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HOME | mercoledì 16 maggio 2012 |
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Intervista a Vinicio Capossela
 | | © Warner Music Italy |
Più scrittore che musicista
Ha chiuso a Verona l'11 settembre il Grand Tour 2006, ma quest'estate è stato anche uno dei protagonisti del viaggio di Paolo Rumiz sulla Topolino in giro per gli Appennini. Dunque un Capossela viaggiatore oltre che magnifico musicista e autore di versi straordinariamente densi di parole...
Una splendida e celeberrima canzone di Charles Aznavour (chissà se Capossela gradirà l'accostamento...?) sembra descriverlo. È un istrione, ma la genialità è nata insieme a lui, è un istrione ma la teatralità scorre dentro di lui. E ad essere sinceri, solo un vero istrione è grande come lui... È sulla scena sempre: mentre parla, mentre cammina, o suona, o racconta, come ha fatto recentemente, di viaggi reali e virtuali. Un istrione geniale nascosto sotto un cappello e un abito elegante indossato con una certa trasandata disinvoltura, un istrione "a cui la scena dà la giusta dimensione".
Ha chiuso a Verona l'11 settembre il Grand Tour 2006, ma quest'estate è stato anche uno dei protagonisti del viaggio di Paolo Rumiz sulla Topolino in giro per gli Appennini. Il suo prossimo impegno pubblico sarà a Madrid il 13 ottobre, per il prestigioso Festival de Otoño, unico italiano con 37 compagnie provenenti da tutto il mondo, in cui metterà in scena il suo spettacolo da Ovunque proteggi, l'ultimo album dove, ancora una volta, le parole sono importanti quanto, se non più delle note.
Nei tuoi album l’uso della parola, del suono stesso della parola e del verso è fondamentale. Mi sembra dunque giusto chiedere a te se il futuro della poesia possa essere legato alla musica.
 | foto Luca Giampietruzzi © viniciocapossela.it | Sono sempre stato più uno scrittore che un musicista, canto quello che scrivo e spesso le cose che scrivo nascono da racconti più estesi che poi riduco alla forma di canzone. In realtà la parola, una volta scritta, può essere pronunciata, può essere cantata… È chiaro che la parola musicata, la canzone, è una forma specifica di linguaggio che non ha molto a che vedere con quello che ognuno può farsi liberamente risuonare in testa leggendo un verso. Quindi diciamo che, seppure i versi delle canzoni potrebbero avere una loro valenza poetica, c’è troppo "l’ingombro" di quello che li canta, siamo abituati a sentirceli già “cantati” mentre invece un verso risuona di per sé e ognuno lo fa proprio: come un pesce ancora nell’acqua che guizza fuori e uno si fa pescatore, mentre l’altro invece glielo servono già cucinato al ristorante.
La densità linguistica delle tue canzoni sembra significare un grande lavoro sul testo, molto meditato e complesso. Come lavori ai testi?
Faccio un lavoro molto “manuale”. Il mio modo di descrivere le cose (soprattutto delle visioni a mezzo delle canzoni) è un modo che sovraccarica un po’ troppo la canzone di compiti: cerco di fornire una visione (spesso me la disegno prima) con le parole. Allo stesso tempo c’è un aspetto musicale: come suona la parola, quant’è lunga, come viene messa lì… Insomma da tutto questo materiale tirare fuori proprio quelle dieci parole che in fila creino quel meccanismo che ti può "crepitare" in bocca, che abbia una sua “crepitabilità” richiede un lavoro anche molto artigianale. Comunque sostanzialmente tutto nasce da una “visione” e dal cercare di restituire questa visione in termini sia di ambientazione musicale che, soprattutto, di immagini testuali.
Prendiamo spunto dal tratto di viaggio che hai fatto con Paolo Rumiz e la sua Topolino e di cui quest'estate abbiamo potuto leggere la cronaca su La Repubblica. Cos'è il viaggio per te: una parte importante della tua vita? hai avuto occasione di fare lunghi viaggi e prendere da questi degli spunti, oppure il tuo viaggio ideale è più quello mentale?
