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INTERVISTA

Intervista a Olen Steinhauer

L'americano Olen Steinhauer, già autore di una serie di romanzi di spionaggio ambientati nell'Europa dell'Est, ha trasformato la semplice attività di “viaggiare per diletto o per istruzione” in qualcosa di molto, molto più complesso e, soprattutto, pericoloso.

Leggi la recensione a "Il turista"


Immagino che chi scrive romanzi di spionaggio, sia anche un appassionato di questo genere: da quali letture è nata la sua passione?

In realtà la lista delle mie letture di questo genere non è molto lunga. Non leggo molti romanzi contemporanei, preferisco i classici: John le Carré, che considero il più grande, o Charles McCarry, uno scrittore americano che negli anni Settanta ha scritto cose brillanti e intense. Devo anche ammettere che non ho letto Graham Greene anche se molti mi paragonano a lui.
Sono interessato soprattutto a quegli scrittori che cercano di dare qualcosa di inaspettato alla loro scrittura, che vanno al di là della semplice costruzione di una trama. Per questo amo gli autori che ho citato prima: sono sempre molto attuali, per il periodo in cui sono usciti i loro romanzi e, in particolare, rileggo ogni anno La talpa di le Carré.


Il suo romanzo, pur non approfondendo questo tragico evento, si apre proprio la vigilia dell'11 settembre del 2001, come se questa data fosse uno “spartiacque”. Immagino che da allora sia cambiato il modo di fare spionaggio, ma crede sia cambiato anche il modo di scrivere romanzi di spionaggio?

C'è una grande differenza e si nota nei romanzi di spionaggio che trattano questo argomento, e che sono molti. Io però ho preferito evitare. Innanzitutto perché è difficile parlare di questi fatti e, in secondo luogo, perché è difficile parlarne bene. Hai ragione, come dici tu, l'11 settembre è stato una specie di spartiacque: prima c'erano scrittori, come Alan Furst ad esempio, che ambientavano i loro romanzi di spionaggio in tempi passati: Furst descrive avvenimenti durante la Seconda Guerra Mondiale, io, invece, ho scritto una serie di libri ambientati nell'Europa dell'Est della Guerra Fredda. Questo che avevo scelto per i miei romanzi precedenti è un periodo che si presta facilmente allo spionaggio, tanto che ero preoccupato, quasi a disagio, quando ho cominciato Il turista. Se la Guerra Fredda, infatti, è ormai un argomento che conosciamo, che è facile da capire e, quindi, da descrivere, dopo l'11 settembre il mondo è cambiato o, meglio, forse è cambiato soprattutto il modo in cui vediamo le cose. Dal punto di vista dello spionaggio, invece, non credo sia cambiato molto: era molto burocratico prima, molto burocratico è rimasto, e sarà molto burocratico anche fra quindici o vent'anni. Forse “loro” pensano di cambiare, ma credo che la gerarchia burocratica all'interno del mondo dell'intelligence sia rimasta più o meno la stessa. Ovviamente, io volevo che si capisse che il mio romanzo è stato scritto dopo l'11 settembre, e l'ho evidenziato chiaramente all'inizio, ma perché volevo fosse una data di partenza per un mondo successivo e per non parlare direttamente di questo evento.
Come si costruisce praticamente una trama così ricca di personaggi e così intricata?

In realtà, non credo ci sia un metodo vero e proprio per scrivere. Io mi servo molto delle immagini: ho in testa delle immagini e le seguo per vedere dove mi portano. Per quanto riguarda questo romanzo ho scritto una prima sezione e poi mi sono fermato per un mese. Poi l'ho ripreso, l'ho riletto, ho avuto nuove idee e l'ho ricominciato di nuovo. Sono il classico tipo di scrittore che non sa esattamente a priori quale direzione sta prendendo: è forse per questo che le mie trame sono così complesse – a dire la verità a volte mi confondo io stesso per tutte le informazioni che contengono!
Il mio obiettivo è quello di riuscire a scrivere tenendo la storia sempre ben presente, in  modo che non sfugga al mio controllo e, se vogliamo tornare ad un metodo pratico, io scrivo molto più di quello che alla fine tengo – per questo libro ho scritto circa 800 pagine. Chiaramente ho eliminato molte parti. Dopo averle lette, rilette, tagliate, corrette, le ho riscritte nuovamente: alla fine il risultato è quello che hai in mano, perché voglio tenere solo ciò che veramente è importante.


La trama di questo romanzo ha come ambientazione molti luoghi diversi fra loro: come li sceglie e come li “costruisce”?

Non è importante conoscere un'intera città, Parigi o Milano, ad esempio, dove non ero mai stato, ma il luogo specifico dove si svolge l'azione: un palazzo, una via... e questo non è difficile. La cosa difficile è dare una caratterizzazione a quella strada o quel palazzo, in modo che non sembri un set cinematografico costruito appositamente, ma qualcosa di molto realistico. Per ottenere questo risultato, io cerco soprattutto di non ripetere i cliché più comuni legati al luogo stesso. Ad esempio, Parigi è vista da noi americani come il set di un vecchio film in bianco e nero, dove, ad esempio, non ci sono persone di colore: io ho sconvolto tutti ribaltando questo cliché, dando credibilità a ciò che scrivo. Un altro elemento molto importante è l'idea di flessibilità: una città è vera ed è così in quel momento e per quel personaggio che è al centro dell'azione. Parigi, ad esempio, non è una città triste, ma può diventarlo per un personaggio triste in quel momento.

Ne Il turista lei affronta anche temi di una certa importanza – ad esempio il ruolo della Cina, la situazione in Africa... Vuole dare al lettore solo un'occasione di svago o anche motivi di riflessione?

Credo che il primo compito della letteratura sia quello di divertire e questo è anche il mio scopo principale. Detto questo, c'è anche la possibilità di suscitare riflessioni più profonde nel lettore. Io non sono il tipo di scrittore che vuole a tutti costi far passare un messaggio - non sono uno scrittore politico -, ma quello che mi interessa è inscenare una serie di conflitti in modo che il lettore, ad un certo punto, non riesca più a distinguere ciò che è vero da ciò che è finzione. I miei protagonisti non sono mai totalmente positivi o totalmente negativi, perché voglio che il lettore valuti autonomamente, dal suo punto di vista, la situazione del personaggio e quindi le sue caratteristiche morali.
In questo modo il narratore riesce a porre delle questioni, a suscitare riflessioni che altrimenti, nella vita normale, non farebbe mai, per mancanza di tempo, forse. Credo che sia, in qualche modo, il metodo di conoscenza “socratico”, quello di dare uno spunto che inneschi una riflessione successiva. E questo è anche il modo migliore per uno scrittore di coinvolgere il lettore nella lettura del proprio romanzo!



26 giugno 2009 Di Lidia Gualdoni


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