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INTERVISTA

Un premio Nobel ci racconta la crisi: intervista a Paul R. Krugman

Il premio Nobel per l’economia del 2008, Paul Krugman, ha recentemente pubblicato un’edizione aggiornata de Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008 (pubblicato in Italia da Garzanti), il  suo studio-profezia del 1999 in cui esponeva alle nazioni i rischi che avrebbe portato il trasformarsi della recessione in un problema di lunga durata. Krugman espone poi le sue considerazioni sul "pacchetto-stimolo" che il  Presidente Obama ha elaborato per affrontare questa crisi e sui cambiamenti che nei prossimi anni toccheranno gli Stati Uniti e l’economia mondiale.


Quando ha capito che ciò che lei ha chiamato “economia della depressione” stava veramente accadendo?

Credo che fu all’inizio di ottobre. Poco dopo il fallimento della Lehman, quando fu chiaro che il panico totale stava prendendo piede.

Nonostante il ritorno dell’economia della depressione, lei afferma che probabilmente non ci stiamo dirigendo verso una reale depressione, ma dice anche che le piacerebbe essere più sicuro della sua stessa affermazione. É successo qualcosa che le ha tolto sicurezza?

Sì. I numeri dell’economia reale, le vendite al dettaglio, la produzione industriale, le importazioni, le esportazioni, sono peggiorati molto più di quanto mi aspettassi. Ora, è come se l’economia stesse precipitando da una rupe. Questo mi fa essere meno sicuro del fatto che anche delle forti misure di sostegno possano riuscire a rimetterci in sesto.

Qual è la cosa più stupida che ha sentito dire sulla crisi e su come risolverla?

La competizione è ardua. Tenderei a pensare a una qualsiasi delle stupidaggini che ho appena sentito, come l’asserzione del Minority Leader Boehner secondo cui non dovremmo sostenere Fannie e Freddie aumentando loro le risorse (evidentemente non capisce il significato dell’espressione “di proprietà del governo”). Ma credo che le dichiarazioni di molti professionisti che definiscono il piano di Obama un progetto di spesa e non un progetto di stimolo, quando le spese sono il punto cruciale della questione, stiano in cima alla classifica.


Da sinistra qualcuno dice che la causa della crisi è la deregulation e lei sottolinea che il nocciolo della crisi è il “sistema bancario-ombra”, che appunto non è regolato affatto. Esisteva l’opportunità di emanare una regolamentazione migliore?

C’era l’opportunità di regolare i derivati, e già questo avrebbe aiutato. Un’altra mossa possibile era quella di intervenire pesantemente sui prestiti subprimes, bloccati dall’amministrazione Bush, anche questo avrebbe aiutato. Però, fondamentalmente, credo che a quel tempo lo spirito anti-regolamentazione fosse così forte che a pochissimi è venuto in mente di tenere sotto controllo il sistema bancario-ombra.

A posteriori, questo significa che il crollo era pressoché inevitabile?

Proprio così. Se non fosse scoppiata la bolla immobiliare, sicuramente sarebbe stato qualcos’altro.

Qual è la situazione peggiore che si potrebbe presentare qualora il pacchetto-stimolo non dovesse riuscire ad avviare una ripresa, come lei teme?

Un decennio perso, o di più. Non penso che si stia andando incontro a un tasso di disoccupazione del 20%, in stile depressione. Tuttavia, vedo una forte possibilità di una trappola economica e politica: investimenti bassi e risparmi elevati per via della deflazione e della depressione dell’economia, con un’efficace azione governativa bloccata da una combinazione di fattori legati ai debiti e alla diffusione del pensiero secondo cui abbiamo tentato con lo "stimolo", ma non ha funzionato.

Uno dei temi che lei esplora nei suoi scritti è quello del cambiamento delle relazioni economiche mondiali nel corso dei decenni (per esempio, passare da globalismo a nazionalismo e di nuovo a globalismo). Ci menzioni un paio dei maggiori cambiamenti economici che prevede per i prossimi dieci anni, e ci dica quale potrebbe essere il loro impatto sociale negli Stati Uniti e all’estero.

Credo che ci stiamo dirigendo verso un nuovo regime di regolamentazione che potrà ridurre la globalizzazione finanziaria in modo significativo, per ragioni sia buone che cattive: la buona ragione è che molto di quello che sembrava globalizzazione in realtà era arbitraggio regolatore, la cattiva è che i governi che stanno cercando di trarre in salvo il sistema finanziario tenderanno a insistere per far rimanere in casa i benefici. Non credo che questo avrà grosse ripercussioni sulla vita della maggior parte degli americani; tuttavia, buona parte delle entrate più consistenti sono arrivate dalla finanza, e i Padroni dell’Universo finiranno certamente per vedere diminuita la loro potenza. Credo, inoltre, che assisteremo a una importante reindustrializzazione, poiché il nastro trasportatore che fa confluire in America fondi cinesi e non solo, se non verrà fermato del tutto, vedrà almeno un rallentamento. Questo porterà a fare più affidamento sulla produzione interna. Comunque sia, i cambiamenti nella società dipenderanno principalmente dalla reazione della politica.


Gli Stati Uniti torneranno mai a essere un paese di risparmiatori?

A dire il vero, stiamo già tornando a essere un Paese di risparmiatori, che è una delle ragioni per cui il PIL sta sprofondando. Credo che l’annullamento dell’attivo in bilancio avrà ripercussioni a lungo termine sull’atteggiamento dei consumatori. Precisiamo che fino agli anni ‘80 avevamo un tasso di risparmio del 9%.
Questo testo è stato tratto da: www.filife.com, intervista di Tiernan Ray, 23 febbraio 2009 e da www.huffingtonpost.com, intervista di Nicholas Sabloff, 2 dicembre 2008.
Traduzione di Silvia Casati  



Cenni biografici di Paul R. Krugman



30 aprile 2009  


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