|
|
 |
|
| |
HOME | lunedì 06 settembre 2010 |
 |
|
|
|
|
|
 |
|
 |
 |
 |
|
 |
|
|
 |
 |
Da India, Cina, Libano e Iran... Artisti senza patriaSenza patria. È la condizione in cui vivono Anita Desai, Gao Xingjian, Rabih Alameddine e Amir Naderi. Provengono da quattro diversi punti del mondo, ma hanno una cosa in comune: il difficile rapporto con il proprio paese d'origine. In particolare, Gao Xingjian, che in Cina è stato dichiarato "persona non gradita". Che il loro esilio sia stato volontario oppure no, raccontano la loro esperienza, dicono che cosa pensano oggi della loro madrepatria, come la vedono, come e quanto è cambiata da quando hanno fatto di un altro paese la loro casa. Provengono dall'India, dalla Cina, dal Libano e dall'Iran, tutti Paesi protagonisti del complesso scenario contemporaneo.
| ANITA DESAI: UN’INDIANA CHE VIVE NEGLI STATI UNITI E IN MESSICO |
Anita Desai è considerata la più importante scrittrice indiana contemporanea. È Nata nel ‘37 in India da padre tedesco e madre bengalese. È cresciuta parlando tedesco in casa e indi con gli amici, imparando a leggere e a scrivere in inglese. Ha studiato a Delhi e ora vive tra Stati Uniti, India e Messico. La forza e il merito della Desai, ha scritto Cesare Cavalleri su Avvenire, sta nel ritrarre da dentro la diversità culturale di Oriente e Occidente senza precipitare conclusioni e senza enfatizzare conflitti ma riproducendone, con straordinaria finezza psicologica e suprema eleganza, la complessità, talvolta dal punto di vista occidentale, talaltra dall’orientale. Salman Rushdie ha detto di lei, “Quando penso ad Anita Desai ne vedo distintamente la figura che si staglia alla pari accanto a Jane Austen”. Parla qui di ciò che rappresentano per lei i tre Paesi a cui è legata e dove oggi vive.
Ho trascorso la maggior parte della mia vita in India, vi sono nata, vi ho trascorso la mia infanzia e la mia giovinezza, quindi questo è il paese che conosco meglio, in cui mi sento più a casa, e quando torno è come se non mi fossi mai allontanata. Ma poi mi sono spostata nel Regno Unito e negli Stati Uniti, e diciamo che ho volontariamente lacerato le mie radici, ma non mi definisco un’esiliata. E adesso sono un’outsider praticamente ovunque io vada. Anche quando torno in India vengo considerata come un’outsider, e ovviamente lo sono sempre stata negli Stati Uniti. Quindi, se ho una patria, è la patria dell’outsider. Il Messico è il luogo dove mi ritiro a scrivere. Mi sono imbattuta in questo paese per un caso strano e felice. Nel momento in cui atterrai in Messico, mi sentii subito completamente a casa. Dev’esserci stato un legame nell’antichità tra gli indiani dell’India e quelli del Messico. Quindi non ho avuto l’esigenza di porre dei quesiti, chiedere delle cose a queste persone, perchè mi sono relazionata con loro immediatamente, riuscivo a capire quello che pensavano, quello che avvertivano, e quindi sono stata per così dire sollevata dall’ansia tipica di chi si sente straniero in un Paese. Ritengo il Messico il luogo migliore dove poter scrivere, in quanto l’India, quando vi ritorno, la sento intrusiva, è un posto dove non posso più essere un individuo, perchè faccio parte della società, faccio parte di una famiglia, ho un certo status da cui non posso deviare. In Messico, invece, mi sento sia a casa che completamente libera da tutti le catene che ho in India, mi sento libera di entrare nel mondo della fantasia, che è il mondo in cui vive lo scrittore, e quindi mi muovo felicemente in questo mondo.
