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INTERVISTA

Pupi Avati racconta Gli amici del bar Margherita

introduzione al libro e al film con Gianni Canova

Bologna la Dotta, la Rossa, la Grassa, Bologna e i suoi artisti


Pupi Avati presenta personalmente il suo nuovo lavoro al pubblico. Un'opera doppia, la stessa storia espressa attraverso due mezzi espressivi totalmente indipendenti tra loro: un libro e un film. Il motivo di questa scelta? Lo racconta il regista con il critico cinematografico Gianni Canova, autore delle Garzantine Cinema.


Il complesso rapporto tra il libro e il film


CANOVA Io ho visto il film poco fa in sala con il pubblico e da tempo non mi succedeva di sentire una sala che rideva così e che dimostrasse una partecipazione così intensa.

AVATI Sono felice, perché lo scopo di questo film è anche quello di divertire e far sorridere, dopo un film doloroso come Il papà di Giovanna, il quale invece narrava la triste vicenda di un padre, Silvio Orlando, con una figlia non bella e infelice. Lui era insegnante nella stessa scuola frequentata da lei e si trova a scoprire che la figlia vive in un disagio tale da spingerla ad uccidere la sua compagna di banco. Raccontavo una situazione di sofferenza estrema, molto commovente, infatti, nel periodo in cui ho girato questo film, mi sono immedesimato in questo padre e molto spesso mi sono commosso nello scrivere. Ho immaginato come può essere la sofferenza di un genitore che ha un figlio in questa condizione. Ora avevo bisogno di liberarmi da questa plumbea situazione nella quale mi trovavo e spalancare le finestre del 1938 e degli anni 40 del fascismo su un’Italia degli anni cinquanta. Un Italia più solare, quella del festival di Sanremo, delle motorette, dei primi elettrodomestici, quella che riprende a sperare .


CANOVA È interessante capire come funziona l’officina di Pupi Avati. Il libro e il film possono essere definiti contemporaneamente la stessa cosa e due cose completamente diverse. Pupi Avati è anche un bravo scrittore. Ad esempio, c’è un episodio in cui vengono descritti i calzini del dottore di famiglia. Sono calzettini di filandra colorati: verde vescica, blu zaratustra o rosa sculaccia. Questa ricerca anche sul linguaggio: sulle parole, sugli aggettivi…da dove viene l’accostamento “rosa sculaccia”?

AVATI dalla fantasia…mia madre era una rappresentante di calze in un calzificio storico di Milano, tutt’ora esistente: calzificio Sozzi. Mi ricordo che mia madre si fermava molto spesso sui colori e c’era un gran dispiego di fantasia per definirli per poter far sì che il colore delle calze di quel calzificio non fossero gli stessi di altri. Quando scrivo mi diverto…chiamare un rosa sculaccia è qualcosa di originale…


CANOVA hai scritto prima il libro o il film?

