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Intervista

Intervista a Elena Loewenthal

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Wuz incontra Elena Loewenthal, studiosa e traduttrice esperta della letteratura d’Israele, nonché affermata giornalista, per parlare del suo ultimo romanzo Conta le stelle, se puoi, una storia di discendenza, quella di “nonno Moise”, numerosa come “le stelle…”, a lieto fine, come “se non fosse successo quello che in realtà è successo”.


Cosa significa essere ebrei oggi rispetto a ieri?

Non saprei spiegare che cosa significasse ieri, essere ebrei. E anche sull’oggi, è talmente un groviglio di coscienza e appartenenza, di fede e sentimenti, che è molto difficile raccontare se stessi. Direi che per me significa sapere di essere un anello di una lunga, lunghissima catena. Minuscolo e irrilevante, ma indispensabile affinché la catena non si spezzi.

Da cosa è scaturita la sua passione per la traduzione?

È qualcosa che ho sempre covato. A scuola al liceo, quando c’era la versione in classe, di greco o latino, andavo a scuola contenta, perché sapevo che mi sarei divertita. E questo, beninteso, a prescindere dal risultato. Mi divertivo a tradurre anche se poi prendevo un bel 4... Ho da sempre un rapporto fisico, quasi carnale, con le parole, il linguaggio. È il mio modo di stare al mondo

Perchè la scelta di un romanzo familiare?


I romanzi non si scelgono. Sono loro che ti scelgono...

Perchè la scelta di non raccontare "ciò che è stato"?

La nota alla fine del libro, in corpo minore s’intitola "due parole con il rimpianto di poi". In sostanza, ho voluto provare a scrivere una storia non senza i 6 milioni di anime e voci che sono finiti nel fumo dei forni crematori, ma insieme a loro. Era per me l’unico modo per non darla vinta a quel brutto muso di Mussolini e al suo compare, Hitler. Su un piano “ideologico” ho tentato di dimostrare, anzitutto e forse soltanto a me stessa, che la Shoah non è stata una necessità della storia. Che le cose sarebbero potute andare diversamente. Che gli ebrei non sono andati incontro al proprio destino, facendosi sterminare. Che quello non è il loro destino, così come non lo è di nessuno. Che la mia storia, e quella dei miei avi, veri o immaginari che siano, è una storia di vita e non di morte.



Perché la scelta di utilizzare il dialetto, in questo caso quello piemontese?


Beh, non è proprio che utilizzo il dialetto in senso lato... Ma siccome il romanzo, al di là del cortocircuito storico, è veritiero, fedele alla realtà di quel passato (tutto ciò che riguarda Torino, il Piemonte l’ho studiato sui libri, è attendibile!), è anche vero che dovevo restituire ai miei personaggi la loro lingua. Quella lì. Un piemontese dolce, non invadente, condito qua e là di parole in ebraico. Il mio modello era e resta Argon, il racconto con cui Primo Levi apre il Sistema Periodico. Anche lì, queste voci.

A quale personaggio si è sentita più vicina?

È come chiedermi a quale dei mie figli voglio più bene... Certo nonno Moise mi ha cambiato la vita. Mi ha fatto entrare nella sua, l’ho accompagnato per tanti anni e decenni, ho dovuto farlo morire, ho scelto la morte più bella che potessi immaginare, ma ho pianto tanto lo stesso, per lui, con lui. Davvero. E poi le donne: Esterina, Ida. Cesira. Non mi sono solo vicine, sono mie e io loro, un po’.

Il ruolo dello scrittore oggi?

Proprio non so rispondere. Scrivo per desiderio e necessità. Soprattutto per me stessa.

Questo romanzo a cosa invita?

A condividere gioie e dolori, emozioni e sentimenti, speranze e delusioni, la vita insomma, dei suoi protagonisti. Tutto qui.


31 marzo 2009 Di Claudia Caramaschi

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