Mi è stato chiesto come mai io abbia scelto di scrivere in lingua inglese, la lingua dei colonizzatori. La ragione è semplicemente storica, in quanto gli inglesi hanno dominato, sono stati colonizzatori dell’India per trecento anni e io sono nata verso la fine, verso la conclusione di quel periodo. I miei genitori non erano di madrelingua inglese, però mi hanno mandato a studiare in una scuola di missionari inglesi e l’inglese è stata la prima lingua in cui io ho imparato a leggere e scrivere, non a parlare, perchè parlavo altre lingue, ma l’inglese è stata la prima lingua per così dire che si è impressa nel mio cervello, nella mia mente, come lingua letteraria. Quando cominciai a scrivere era passato da poco il periodo dell’indipendenza, e molti dibattevano su questo argomento caldo. Molti criticavano coloro che scrivevano in inglese perchè usavano una lingua coloniale e si ponevano il quesito del perchè continuare a utilizzarla. Adesso questa domanda non viene più posta, non è più necessario che spieghi la mia scelta di scrivere in inglese, è una domanda che si è come eclissata, perchè dopo cinquant’anni d'indipendenza abbiamo accettato il fatto che l’inglese sia una delle tante lingue che si parlano in India. Ed è anche molto utile, è una lingua panindiana, perchè se si va in Bengala o a Nuova Delhi comunque ci sarà qualcuno che mastica l’inglese. Io sono anche grata a questa lingua, perchè mi ha consentito di leggere tantissima letteratura mondiale, cosa che non avrei potuto fare conoscendo soltanto le lingue indiane, perchè non molta letteratura straniera viene tradotta in queste lingue. Ho potuto leggere Proust, Dostoevskij grazie alla mia conoscienza dell’inglese, quindi non la considero più una lingua coloniale, ma una lingua internazionale.
| GAO XINGJAN: UN CINESE ESULE IN FRANCIA |
Gao Xingjian, Premio Nobel per la letteratura, non è solo scrittore, è un artista totale, poeta, saggista, narratore, cineasta, pittore, autore di teatro. Nato nel 1940, nel ‘62 si è laureato in francese presso l’Istituto di Lingue Straniere di Pechino. Durante la rivoluzione culturale scatenata dalle guardie rosse di Mao viene costretto a bruciare i suoi manoscritti e mandato per cinque anni a lavorare la terra. Negli anni Ottanta è drammaturgo del teatro popolare di Pechino, ma dopo ripetute censure lascia la capitale per un lungo viaggio sulle montagne del sud ovest, da cui nasce il suo libro più famoso, La montagna dell’anima. Alla vigilia della rivolta di Tienanmen decide di lasciare il Paese e va in esilio a Parigi. Qui scrive, tra le altre cose, La fuga, una pièce teatrale dedicata proprio a Tienanmen che gli costa la dichiarazione di persona non gradita in territorio cinese. Dal 1997 è cittadino francese. Ci parla ora del suo rapporto con la Cina di oggi, così diversa, almeno dal punto di vista economico, da quella che fu costretto a lasciare, e di una aventuale possibilità, dopo la riforma economica, di una riforma democratica in Cina.
La Cina è lontana, è molto lontana per me, perchè l’ho lasciata vent’anni fa e da allora non vi ho più fatto ritorno, quindi credo che voi giornalisti, che parlate e scrivete spesso della Cina, la conosciate meglio di quanto non lo faccia io. Il mio lavoro è il lavoro dell’artista, il lavoro dello scrittore, quindi non faccio politica né lavoro di informazione, non ho a che fare con i mass media, questo non mi interessa. Ovviamente sono al corrente di quanto sta succedendo in Cina, dove si è assistito a uno sviluppo economico che ha dell’incredibile e non vi è dubbio alcuno che la Cina sicuramente diventerà una grandissima potenza economica mondiale, questo fa sicuramente parte dell’evoluzione delle cose. Però questo ritmo e questo sviluppo, mi angoscia, soprattutto la velocità a cui si sta assistendo, perchè c’è un problema ecologico molto grave di cui non possiamo non tenere conto: se continuiamo a sfruttare le risorse naturali a questa velocità senza prenderci minimamente cura della tutela della natura sicuramente ci saranno gravi ripercussioni.
