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Giuseppe Pederiali parla del suo ultimo romanzo La vergine napoletanaUna scrittrice di saggi storici, autrice di biografie di donne che hanno lasciato una traccia importante nella Storia interroga Giuseppe Pederiali su questo ultimo romanzo in cui si racconta un episodio immaginato all'interno di un rigoroso quadro storico.
Leggi la recensione di La vergine napoletana
Come le è nata l’idea di un personaggio impossibile come il figlio postumo di Corradino di Svevia?
Alla fine degli anni ’60 abitavo a Napoli, e me ne innamorai (già che c’ero m’innamorai anche di una napoletana). Fu lì che afferrai per la coda una leggenda che mi rimase impressa: il sedicenne Corradino di Svevia, la notte prima di essere decapitato, chiese di conoscere una donna. Da quell’unione sarebbe nato un figlio, che era quindi il discendente diretto del Barbarossa e di Federico II.
In questo modo lei dà un’altra possibilità al sogno di Federico II di un’Italia unita…
Grande sovrano del sud il nostro Federico II! Nato a Jesi, possedeva un rigore teutonico e una creatività mediterranea. I suoi consiglieri, medici, poeti, erano cristiani, musulmani ed ebrei. Le sconfitte dei suoi figli Manfredi e Corradino cambiarono la storia d’Italia, mettendo fine alle felici esperienze di politica plurirazziale e pluriculturale del Mezzogiorno. Per rinnovare questo sogno i due cavalieri protagonisti del romanzo, un padano e un saraceno, cercano la rivincita attraverso il nuovo Corradino.
In questa sua grande storia napoletana lei ha attinto al Cunto de li cunti di Giambattista Basile, come si è trovato ad emularlo?
Basile è il padre di tutte le favole. Grossi debiti nei suoi confronti li hanno autori come Andersen, Perrault e i fratelli Grimm. Io lo ringrazio perché nei suoi racconti fantastici registra anche la reale e concreta vita del popolo. Ma il mio è un romanzo storico, non fantastico, e i principali debiti li ho con gli studi sulle tradizioni popolari.
Eppure ci sono anche creature fantastiche nel romanzo, che ricordano i suoi fantasy medioevali come Il tesoro del Bigatto, La compagnia della Selva bella, Donna di spade…
A me piace usare “alla pari” i grandi personaggi storici (qui compaiono ad esempio Carlo d’Angiò e Celestino V) e quelli inventati, come i cavalieri Giovanni e Yusuf, tra i quali s’inseriscono anche creature bizzarre che però sono reperibili nelle tradizioni popolari medioevali, sempre con l’accortezza di evitare i luoghi comuni, il folclore di superficie, le macchiette.
Un altro argomento al quale ha dedicato vari libri è quello delle persecuzioni contro gli ebrei, e anche qui ne ha inserita una, tanto dimenticata da essere perduta perfino nella toponomastica, come ha fatto a scoprirla?
Si tratta di un piccolo “scoop” scaturito dalle mie indagini sul medioevo, il massacro degli ebrei voluto nel 1293 dagli Angioini, forse il primo pogrom nell’Europa mediterranea. Oggi rimosso, ma fino agli anni ’20 del Novecento esisteva a Napoli una strada chiamata Vico Scannagiudei.
Nel romanzo ci sono molti affascinanti personaggi femminili, assolutamente imprevedibili rispetto a come si immaginano le donne medioevali.
Il palcoscenico del romanzo è fatto di avventure, battaglie e intrighi, ma sono le donne sono le vere protagoniste, seppure con la fatica di sempre. Dalla vergine Cicella, sposa per una notte del giovanissimo imperatore, all’ebrea Allegra che fa innamorare il cavaliere modenese, all’attrice Zeza che ama Corradino junior anche quando si chiama ancora Ciommo e svuota i cessi. Quelli del medioevo sono stati chiamati “secoli bui”. Balle, mai incontrata tanta luce nella storia.
| 20 maggio 2009 | | Di Daniela Pizzagalli |
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