 | foto Luca Giampietruzzi © viniciocapossela.it | Il mio viaggio è sempre stato breve e nervoso. Nel senso che non riuscito mai a fare lunghi viaggi, però quei pochi sono stati sempre pieni di inghippi, di suggestioni e di cose. Mai esplicitamente viaggi nati per essere raccontati, ma piuttosto i racconti sono sempre stati conseguenze del viaggio che non necessariamente è una condizione “geografica”. Il più grande viaggio è sempre quello dell’immaginazione. Alcuni autori aprono in noi dei viaggi molto più interessanti che non gli accidenti che ci riservano le contingenze geografiche. Credo però che le due cose vadano insieme: non c’è grande viaggio che non abbia il respiro di una grande voce. Un grande viaggio diventa tale avendo dentro di sé il respiro di un grande narratore. Ciò rende a loro volta degni di essere narrati i viaggi. L’aspetto mitizzante della narrazione fa sempre parte del viaggio, è quello che lo fa diventare qualcosa da raccontare. Non sono un vero viaggiatore, ma un vero carcerato. Un vero carcerato si muove lentamente e nervosamente, fa pochissima strada ma con moltissimo bagaglio… Diciamo però che questa ossessione di portarsi tutto dietro, di non perdere niente di quello che è anche l'esperienza umana, per esteso può essere riferita al proprio rapporto con la memoria, con tutto quello che si è. Sin da piccolo ho imparato un po’ a vivere in un mondo di viaggiatori, quelli capaci di prendere il largo con leggerezza e man mano spogliarsi sempre più fino ad arrivare leggeri alla meta e quelli che, al contrario, si appesantiscono vieppiù anche solo richiudendosi…
Com’è nata l'amicizia con Paolo Rumiz?
L’avvicinamento a Rumiz è avvenuto sotto l’egida e la benedizione di un santo a mio modo di vedere particolarmente disgraziato, Santo Nicola, che è stato soppiantato da Babbo Natale con un’operazione di marketing... È stato un vedere la stessa cosa da due punti di vista diversi, con occhio comune: io me lo sono immaginato arrivare con una 127 trainata dai cani come nella notte di Natale, lui l’ha visto invece come segno del pellegrinaggio, andando incontro a un mondo che si ostina a praticare due riti diversi nella stessa chiesa… e lo prendo ad esempio di tutto quello che è venuto dopo.
Un incontro fortunato...
 | foto Luca Giampietruzzi © viniciocapossela.it | Un incontro quanto mai felice quello con Rumiz, fortunato e naturale, che ha fatto un ulteriore passo in avanti con questo viaggio. La tappa che mi sono riservato di fare con lui è stata molto "letteraria" perché i luoghi in cui ci siamo soffermati insieme sono quelli della mia personale letteratura, sia dell’infanzia che dell’immaginazione: qualcosa di cui ho scritto e che non ho ancora pubblicato, ma che pubblicherò.
Viaggiare tra suoni, rumori a volte assordanti, a volte armonici… Si può viaggiare tra i rumori?
Interessante come uno scrittore abbia al centro della sua narrazione l’ascolto del viaggio, i suoni di cui si compone. Ho fatto molti viaggi senza la macchina fotografica e soltanto con un piccolo magnetofono, Quello che normalmente la gente fa con la macchina fotografica lo si può fare registrando solamente le voci e i suoni. Questo è un bellissimo esercizio: a fine giornata mettersi le cuffie e riascoltare la stessa cosa, però vista con un altro “senso”. Mi è sempre interessato trasportare le voci e mi è successo anche di metterle insieme a una musica che le contenesse, oppure usarle nelle forma della narrazione portandole dentro e sentendole. Di solito si fa per cose legate alla vista, invece è molto interessante poter chiudere gli occhi, avere le mani libere e ripercorrere certi luoghi con l’udito.
Mi sembra che le tue canzoni viaggino anche nel tempo. Dove andresti in questo momento?
In questo momento vorrei viaggiare nel tempo della fantascienza e andare sotto il Vulcano per andare a vedere se veramente Polifemo era così solo che aveva anche un occhio solo... però come al solito questi non sono neppure viaggi nel tempo, ma nella fantasia. La tua personale Macondo?
La Vallata dell’Ofanto è la mia Macondo personale che mi ha sempre rimandato, anche per certi racconti della mia infanzia, a un film che forse è il più bello sulla cultura zigana di Bosnia che è il film Il tempo dei gitani di Kusturica.
Leggendo i tuoi testi e ora ascoltando la tua descrizione del legame con i luoghi, sembrerebbe che la tua casa sia piena di ex voto piuttosto che di oggetti di religiosità popolare e misticismo generale… piena di oggetti, insomma. È così?
Beh sì, sono un po’ animista con gli oggetti, faccio fatica a separarmene, mi si attaccano come le pulci. Della religiosità mi ha sempre affascinato l’aspetto del rito, la sacralizzazione delle cose, cioè sottrarle all’uso e poi profanarle e restituirle all’uso. Però gli ex voto non li faccio...
Ringraziamo Matteo Baldi per la collaborazione.
Ascolta l'intervista
| 21 settembre 2006 | | Di Giulia Mozzato |
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