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HOME | sabato 04 febbraio 2012 |
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Non dittatura, ma sultanato: intervista a Giovanni SartoriIn questa intervista Sartori parla, attraverso alcune parole chiave del suo ultimo libro, Il sultanato, della situazione italiana, politica ed economica: poco ottimismo, molta amarezza e soprattutto tanta preoccupazione per le sorti del nostro Paese
Il suo libro si chiama Il Sultanato ed è un titolo molto evocativo. Che tipo di sultanato c’è nel nostro Paese?
Il sultanato è un’invenzione spiritosa. Quello che mi premeva era bloccare la definizione della sinistra che continua ad affermare che Berlusconi è un dittatore perché non bisogna gridare al lupo prima che il lupo arrivi. Il lupo è vicino, ma a forza di dirlo la gente si abitua e al momento giusto quest’arma polemica sarà spuntata. Ho preferito l’immagine storica del sultanato, che non dà l’idea del dittatore degli anni venti e trenta che rifaceva o cancellava la costituzione e che si proclamava dittatore con compiacimento. Ora il processo è diverso: le tentazioni di un potere poco controllato, anche assoluto, avvengono svuotando la democrazia dall’interno, in sostanza cancellando sempre più la resistenza dei contropoteri, delle controforze sulle quali si fonda il costituzionalismo liberale. Questo è quello che avviene oggi, in futuro non si sa. Berlusconi secondo me è sempre più megalomane e potrebbe essere pericoloso. A lui interessa comandare, quello che conquista è suo e sul suo comanda lui, punto e basta. È questo assolutismo di fatto più che di diritto che ho voluto evocare con la nozione di sultanato.
L’italia e il mondo stanno attraversando una fortissima crisi economica. Secondo lei, con i provvedimenti che sono stati presi dal Governo in questo ultimo anno ci permetteranno di superare una situazione così critica?
La crisi è globale, la nostra fortuna è che noi siamo stati un po’ periferici in questa avventura, abbiamo banche più prudenti, industrie meno colossali e quindi meno esposte a rischi di crollo improvviso. Ma la verità è che l’Italia non ha un soldo e ha un colossale debito pubblico che ora con la crisi aumenta. Quando il debito pubblico è il 110 del Pil vuol dire che un paese è a rischio. Lo è sempre stato e in questa situazione lo è ancora di più. Che si possa rimediare stampando soldi per fortuna non è più consentito perché lo farebbero subito... D’altronde, ogni volta che c’è un’elezione Berlusconi annuncia una diminuzione o un taglio delle tasse, ma la cassa è vuotissima, siamo al verde. Le promesse di Tremonti sono vuote, non dico per colpa sua, ma perché dietro non c’è nulla, non ci sono strumenti d’attuazione, il paese ormai è arrugginito nelle sue infrastrutture, la gestione pubblica non funziona più, quindi noi siamo a rischio più per ragioni tipicamente italiane che per quelle che hanno scatenato la crisi globale, che ancora non è superata perché non abbiamo neanche misurato completamente il buco prodotto dalla follia del subprimes.
Lei, nel libro, analizza anche il curioso rapporto tra Partito Democratico e Lega.
Ho sempre scritto che il federalismo che postula la Lega è disastroso, non solo nel principio, ma anche come si sta configurando l’attuazione che trascura completamente i costi. Non solo i costi in denaro, che sono ingenti perché si creano nuove strutture, ma anche i costi di spreco, di cattiva amministrazione, di eccesso e i costi decisionali: già si decide poco, si deciderà ancora meno. L’esperienza del federalismo è abbastanza negativa in gran parte d’Italia, non in tutta, e molto negativa soprattutto al sud. Io ho sempre combattuto questo cavallo di battaglia della Lega. In questo momento la Lega è fortissima perché condiziona Berlusconi ed è in grado di ricattarlo; però se passasse il referendum sulla riforma elettorale, la Lega si troverebbe a grossissimo rischio, quindi ora è in un momento di particolare dolcezza nei confronti della sinistra perché vuole avere un sostegno più generalizzato, che non sia solo quello di Berlusconi. E non finisce lì. Una volta messa in marcia la macchina del federalismo, poi non si può fermare al federalismo fiscale (che al momento non si capisce ancora bene che cosa sia). Mi sembra più un’altra macchina che non funziona che una soluzione dei problemi. Si capisce che gli italiani del centro nord ci vedono una risorsa per non pagare le tasse o per tenere a casa i soldi che pagano. Al nord o in Lombardia la proposta è allettante, però non può funzionare: i soldi che paga il lombardo non possono restare in Lombardia, il conflitto si aggrava e le disfunzioni secondo me saranno sempre più gravi.
I condizionamenti vengono anche dal Vaticano.
Il Vaticano in Italia ormai è certamente invasivo e invadente, però non condiziona Berlusconi che è semplicemente un suo alleato. Il Vaticano solleva problemi nei confronti, ad esempio, del testamento biologico, a mio parere in modo gravissimo; nella scuola e in moltissimi altri contesti in Italia il Vaticano fa quello che vuole, perché c’è una maggioranza che non vuole perdere neanche quel voto in più che il Vaticano può assicurare, e proprio per questo prevedo danni, inconvenienti gravi su temi di principio perché ci sono cose che non si possono accettare.
La crisi è pesante, fabbriche e imprese chiudono, i precari non hanno nessuna tutela, insomma la gente sta soffrendo, anche se non come negli Stati Uniti, eppure cresce il consenso al Governo. Come lo spiega?
L’ho scritto e l’ho sempre detto, Berlusconi è bravissimo, viene dall’avanspettacolo, conosce il mestiere di vendersi bene al pubblico, ha un fiuto politico straordinario, si intende anche di affari, è di una bravura straordinaria e non ha trovato rivali in grado di fronteggiarlo. Quindi ormai controlla tutto, soprattutto i media. Gli italiani non sanno più nulla, non sono più informati di nulla, sono narcotizzati da questa televisione, in parte di proprietà di Berlusconi, in parte da lui controllata, che non spiega nulla, non fa capire nulla, occulta i problemi anziché affrontarli. Quindi, per rispondere al quesito, gli italiani non hanno molta scelta, non vengono offerte alternative e non viene spiegato quali sono i problemi che il paese non sta affrontando e che invece dovrebbe affrontare.
Quali sono gli errori fondamentali dell’opposizione?
Prima di tutto quello di gridare “dittatore! dittatore!”, spuntando così un’arma; l’altro è il frazionismo interno, la divisione tipica delle sinistre. I partiti di sinistra sono sempre stati così ovunque, però da noi questa frammentazione è esagerata, esasperata. E per di più io addebito a Prodi un errore fondamentale: ha impiegato dieci anni per costruire un partito unitario che non aveva senso. Ora si trova ad aver perso parte della propria sinistra, avere sempre un conflitto potenziale con i cattolici di sinistra. Una cosa è il laico di sinistra, altra è il cattolico e non si fondono facilmente, come si è visto e si vedrà ancora di più in futuro. Quindi perdere dieci anni nello sforzo di creare una sinistra che sappia assorbire anche gli estremismi, che poi non li ha assorbiti per niente, è stato un errore gravissimo. L’errore è stato di Prodi ma è stato assecondato anche da altri, tutti ben poco lungimiranti.
| Cenni biografici di Giovanni Sartori |
| 30 aprile 2009 | | Di Grazia Casagrande |
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