AVATI La sceneggiatura non l’ho scritta mai. La scrittura in tutti i progetti cinematografici è l’elemento di partenza. Non esisterebbe un film senza la scrittura, mentre esiste un romanzo senza un film. Fino a qualche tempo fa scrivevo con mio fratello e poi anche con Maurizio Costanzo e altri, poi via via sono rimasto sempre più solo. La sceneggiatura è uno strumento inefficace per quel che mi riguarda perché, dal momento in cui si immagina una scena, una situazione, dei personaggi, al momento in cui si girerà questa cosa, spesso passano dei mesi, se non degli anni. Mi ricordo di un film remoto La casa dalle finestre che ridono, che fu scritto quattro anni prima rispetto a quando fu realizzato. Quindi, ora, ho bisogno di scrivere in modo fortemente evocativo, cioè, in modo che io possa, quando mi trovo sul set, riprodurre quelle che sono le stesse condizioni di quando ho immaginato quella scena e che mi hanno commosso, emozionato, fatto ridere, spaventato, a seconda della storia che racconto. Scorrettamente io scrivo al passato, perché un romanzo lo si scrive così generalmente, si dà come dato di fatto che c’era il bar  Margherita, che era in via Saragozza, era, era, era, al passato. Scrivo anche, in modo molto abbondante, i pensieri, mentre una sceneggiatura cinematografica non prevede i pensieri, ma soltanto quello che si vede e si sente senza andare oltre, con pudore. Invece questo strumento è scritto in maniera molto più ampia. Ci sono molte cose nel romanzo che nel film non ci sono e nel film c’è qualcosa che non c’è nel romanzo, però questo strumento, messo nelle mani di un attore, gli fornisce una quantità di informazioni per la quale diventa inutile e superfluo lo spiegarsi sul set. Più di una volta mi è successo che un attore sul set mi chiedesse a metà film: “ma perché dico questa cosa? Ma chi sono io?” mettendomi nel panico, perché non avendolo capito a metà film mi metteva nelle condizioni di spiegare, parlare, andare avanti e indietro sottobraccio. Tutto questo nel nostro film è bypassato, dal fatto che esiste un testo che già dice chi sei tu, perché dici quella cosa, a cosa stai pensando mentre dici quella cosa. Non è totalmente inutile. Poi c’è un signore, che fa di mestiere l’aiuto regista, che traduce questa roba qui in sceneggiatura. Io elimino certe cose, come ha notato Canova, perché, purtroppo un film, specialmente un certo tipo di film come questo, ha bisogno di essere sintetico per funzionare. Mentre alcuni film si possono permettere di arrivare alle due ore, il mio film no. Novanta minuti è la misura aurea. Woody Allen non supera mai l’ora e venticinque, sta sempre lì dentro. Molto spesso non si riesce, si arriva all’ora e quaranta, ai 100 minuti, ma arrivare alle due ore è già molto rischioso. A meno che non si tratti di Via col vento .


CANOVA Mi si dice che ci sia un Pupi Avati malinconico, lirico, elegiaco e un Pupi Avati, invece, comico, ironico, satirico. In questo libro e nel film ci sono dei momenti di fusione totale in cui comico e tragico coesistono. Penso per esempio alla scena del compleanno del protagonista. È un progetto preciso? Volevi realizzare questo?

AVATI Sì, il cinema che faccio io in questi ultimi anni, spesso definito autobiografico, in realtà lo è relativamente. Gli amici del bar Margherita, racconta la storia di un bar nel ‘54 e dei suoi clienti visti da un ragazzo che abitava di fronte al bar che sarei io. Però di verità nei riguardi di questo bar, che comunque è esistito, ma soprattutto dei suoi clienti, ce n’è poca. Ho assemblato all’interno di questo contesto una serie di personaggi che hanno vissuto nella Bologna anni cinquanta, ma che non sono stati necessariamente in quel bar e soprattutto non nel '54. Non tutti hanno fatto le cose che racconto. È più come mi sarebbe piaciuto che fosse, piuttosto che come era. Ci sono una serie di scherzi molto feroci, due in particolare: uno riguarda Sanremo e uno riguarda un matrimonio, che assomigliano molto alla verità. Ci fu davvero chi li organizzò e chi ne fu vittima. Io non sono tra gli organizzatori, sono troppo vigliacco, troppo pavido per fare cose di questo genere. Invece, al contrario, c’è una situazione, quella più gotica, in cui accade una cosa simultaneamente a una festa che io, questo ragazzino, riesco a organizzare riuscendo ad avere a casa mia la ragazza più bella di Bologna, quella della quale mi sono innamorato da sempre. Però il giorno del mio compleanno mio nonno è ammalato e già due giorni prima sembrava stesse morendo. Al dottore chiedo: quanti giorni ha mio nonno? Lui risponde: “tre, tre e mezzo” e io dico “ allora posso fare la festa! Sui 3 – 3 e mezzo ci conto". Così organizzo la festa, faccio gli inviti, compro i palloncini e arriva il prete a dare l’estrema unzione mentre so provando i dischi con Paolo Cazzola, chiamato paolo Caz che riesce a far andare i dischi più lenti. Voi vi ricordate quanto erano lenti i lenti che ballavamo noi? Quasi non ci si muoveva. Noi di via Saragozza riuscivamo a fare quei lenti lì, perché lui metteva un cartoncino che strusciando sul disco lo rallentava. Era magnifico. Il ballo aveva una certa finalità fisica… non è come adesso che uno balla per farsi vedere da quello che sta dall’altra parte del mondo; là si ballava veramente per stare vicini. Quindi, questo ragazzino riesce finalmente ad avere in casa la ragazza più bella, che ha accettato, è venuta, ce l’ha fra le braccia e suo nonno sta morendo. Questa cosa non accadde, però è molto verosimile perché io mi sarei comportato così, avrei chiesto a mio nonno, che non era più in grado di reagire: “puoi aspettare un attimo? Lasciami finire la festa, poi ci occupiamo di te, ti facciamo un bellissimo funerale ecc.”


