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INTERVISTA

L'umanità dietro la dipendenza: ecco l'origine di Wilberforce, un personaggio nato dalla passione di Paul Torday per la scrittura

"La persona che ha una qualche dipendenza non è mai simpatica, eppure io volevo che i lettori vedessero l’umanità in lui", ecco perché Wilberforce, malgrado sia un alcolizzato, è un personaggio sostanzialmente positivo.



Ci siamo accordati per un’intervista telefonica a Paul Torday, autore de L’irresistibile eredità di Wilberforce, che si trova a Roma per la presentazione del suo libro. Eppure mi ci vuole un poco di tempo prima di riuscire a parlare con lui, prima che venga al telefono e, quando infine è in linea, gli dico che temevo fosse in uno stupore alcolico come il suo personaggio, già a quest’ora del mattino… Sta allo scherzo e ride, dicendomi che no, non ha ancora iniziato a bere…


Iniziamo con una domanda per soddisfare la mia curiosità: Lei ha iniziato tardi a scrivere. Di che cosa si occupava prima di scrivere romanzi e che cosa l’ha portata ad essere uno scrittore?

Ho sempre letto molto: ho studiato letteratura inglese a Oxford e questo mi ha dato un interesse per i libri e, all’epoca, avevo anche scritto un poco. Poi ho preso la strada dell’industria - quando sei o sette anni fa ho venduto la mia azienda, mi sono ritrovato per metà in pensione. Volevo fare qualcosa di completamente diverso e ho pensato che mi avrebbe interessato ritornare a scrivere. Ho scritto due pessimi libri, ma sono stati come una specie di esercizio per me.
Poi ho scritto Pesca al salmone nello Yemen e, con mia grande sorpresa, mi è stato offerto un contratto per altri due libri. Ho scritto L’irresistibile eredità di Wilberforce nel 2006 ed è stato pubblicato lo scorso anno. Nel frattempo ho scritto altri due libri: mi diverto, mi piace questa mia seconda carriera, mi ringiovanisce di dieci anni.


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L’irresistibile eredità di Wilberforce: mi spiace, non ricordo affatto chi fosse Wilberforce nel romanzo di Thackeray che Lei cita all’inizio: chi era?

In realtà in Thackeray è un personaggio che appare proprio solo di sfuggita: lo ricordavo nell’atto di bere e di finire il bicchiere senza neppure accorgersene. Storicamente il vero Wilberforce è la persona che ha spinto il Parlamento inglese ad abolire la schiavitù.


E da dove è venuta l’idea per questo libro?

Penso che la maggior parte della gente conosca qualcuno che abbia una dipendenza da qualcosa - alcol, droghe, jogging - oppure conosca qualcuno che a sua volta sa di qualcuno che è ‘drogato’ di qualcosa: non siamo mai molto lontano da persone che abbiano una qualche forma di dipendenza.
La persona che ha una qualche dipendenza non è mai simpatica, eppure io volevo che i lettori vedessero l’umanità in lui. È una cosa talmente comune ed è una situazione distruttiva: chi ne esce maggiormente distrutto è per lo più chi è vicino al soggetto in questione - gli amici, la famiglia. Ed è quello che voglio far risaltare nel romanzo.


Chi è il vero protagonista del libro? Wilberforce o il vino?

Wilberforce, certamente. Perché il vino è un’illusione: Wilberforce non può vivere nel mondo reale, non è capace di relazionarsi alle persone. Il mondo della cantina - o della cripta, come la chiama Wilberforce - è un mondo segreto ed è anche un mondo che non ha alcun valore alla fine. Infatti lui cerca di vendere la cantina con tutti i suoi vini, pensa che abbia un gran valore e invece non ne ha affatto. Lui crede che il vino lì contenuto sia fantastico, e invece quello veramente buono è stato già venduto molti anni prima.