Con l’economia di mercato la Cina stava andando verso la democratizzazione, e c’erano anche dei fautori della democrazia che dicevano ci sarebbero voluti tre mesi o tre anni, e che quella sarebbe stata la direzione che avrebbe seguito la Cina, la direzione giusta. Anche alcuni osservatori occidentali avevano detto che in Cina sicuramente sarebbe avvenuta la democratizzazione. Per quanto mi riguarda, io non vedo un nesso logico fra l’evoluzione dell’economia e la democratizzazione, perchè la democrazia dipende sicuramente da qualcos’altro, non solo dall’economia. È vero che il governo cinese ha ben assimilato il capitalismo, ma bisogna anche dire che il regime continua a essere totalitario, perchè in Cina non c’è libertà di espressione, e i diritti umani continuano a essere un problema. Vi faccio anche il mio esempio personale: il mio nome non viene citato negli organi di stampa ufficiali, non soltanto i titoli delle mie opere non vengono citati, ma anche il mio nome è censurato, tranne ovviamente quando devono rivolgermi delle critiche, come è successo quando ho preso il nobel, allora lì sì che sono stati in grado di recuperare il mio nome. Quindi credo che, da vent’anni a questa parte, almeno da quel punto di vista le cose non siano cambiate moltissimo in Cina. E quella pièce che avevo scritto tre mesi dopo Tienanmen, La fuga, non è una pièce a sfondo politico, è un’opera filosofica, si parla di questa tragedia umana e contemporanea, senza però precisare che gli eventi si svolgevano in Cina. Quindi questo è il mio lavoro di artista, il lavoro che faccio io, ma il mio lavoro di artista non consiste nel parlare di eventi politici o citarli. Ma va comunque detto e ribadito che tutte le mie opere continuano comunque a essere censurate. Ora, per quanto riguarda il futuro della Cina, non credo di poter condividere il punto di vista degli osservatori che generalmente ne parlano in occidente. Si parla sì di ottimismo, ma forse potrebbe anche trattarsi di un ottimismo cieco, perchè se si conoscono bene la Cina e le sue condizioni storiche, ci si rende conto che la democratizzazione e la democrazia hanno ancora molto cammino da compiere, e questo cammino sarà sicuramente molto lungo. Sicuramente prima o poi tutto questo avverrà, ma non so se io farò in tempo a vederlo, se sarò ancora vivo. Il mio esilio mi permette di non dover aspettare che questo avvenga in Cina, di potermi esprimere già oggi. Però, ripeto, io ora sono molto lontano dalla Cina, e ciò che mi interessa di più oggi è l’Europa, la mia Europa, dove intravedo questo futuro con una nuova freschezza di pensiero.
Ora approfitto per svolgere il mio lavoro di pittore e scrittore, attività collegate e complementari: la pittura inizia laddove non arrivano le parole. La lingua è basata sulle parole, e le parole sono concetti, nozioni, non sono concrete. La pittura, invece, è immagini, è una visione estremamente concreta che suscita immediatamente un’impressione nelle persone, quindi evoca delle sensazioni senza passare attraverso una rappresentazione intellettuale. Attraverso la pittura, l’artista può realizzare senza alcuna interpretazione tutta la sua follia. Anche quello che ha percepito, che è invisibile, diventa repentinamente visibile, e quindi anche comunicabile. Ed è il motivo per cui quando si dipinge si è animati da un’altra passione.
