazione, forse anche meno; la maggior parte delle persone che vivono ora fanno fatica a concettualizzare che cosa è successo. Sanno della guerra in Afghanistan, in Iraq, vedono le bombe su quei luoghi lontani.
E li attrae l’idea di una guerra che si svolse qui e a memoria d’uomo. Un altro punto che attrae l’interesse è che fosse coinvolta della gente del tutto normale. Conosciamo i tedeschi, gli italiani, sono tutti simpatici: siamo stupiti, perplessi, non riusciamo a spiegarci come una cosa così terribile sia potuta succedere senza che ci fossero coinvolte persone veramente malvagie - salvo alcuni naturalmente. Ci preoccupa che qualcosa del genere possa succedere di nuovo, senza che ce ne accorgiamo. Pensiamo all’elezione di Bush: non piaceva, ma nessuno ha detto nulla. Moltissimi non si sono fatti un problema del fatto che abbia invaso i paesi di altri popoli.
Anche in Gran Bretagna il 75% della gente non voleva essere coinvolta nella guerra, eppure i nostri governanti hanno deciso in quella direzione.
Tutto questo mi ha dato un’idea diversa della democrazia, mi ha fatto pensare come questa situazione possa accadere facilmente anche in un paese considerato democratico.


leggi la recensione
Per anni nessuno ha parlato del progetto Lebensborn e poi, sembra quasi all’improvviso, sono stati scritti alcuni romanzi su questo tema. È perché, in un certo senso, era un programma ‘minore’ a paragone del genocidio?


Premetto che ho scritto la prima stesura di questo libro 25 anni fa.
E sì, ci sono delle questioni che sono più difficili da affrontare: il grande Male è stato il genocidio.
Il progetto Lebensborn riguardava gli ariani e c’è voluto tanto tempo prima che si avesse il coraggio di dire che si era fatta violenza anche agli ariani.
A lungo gli ariani hanno fatto la parte dei cattivi, si doveva parlare degli altri che soffrirono di più.
Si trattava di avere un atteggiamento politicamente corretto verso questi fatti.
E poi c’è un altro punto: diciamola tutta, il fatto che le donne vengano violentate non è ritenuto così rilevante e così grave.
Ancora un altro punto: c’è un elemento sessualmente provocatorio nel progetto Lebensborn.
Essere stuprate da dei nazisti entra un poco nel pornografico, sembrava un argomento per romanzi ‘sporchi’ piuttosto che per romanzi seri.


Come è iniziato il suo interesse per il progetto Lebensborn? Quando ne ha sentito parlare per la prima volta?

È stato quando era da poco che mi ero trasferita in Gran Bretagna ed ero ospite da amici nel Galles, in un paese lontano da tutto.
Sul giornale locale ho letto un articolo che parlava di una donna che aveva ucciso due vicini di casa. La donna era tedesca e aveva sposato un gallese, aveva fatto parte del progetto Lebensborn ed era impazzita. Non ho mai fatto ricerche sul suo caso, non volevo impadronirmi della sua storia. Ma mi aveva colpito come vivesse una vita da casalinga normale, come paresse perfettamente inserita, avesse imparato il gallese, avesse due figli, e poi nascondesse dentro di sé quel dramma. Era stato uno shock per tutti. Il mio interesse era rivolto al fatto che quello che accade in una generazione influenza quella che segue.


L’originalità del suo romanzo è nel far parlare Lesley, la figlia di Mara. Quali maggiori possibilità narrative le dava questo espediente? Una prospettiva temporale? Un effetto di specchio, perchè Lesley ha più o meno l’età di Mara in Germania durante la Guerra? e riflette anche le conseguenze del Male?

Sì, volevo qualcuno della stessa età che fosse però normale e riflettesse una prospettiva anormale.
A quell’età si è pronti a lasciare la famiglia, si è pronti ad uno scambio generazionale.
Lesley è una ragazza normale ma è legata alla madre in una maniera che non è affatto normale per le ragazze della sua età. In pratica Lesley è la madre di sua madre.



Un altro dettaglio originale è la nazionalità di Mara: Mara è ungherese e non tedesca. Perché?


Ho fatto Mara ungherese in parte per deflettere la faccenda del politicamente corretto che mi sarebbe stata lanciata contro se ne avessi fatto un personaggio tedesco. Il fatto che fosse ungherese mi ha aiutato a precisare che era una vittima, presa negli ingranaggi di questa macchina della guerra proprio come gli altri. La gente ha degli stereotipi sui tedeschi, temevo che i lettori non capissero che Mara è innocente.

In apparenza questo libro può sembrare molto diverso dai suoi romanzi precedenti. Solo in apparenza, perché è chiaro che il suo interesse è nella psicologia ferita di tutti i personaggi coinvolti: era la psicologia, più che la Storia, il suo interesse principale della storia di Mara?

Sì, certo. La Storia mi ha offerto l’opportunità di guardare alla psicologia, l’ha messa in risalto in una maniera che altri eventi non avrebbero fatto.

So che lei vive in Galles: è per questo che nel libro ha fatto sì che Mara e il marito, e più tardi Lesley, vivessero per un certo periodo nel Galles?

C’è stato un piccolo avvenimento incidentale che è finito dentro il libro: quando sono venuta ad abitare nel Galles, nel villaggio c’era un trenino che in passato portava i minerali alla costa e ora trasportava turisti. Sono stata coinvolta anche io nella ricostruzione della ferrovia per ben 10 anni. Lungo il percorso, un saliscendi tra le colline, si passava accanto ad una foresta e c’era una casetta accanto alla linea ferroviaria. Sembrava la casa di una favola, circondata da rododendri altissimi. E c’era un cartello con il nome in gallese. Io non sapevo ancora bene il gallese e leggevo il nome che c’era scritto come ‘Foresta dei Fiori’. Un giorno, parlando con i miei amici e osservando quanto fosse appropriato quel nome, si misero a ridere: non significava affatto ‘Foresta dei Fiori’ ma ‘Foresta dei Lupi’. Ho pensato a quanto fosse strano, scambiare dei lupi per dei fiori. Quell’errore mi è rimasto in mente: gli scrittori sono come delle gazze che raccolgono cose e le mettono da parte finché tornano utili. Ecco spiegato il Galles nel libro.

Mara commette un crimine, eppure proviamo una tale pietà per lei che troviamo difficile non pensare che sia lei la vittima. Lo è?

Sì, certamente sì. Per me era importante: l’assassinio è male, è sbagliato, ma la vita è talmente più complicata, ci sono tante tonalità di grigio e dobbiamo avere più compassione per la gente. Non sappiamo mai la storia che c’è dietro alle persone...

Nonostante tutto, nonostante la sua follia, nonostante quello che ha fatto, Mara ci affascina: è perchè è un girasole umano?

Probabilmente è così. Mi piace pensare che sia una persona vera. Siamo tutti buoni e cattivi, capaci di male e di bene. Trovo la gente magnifica e affascinante: sono innamorata delle persone. C’è una bellezza che non si può negare, persino nelle erbacce.


11 novembre 2009 Di Marilia Piccone

Commenti



Non sono presenti commenti su questo documento. Vuoi essere tu il primo a scriverne uno?
Già iscritto?
Iscriviti