Le due parole chiave nel titolo sono irresistibile e eredità: mi sembra che Lei volesse giocare con le parole, ma - senza rivelare nulla: quanto c’è di genetico nell’alcolismo di Wilberforce?

Quando facevo le ricerche per il libro, mi è capitato di parlare con un ex alcolista che mi ha detto, ‘è una condizione sia genetica, sia famigliare’, cioè dipende sia dal DNA sia dall’ambiente in cui si cresce.
L’eredità genetica è come una pistola carica di cui si deve premere il grilletto. E il premere il grilletto è l’ambiente in cui sei cresciuto. Wilberforce non ha alcun senso del proprio valore - quello che cerco di far capire è che una dipendenza si forma spesso in persone che hanno scarsa autostima - sono loro le persone più vulnerabili. Ma naturalmente la mia è la speculazione di un romanziere…


In un certo senso sentiamo che Francis Black - con questo nome - è l’ombra scura dietro Wilberforce. In che cosa si differenziano?

La differenza è che Francis ci dice che da giovane era dipendente dal gioco. Però Francis ha un background diverso da Wilberforce ed è importante: è consapevole di chi egli sia e del suo posto nella società a cui appartiene. Sono ricchi, sono proprietari terrieri, sono sicuri di sé.
Wilberforce non appartiene a loro, cerca di entrare in quel mondo e infatti si sposa con una ragazza dei “loro”. Ma non ci riesce, non sopravvive, non è capace di restare nel loro mondo.


Proseguendo la lettura abbiamo sempre più l’impressione che la passione di Wilberforce abbia qualcosa di mistico: non parla della cantina, ma della ‘cripta’, ci sono le parole di Francis che ricordano quelle di Cristo e tutti i rituali che vengono osservati prima di bere: l’ebbrezza, a qualunque cosa sia dovuta, è pure la ricerca di un’altra dimensione di sé?

Interessante questo quesito. Wilberforce chiama la cantina ‘cripta’, che è il luogo sotto la chiesa, e infatti è un luogo quasi religioso per Wilberforce. Il vino è l’alternativa alla religione, bere è in un certo senso un simbolo. Ubriacandosi trova una qualche senso di credo religioso.


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Che cosa la spinge al paradosso nello scegliere il soggetto dei suoi libri? Quello precedente sembrava uno scherzo - a pesca di salmone nello Yemen… Le piace divertirsi mentre scrive?

Sì, proprio così, mi diverto, ecco perché scrivo, mi piace divertirmi.
Scrivendo ho due scopi: io non sono un letterato e il mio primo lavoro è fare sì che il lettore giri la pagina. Per questo ho bisogno di una storia forte.
Il secondo scopo è che io penso di dovermi rivolgere al lettore su parecchi livelli: sul più superficiale c’è la storia e poi c’è qualcosa sotto la storia che spinge a fare domande - come sta facendo lei.


Un’altra cosa mi ha interessato nel suo libro: dal nome della magione, Caerlyon, alla descrizione dei luoghi, mi pare chiaro che il romanzo sia ambientato nell’estremo nord dell’Inghilterra, se non in Scozia. E mi domandavo che cosa la spinga verso Sud - già nel romanzo precedente, dove portava i salmoni nello Yemen, e ora, da un paese freddo e più adatto alla birra o al whiskey al sogno della Provenza e dei vigneti al sole…

Ha indovinato: abito nel Northumberland, l’estremo Nord dell’Inghilterra, e mi piace scrivere di paesaggi che conosco. Andiamo anche spesso in Scozia, che amiamo molto, sia io sia mia moglie. E poi mi piace un’ambientazione più rurale: penso che ci dovrebbero essere più romanzi ambientati in campagna, e non solo in città.
Quanto al sogno del Sud… be’, se vivi al Nord sogni il sole perché ne vedi poco… Comunque il prossimo libro sarà ambientato in Scozia.



20 luglio 2009 Di Marilia Piccone


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