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INTERVISTA

A colloquio con l'autore di Una musica costante e Il ragazzo giusto
Shanti e Henny nel 1951

Le vite narrate da Vikram Seth



Nel suo ultimo romanzo pubblicato in Italia, Due vite, Seth narra le vicende umane dei suoi prozii, Shanti Behari Seth, fratello del nonno, e Henny Caro, la moglie, ebrea tedesca.
È una finestra su un mondo che unisce popoli e culture differenti in un’Europa sconvolta dalla guerra e dal nazismo e poi ricostruita in un nuovo, diverso equilibrio.
Quanto c’è di autobiografico in questo romanzo? Quanto invece è frutto della fantasia dell’autore e rielaborato sulle testimonianze scritte delle lettere della prozia, ritrovate fortuitamente, e sui ricordi del prozio?
E, in sintesi, perché la lettura di questo romanzo arricchirà umanamente il lettore?
Scopriamolo attraverso le parole dello scrittore indiano, giunto in Italia per conoscere meglio i suoi (tanti) lettori nella Penisola e assaggiare il luccio a Mantova…



Il suo romanzo in qualche modo ricostruisce la storia del Novecento e rappresenta una testimonianza sociale. Il suo intento iniziale era quello di narrare una vicenda privata o ricomporre una storia pubblica?

Il mio intento iniziale era quello di raccontare la storia di due persone che hanno avuto una vita ordinaria, in un certo senso, ma anche straordinaria, e questa storia si svolge nel Novecento. Mi hanno intrigato molti aspetti di questo secolo ma li ho approfonditi soltanto nella misura in cui entravano in contatto con la storia personale dei due protagonisti. Quindi ho affrontato eventi come la battaglia di Montecassino, l’indipendenza indiana o l’olocausto nazista e, ancora, elementi della storia sociale dell’Inghilterra del Sud degli anni Cinquanta e degli anni Sessanta, ma non ho cercato in nessun modo di essere esaustivo in un’analisi storica del Novecento.
Naturalmente ho dovuto cogliere le relazioni tra il microcosmo di questi due personaggi e il macrocosmo della storia del periodo.


L'autore diciassettenne con gli zii
Come ha approfondito il tema dell'ebraismo, non usuale per gli autori indiani, dall'olocausto al dopoguerra?


Vista la storia di mia zia, che era ebrea, mi sono interessato molto all’argomento dell’ebraismo. Mia zia Henny era riuscita a scappare dalla Germania nazista poco prima dell’inizio della guerra, esattamente un mese prima, mentre sua sorella e sua madre non sono fuggite, rimanendo vittime delle deportazioni.
In India abbiamo comunità ebraiche che esistono da millenni, ma numericamente non è mai stato un fenomeno particolarmente rilevante e parallelamente non è rilevante nella nostra psiche. 
Quindi ho conosciuto la storia degli ebrei soprattutto per via dei miei legami familiari con questa prozia. Tra l’altro in India la storia europea non fa parte del programma scolastico. Forse proprio per questo modo di accostarmi alla vostra storia l’ho guardata con una prospettiva nuova, un occhio diverso e, naturalmente, ho fatto qualche osservazione nel mio libro anche a proposito della diaspora, sentendomi di affrontare in maniera anche piuttosto diretta ciò che succede oggi in Medio Oriente.
Si può dire che il libro è filosemita ma non per questo si può affermare che io sia filosionista e, non volendo in alcun modo urtare i sentimenti dei miei amici ebrei, tuttavia ho scelto di dire in un paio di pagine ciò che penso di quel che accade in Medio Oriente in modo molto diretto: nessuna ingiustizia, per quanto terribile, subita da un popolo, secondo me, può diventare una scusa per un’altra ingiustizia, altrettanto grande.


Più nel dettaglio, qual è la sua opinione sul conflitto mediorientale?

In pochi minuti non si può esaurire un argomento così complesso, una questione che è quasi irrisolvibile. Posso citare, in parallelo, un pensiero che facevo quando analizzavo la situazione del Sudafrica, che qualche anno fa appariva insolubile: non mi sarei mai aspettato quello che poi è successo. È forse altrettanto irrealistico essere troppo pessimisti così come lo è essere troppo ottimisti. Qualche possibilità di compromesso forse c’è.

In Europa abbiamo ancora un'idea un po' stereotipata dell'Asia in generale e dell'India in particolare. Quale può essere il ruolo dello scrittore per superare pregiudizi e preconcetti? Lei pensa di svolgere questo ruolo?