Pupi Avati e Bologna...


AVATI Il film è stato girato in studio, come faceva Fellini. Se Fellini, il quale ha raccontato Rimini in molti modi, circostanze, in molti capolavori, dai Vitelloni a Amarcord, non ha girato mai un’inquadratura a Rimini - il mare di Fellini è sempre il Tirreno, non l'Adriatico - ci sarà una ragione. A Cinecittà o comunque a Fregene riusciva a trovare delle condizioni di libertà. Già il fatto di dover e poter costruire a Cinecittà il bar Margherita, con il portico di fronte, la strada, l’appartamento del ragazzo, una serie di ambienti che mi permettevano di ricostruire casa nostra negli anni 50, era un vantaggio. Il grande problema era quello dei portici. I portici di Bologna sono stati modificati nel tempo a causa dei nuovi negozi, delle insegne... se uno transita per il centro di Bologna non può credere di essere negli anni cinquanta. Si sarebbero dovute eliminare troppe cose.
Vi spiego cos'è la film commition. È quell’istituzione attraverso la quale si incoraggiano le produzioni cine televisive a venire a girare in una determinata città. Una troupe cinematografica attinge ovunque perché un film ha bisogno di tutto, non solo alberghi e ristoranti, ma a tutto, anche le farmacie, quindi dà lavoro, porta soldi e visibilità. Il sindaco di Torino l’ha capito con sorprendente anticipo e ha investito tantissimo. Non a caso, il 30% dei film italiani si girano in Piemonte e hanno creato professionalità locali autonome da Roma. Questa cosa a Bologna non si è mai capita. C’è una film commition inesistente che si appoggia ad una cineteca, in cui c’è Gianluca Farinelli, straordinario direttore di cineteca, ma non è uno che si occupa di film commition. L’incoraggiamento a girare un film a Bologna è “ti diamo gratis i vigili urbani”. Io, con Il papà di Giovanna, quando ho girato a Bologna le scene di notte, mi ricordo che non siamo stati aiutati in nessun modo e poi il centro di Bologna, purtroppo, è in preda ad un degrado assoluto.


CANOVA La seconda parte della seconda notte di nozze era a Bologna?

AVATI sì, era a Bologna, era stata ricostruita a Bologna.


CANOVA Nei film di Avati c’è sempre il cinema nel cinema. Nel film c’è un operatore che filma. I personaggi vanno anche a fare le comparse di un film che non sappiamo se sia stato girato davvero a Bologna…

AVATI è il primo film girato a Bologna del dopoguerra, si chiamava Hanno rubato un tram, con Aldo Fabrizi e Camapanini. In questo film, l’aiuto regista di Aldo Fabrizi era Sergio Leone, il direttore della fotografia era Mario Bava e il soggettista è Vincenzoni.


