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INTERVISTA

Intervista a Gianfranco Nerozzi, il poeta del brivido

Pittore, scultore, compositore, batterista e, soprattutto, scrittore, Gianfranco Nerozzi è una delle più interessanti personalità del panorama artistico odierno. Bolognese, ha subito in modo determinante l'influenza della sua città e lo confessa attraverso le belle risposte di questa intervista...


Quale influenza ha e ha avuto su di te e sulla tua scrittura la città in cui vivi?

Direi tipo una spagnola, in quanto a virulenza e tasso di (im)mortalità. A parte gli scherzi, la mia città, allargandola però a tutti i miei posti, anche quelli della provincia o addirittura dell’intera regione, (come dice Lucarelli in Almost blu: una Bologna che si estende dall’appennino al mare, una mega-metropoli costituita da frammenti popolari), vive e vegeta dentro i miei romanzi. Per la visceralità di fondo che caratterizza il modo che ho di vivere la scrittura per porgere le parole e le immagini, per rendere al pieno la musicalità e le atmosfere. I suoni e gli odori necessari alla suggestione. Cerco sempre di stare molto vicino, infilato dentro al mio quotidiano, a capofitto: onde poterlo trasformare, renderlo diverso, sporcarlo e ripulirlo. La scrittura così diventa partecipazione e condivisione grazie all’efficacia che si ottiene congiungendo i gomiti della nostra tradizione con il battito dei nostri cuori. Il prodotto di risulta di quello che siamo  alla luce di quello che siamo stati, con la supposizione per quello che diventeremo. Solo così arriva la verosomilianza (quella vera, eh!) e il romanzo regge il confronto con la realtà nuda e cruda, anche quando si parla d’irrealtà.

Bologna è una città più "rossa" o più "nera", almeno in senso letterario?

È una città di opposti colorati, duelli al sole dal mondo degli arcobaleni. Vengono trattate tutte le sfumature e così l’iride la fa da padrone. Contaminazione di arlecchini che parlano di processi alle tenebre e combattono il viola dei funerali. Secondo me Bologna è come la piramide attraversata dal raggio di luce. Tutti i colori che escono dall’altra parte. Colori che qualcuno, qualche scrittore in vena di  scritture feroci (tipo il sottoscritto) ama chiamare spettri.

C'è un gruppo di scrittori bolognesi piuttosto consistente, come mai tanta letteratura?

Io mi chiederei piuttosto: perché tanta arte. Ci sono anche tanti musicisti famosi qua… E anche pittori… Scultori. Registi cinematografici… Tanti maestri, oserei dire. Poi c’è questa folta schiera di scrittori: noir, o non noir. Insomma in questa mega-metropoli che si estende dagli appennini al mare, c’è quel che si dice: fermentazione e fermento, apparentemente senza passare dal tormento. Perché Bologna, per quanto possa essere peggiorata, rispetto a tante altre città è ancora oggi un’isola felice. Non come un tempo. Certo. Diciamo che è rimasta un’isola sorridente, va… Il motivo “per cui” non lo so dire. Forse è un atteggiamento passionale che passa dalla visceralità e dallo stimolo regresso e contaminante. Sempre l’influenza che torna. Isola sorridente che nasconde metà oscure e tenebrose, per forza di cose, antitesi e dark side of the moon, opposti estremismi. E torniamo al discorso del rosso e del nero. Questa domanda riguardo al motivo della presenza di tanti scrittori, me l’hanno fatta tante volte durante la mia carriera. Di solito rispondo: è tutta colpa del ripieno dei tortellini, quello vero, eh, mica un ripieno verosomiliante!


La città degli anni Cinquanta di Pupi Avati e quella di oggi: quali cambiamenti importanti e quali elementi costanti vedi?

Bè io non posso dire tanto riguardo gli anni cinquanta. Se non per quello che ho potuto assimilare per processo di osmosi da parte di parenti o amici più anziani, oppure dai film, o dai libri. L’essere umano di per sé resta sempre lo stesso.  Anche dentro ambientazioni differenti, dentro alle epoche che cambiano. Di base lo stato delle emozioni e la trasmigrazione fedele degli sguardi non può mutare. Verrebbe da dire, banalmente, che un tempo tutto era più genuino. Che l’aria era più profumata e pulita. E che forse il tepore era più vicino al cuore delle persone. Adesso passiamo attraverso protesi continue: per tutto. Tutta quella facilità di comunicazione che ci rende soli. Quindi la nostra natura peggiora per forza di cose. Poi ci sono autori come Pupi Avati che fanno in modo che non possiamo dimenticare come eravamo. E allora via: che possiamo proiettarci verso qualche mondo nascosto dietro l’angolo, la dove il futuro ci attende al varco.  


Brevi note biografiche di Gianfranco Nerozzi



20 aprile 2009 Di Grazia Casagrande


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