| RABIH ALAMEDDINE: UN LIBANESE DIVISO TRA SAN FRANCISCO E BEIRUT |
Rabih Alameddine è scrittore e pittore. È nato nel 1959 ad Amman, in Giordania, da genitori libanesi. È cresciuto tra il Kuwait e il Libano, ha studiato in Inghilterra e negli Stati Uniti. Curiosamente per uno scrittore e pittore, si è laureato in ingegneria a Los Angeles, all’Università della California. Vive tra San Francisco e Beirut. Il suo romanzo più recente si intitola Hakawati. Il cantore di storie. Ci dice qual è oggi il suo rapporto con il Libano, e cosa c’è di lui nelle due città tra cui si divide, San Francisco e Beirut.
In uno dei miei libri ho scritto che al Libano io appartengo ma non riesco a inserirmi, negli Stati Uniti mi inserisco ma non appartengo. È proprio questa continua contraddizione tra l’essere adeguato e l’introdursi, l’adattarsi a un paese che ha suscitato il mio interesse nella scrittura. Io ho quasi cinquant’anni, e dopo tutto questo tempo mi rendo conto che il problema non consiste nell’avere una casa, ma nell’essere senza una casa. La cosa importante è la distanza che bisogna tenere da questa casa, da questa patria, la distanza ideale che deve cercare l’artista, il pittore. Quando sono in Libano trovo difficile scrivere del Libano, e quando sono negli Stati Uniti trovo difficile scrivere degli Stati Uniti, quindi scrivo degli Stati Uniti quando sono in Libano e viceversa.
In Libano la comunità mi schiaccia, per così dire, mi sovrasta. Quando sento di appartenere a una comunità trovo difficile vederla con chiarezza, e quando sono troppo lontano trovo ancora più difficile descriverla, quindi è proprio l'equilibrio, la distanza giusta da un paese che mi consente di lavorare come scrittore e come artista. Quindi non è tanto quello che si fa o come lo si fa, ma la questione è riuscire ad agire senza essere inghiottiti dalla comunità. Fortunatamente, o sfortunatamente, io appartengo agli Stati Uniti e al Libano, che mi avvolgono, che mi inghiottiscono, e l’idea di riuscire a inserirmi in luoghi diversi è quello che mi ha consentito di mantenere la sanità mentale o al contrario mi ha portato a un’insanità mentale. Trovo molto interessante questa interazione, molti mi dicono che sono uno scrittore sia libanese che statunitense, altri mi dicono che hanno appreso tantissimo leggendo i miei libri sul Libano. Io penso di scrivere di un Paese che in realtà è immaginario, non esiste. Io lo sento come reale, ma non so se effettivamente lo è, se è quello il Libano che io descrivo. Quindi, definire dove uno definitivamente viva è molto difficile.
| AMIR NADERI: UN IRANIANO A NEW YORK |
Amir Naderi, iraniano, nato nel 1946 e rimasto orfano da bambino, ha vissuto un’infanzia difficile, i cui echi si trovano nel suo film The Runner. Trasferitosi a Teheran, Naderi ha cominciato a lavorare come fotografo di scena e assistente regista. Negli anni Ottanta si è trasferito negli Stati Uniti. I suoi film in Italia non sono molto noti perchè non sono mai arrivati nelle sale. Nel 2006 il museo del cinema di Torino gli ha dedicato una retrospettiva. Il suo ultimo film, presentato alla mostra di Venezia, Vegas: based on a true story, è una curiosa storia ambientata in una Las Vegas molto diversa da quella che noi conosciamo. A lui non si può non fare una domanda sulla situazione attuale dell’Iran e di Teheran. Da una parte ci si chiede se il potere iraniano sia una dittatura fascista o una dittatura religiosa; dall’altra, inevitabilmente, se ciò che sta accadendo oggi in Iran sia l’inizio di una disgregazione del regime che in tempi più o meno lunghi porterà a una riforma democratica o se sia un ulteriore segno di irrigidimento che andrà ancora una volta a deludere le speranze di molti.