Gli scrittori normalmente non amano sentirsi dire qual è il loro dovere o il loro ruolo. Personalmente cerco di resistere all’idea di essere classificato in un ruolo, qualunque esso sia. Ma mi fa piacere quando, forse come risultato indiretto della mia scrittura, di una commedia, di una poesia, di una storia che ho scritto, succede qualcosa di buono nel mondo, diciamo così.
Può essere una maggiore comprensione tra popoli, tra persone, magari proprio il fatto di infrangere stereotipi, come si accennava. Possono anche essere domande sul futuro o su temi importanti come la vecchiaia, come accade, spero, con alcune considerazioni contenute in questo libro. O ancora l'autore può portare il lettore a chiedersi come si comporterebbe in una situazione analoga a quella descritta nel libro.
Tutti questi aspetti sono presenti nei miei libri, ma io cerco di non esplicitarli troppo, di non renderli troppo diretti, perché altrimenti l’effetto sarebbe molto ridotto. La cosa migliore è scrivere con l’anima, con la propria mente: a quel punto passerà un messaggio.


Lettera di Henny a Shanti del 1940
Come si è rapportato, nello scrivere, con l'intimità dei suoi zii, con la loro vita personale? Ha temuto di invadere una sfera troppo privata riportando i testi delle lettere di sua zia?


È una questione delicata e importante, in effetti.
In particolare mia zia era stata una persona molto riservata, ma era già morta quando ho iniziato a scrivere. Se fosse stata in vita certamente non le avrei mai fatto certe domande in modo diretto per evitare di suscitarle dolore, per non richiamare la sofferenza. Ma visto che mio zio mi aveva già parlato di molte cose e mi aveva anche dato il permesso di usare le lettere della zia, c’era qualche elemento di consenso da parte sua, anche se questa, lo so, non è una risposta completa.
Ci sono due motivi principali, diciamo, che mi hanno spinto a utilizzare le lettere, anche se ovviamente erano corrispondenza privata. Ho ritenuto di poterle pubblicare perché danno una visione più completa di quella che è stata la vita di mia zia, ma anche perché questi eventi sono molto importanti per la storia della Germania e del mondo intero, oltre che essere testimonianze dirette della storia ebraica.
In quanto nipote sicuramente c’è un imbarazzo naturale nell’esplorare troppo a fondo la loro vita, ma speriamo che mi capiscano...


Quindi è un libro figlio della maturità. Uno scrittore solamente a una certa età può esplorare il suo passato e guardare le sue radici…

Penso di sì. Non credo che un giovane avrebbe potuto scrivere un libro di questo genere. Essendo io a metà strada, a metà del cammino nella direzione della vecchiaia ho avuto la possibilità di farlo.

Parliamo ancora della vecchiaia, del passare del tempo. Nell'ultima parte del suo libro lei descrive il decadimento fisico e mentale di suo zio.

La parte del libro cui fa riferimento è l’ultima, quando protagonista della storia diventa il prozio, vecchio, malato e solo. Sicuramente c’è una certa difficoltà, un certo imbarazzo, è scomodo descrivere questi stati di decrepitezza mentale e fisica, però d’altra parte o l’uno o l’altro, o forse entrambi ci toccheranno prima o poi, succede a tutti è una parte della condizione umana che va accettata.
Però quello che può essere un comportamento alterato da queste condizioni non vizia, non pregiudica la vita intera di una persona. Questo è molto importante. Può essere poco caritatevole descrivere anche queste fasi della vita di un individuo, ma è necessario se si vuole raccontare la sua esistenza nel modo più accurato possibile.


Qual è il rapporto fra gli elementi autobiografici e la fiction in questo romanzo?

Ci sono libri molto diversi fra quelli che ho scritto. Alcuni sono di narrativa, altri no. Ad esempio c’è un mio libro molto autobiografico che si intitola Autostop per l’Himalaya che racconta la mia esperienza di autostop dalla Cina, dove studiavo economia nel 1981, al Tibet attraversando, appunto, l’Himalaya.
Anche in questo libro c’è un io molto presente sin dalle prime pagine, dalle prime righe, ma ben presto l’attenzione si sposta dalla mia esperienza personale al racconto della vita degli zii. C’è una bella differenza tra un libro di memorie, biografico e un’autobiografia. Probabilmente è più autobiografico Il ragazzo giusto, in cui molti personaggi riecheggiano membri della mia famiglia, pur essendo rielaborati rispetto alle persone reali.


L'importanza della traduzione. Cosa ne pensa?

Molte volte quello che i lettori e le lettrici possono trarre da un romanzo dipende anche dalla traduzione. La mia ispirazione come scrittore molto spesso viene da testi letti in traduzione. Io stesso ho iniziato a scrivere proprio ispirato da una traduzione di Puskin dell'Evgenij Onegin che manteneva la forma della stanza nella traduzione.

Questo libro ha richiesto un maggior sforzo “umano” rispetto ai precedenti?

Penso di sì, ma mi ha anche arricchito come uomo, più degli altri che ho scritto.


La recensione di Due Vite nelle nelle pagine di Wuz.




12 settembre 2006 Di Giulia Mozzato


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