CANOVA Prima di vedere il film mi sono chiesto se ci sarebbero state le regole del bar Margherita, quelle elencate all’inizio del libro. Sono spassosissime. Le regole ci sono, e sono state inserite in modo molto originale.

AVATI Bologna è stata la prima città che ha sempre tenuto insieme l’anima laica certe tradizioni. Nelle regole del bar Margherita si fa riferimento alla Madonna di San Luca, protettrice del bar. Quando la Madonna di San Luca scende ogni anno in città e sta una settimana giù, ad attenderla a Porta Saragozza, dove inizia il centro storico, c’è regolarmente il sindaco, in queste ultime circostanze Cofferati, e il cardinale. Era veramente come Peppone e don Camillo. C’erano due figure, due chiese, due gruppi di persone. Io ho visto tante persone non credenti che si dichiaravano laiche, salire al santuario della Madonna di San Luca. Si va oltre il fatto di essere religiosi o meno.


Cosa manca nel film...


CANOVA Quali episodi del libro ti è dispiaciuto non poter mettere nel film?

AVATI Il personaggio del padre. Questo padre giornalista, personaggio di uno squallore sconfinato, avrebbe meritato un romanzo a sé. Come gestisce le sue storie d’amore, come ragiona da pessimo “giornalista” della pagina sportiva del Resto del Carlino, da cui è stato assunto perché faceva l’arbitro per le partite di basket e fischiava le punizioni a favore del suo direttore. È uno di quei bellocci bolognesi coi capelli tinti a cui il colore della tintura dei capelli è entrato un po’ nel cervello facendo qualche danno. Questo personaggio l’ho dovuto eliminare, così come la parte sul campionario delle calze.


La colonna sonora, perché Lucio Dalla?


Riz Ortolani dal 1980 ha fatto tutti i nostri film. In questo caso l’ho chiamato e gli ho detto che questo film era troppo particolare, ricostruisce una situazione, un mondo, che invece Lucio Dalla ha vissuto a fianco a me. Lui suonava nella mia orchestra e quindi bisognava che la colonna sonora la facesse lui. Quando gliene ho parlato, lui era entusiasta di fare questa esperienza e per me era un’opportunità, essendo io un po’ complessato musicalmente nei suoi riguardi per note vicende. Quindi, poter in qualche modo vendicarmi…poter dire: no, guarda, questo non va bene, devi cambiare. Si sarebbero invertiti un po’ i ruoli. Non gliel’ho detto, però avrei potuto dirglielo, ho creato le premesse. Poi ha fatto una colonna sonora che ha una prerogativa: dal primo fotogramma all’ultimo è come se fosse un unico brano, c’è una ritmica sotto di basso, batteria e chitarra che continuano stringare. Tutto il film è accompagnato da questo swing, quello degli anni cinquanta proveniente dagli Stati Uniti, dall’America, dalla giocosità del ballo, insomma da quell’Italia là. La canzone nei titoli di coda è composta dal fratello di Bob Messini, si intitola Dark Bologna, che Lucio aveva già inciso, ma che non aveva avuto nessun successo. Mio fratello l’aveva scoperta, io non la conoscevo, e, siccome era una canzone d’amore ambientata a Bologna, l’abbiamo recuperata, modificandola un po’, l’ha reincisa e l’abbiamo usata per i titoli di coda. Poi c’è una canzone carina con la quale Fabio de Luigi tenta di andare a Sanremo per cantare l’inno al bar Margherita.


Il rapporto con gli attori: Avati e le donne...