Io non sono un uomo politico, e se conoscete i miei film lo saprete già. Questo è un argomento impegnativo. Ho lasciato il mio paese ventitrè anni fa e non sono mai ritornato. Allora dissi addio alla mia famiglia, ora non ho numeri di telefono, non so chi è vivo o chi è morto, l’unica cosa che faccio è mandare dei soldi, appena ne ho, allo stesso indirizzo, ma non so chi li prende. Quindi, questo è il mio background e il mio rapporto con l’Iran. Nel corso degli ultimi vent’anni, e in particolare sei, sette anni fa quando c’è stata la guerra tra l’Iraq e gli Stati Uniti, ho deciso di non guardare più la televisione. Quindi io adesso non la guardo più, non leggo più i giornali, non parlo mai di politica, e non vado mai neanche al cinema: ho una collezione di tremila film, e quando mi va me ne guardo uno tranquillamente, senza dover uscire. Non vedo i film nuovi. Inevitabilmente sento le notizie sull’Iran perchè sono ovunque, sono molto triste per la situazione attuale del mio paese. Però sono felice perchè sento di questi giovani che hanno deciso di fare qualche cosa. Nei miei film, lo saprete, io ripongo le speranze di cambiamento sui giovani, perchè se qualcosa mai cambierà sarà solo grazie a loro. Quindi, di nuovo, anche se questo è un argomento molto importante, io non parlo mai del regime del mio Paese, non ne ho mai parlato in questi anni, non perché lo tema, semplicemente perchè tutto ciò che si potrebbe dire è ovvio. Mi ha cresciuto mia zia che mi diceva “Non fidarti mai della politica e di tutto quello a essa collegato”.
Ho girato nove film in Iran, prima di andarmene, ma non li ho mai visti proiettati su uno schermo, questo sia durante il periodo dello Scià che durante il regime islamico. Ho sempre avuto dei problemi per girare i miei film e questa è la ragione per cui ho deciso di lasciare il mio paese e crescere praticamente con il cinema americano. Sono andato a New York e lì ho trovato il mio Paese, non gli Stati Uniti, ma New York. Recentemente ho trovato un altro Paese, con cui ho una relazione un po’ pazza, Las Vegas. Non so perchè mi piaccia, ma questo è il mio nuovo Paese. In realtà io non ho casa, non ho patria. Sono andato a New York come cineasta, quando sono arrivato non conoscevo né la lingua, né le persone; ci ho messo dieci anni per ritrovarmi come cineasta a New York. I miei film stanno diventando sempre più dark, c’è assenza di dialogo, sono sempre più claustrofobici, sempre più sperimentali. Questo perché, in realtà, non ho mai scoperto che cosa io faccia o chi io sia, mi fido soltanto della mia fantasia, della mia immaginazione. L’ultimo film che ho realizzato, Vegas, è una combinazione tra film sperimentale e film narrativo. Ho preso in prestito lo stile di tanti cineasti americani per narrare la storia di questo paese. Sono negli Stati Uniti da ventitrè anni e ora non ho più sogni sul mio futuro, il mio presente o il mio passato.
| 01 marzo 2010 | | Di Silvia Casati |
Condividi su: |
 |
|
 |
|
|
|
 |
|
 |
|
|
Copyright © 1996/2010 Internet Bookshop Italia, tutti i diritti riservati. Wuz è un marchio registrato. Licenza SIAE n. 513 / I / 06-359.
Concessionaria di pubblicità MYads.it
Con la collaborazione di Argentovivo per il settore editoria libraria
Dati audience certificati Audiweb
Internet Bookshop Italia è una società di Giunti & Messaggerie
Eventuali comunicazioni e segnalazioni utili possono essere inviate alla redazione
Alcune foto presenti su Wuz.it sono state prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio.
Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione che provvederà prontamente alla rimozione delle immagini utilizzate.
|
|
|
|