C’è stato un aggiustamento nella scelta degli attori. Ad esempio, nel caso di Luigi Locascio, il personaggio era molto più secondario di quanto non lo sia diventato in seguito. È stato sorprendente Locascio rispetto agli stereotipi soliti. Non credevo che avrebbe aderito a questa proposta, ma lui è venuto e ha dimostrato un grande entusiasmo. E poi era così generoso che la cosa durante le riprese si è ampliata. Ad esempio, quella risata che lo contrassegna è stata pensata insieme.
I rapporti con gli attori sono come i rapporti umani. Ci sono attori che rappresentano un momento della nostra vicenda professionale
, perché siamo cresciuti imparando a fare il cinema insieme: penso a Caporicchio all’inizio, poi a Delle Piane, poi ad Abatantuono. Il rapporto funziona fino a quando la curiosità tua nei riguardi dell’interprete non è totalmente soddisfatta e viceversa. Tu sai che chiedendo una cosa non sai esattamente quale sarà la risposta e che, in qualche modo, ti dovrà stupire.  

CANOVA
Però mi viene in mente che tu hai delle fedeltà maschili, ma nessuna femminile. Cosa vuol dire? Che dopo aver fatto un film con una soddisfi la tua curiosità e cambi?

AVATI No, con le donne ho dei problemi. Ho già spiegato molte volte come chi è nato in quegli anni non conosca l’amicizia tra uomo e donna. Non sa proprio cos’è, non la sa praticare. Collaboro con delle donne, ma non posso dire che siano amiche, perché non potrei mai arrivare ad un grado di intimità così profondo come con un amico. Sono stato diseducato a percepire la donna in un modo che vada oltre all’attrazione, al fatto sentimentale o sessuale. Io la donna l’ho sempre e solo vista così e questo è un mio grandissimo limite. L’eccessiva frequentazione, specialmente se si tratta di un’attrice e se non è malissimo, può produrre, anche in una persona anziana come me, una qualche suggestione. Mentre sono sicuro che non mi innamorerò mai di Neri Marcorè o Diego Abatantuono, qualche rischio lo potrei correre con le donne…


Uno sguardo al cinema italiano di oggi


Come si passa da un film horror come La casa dalle finestre che ridono a uno allegro come quest'ultimo?

Io penso che ognuno abbia dentro di sé una molteplicità di sguardi, di curiosità, di mondi, l’importante è non vincolarsi, non farsi ricattare dalla coerenza, non lasciarsi imbrigliare da una definizione. Io, dopo La casa dalle finestre che ridono, fui definito il Polanski bolognese, una delle definizione più riduttive, più squallide. Allora, improvvisamente facemmo un film chiamato Tutti defunti tranne i morti, che contraddiceva completamente quel clima, quell’atmosfera, sbeffeggiava. E poi la prolificità che contraddistingue il nostro lavoro è garantita dal fatto che ogni volta noi andiamo in un altrove, ogni volta produciamo delle condizioni di curiosità per le quali, venendo da un film come Il papà di Giovanna, molto commovente, passiamo a Gli amici del bar Margherita, che rappresenta la Bologna solare. Il prossimo film sarà un’altra cosa ancora. Il film precedente era Il nascondiglio, film invece gotico. Ottenendo un consenso con La casa dalle finestre che ridono, avrei potuto cavalcare l’onda e contianuare con quel filone. Ci sono registi in Italia che fanno sempre lo stesso tipo di film. Se mi chiedessero ora di fare continuamente film sulla memoria mi annoierei moltissimo.


Comunque c'è da dire che il cinema italiano è ormai tutto rivolto al presente; gli unici film in costume che si fanno in Italia sono i miei. Nessuno si occupa più del passato, ma non per dire com’era bello, ma per dire che cosa è successo da allora a oggi. Sangue pazzo e il Divo hanno parlato del passato, ma sono una rarità, casi eccezionali. Quando propongo le mie storie mi chiedono se sono ambientate oggi o ieri. Quando rispondiamo ieri si guardano in modo strano.

CANOVA Sarà anche più costoso. Pensa ai tram, al treno ecc.

AVATI non credo sia quello il problema. I giovani rifiutano il passato, non sono interessanti. Lo noto anche con i miei figli, i quali vivono solo il presente.


10 aprile 2009 Di Anna Zizola


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