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INTERVISTA

"Questo rimpovero all'Italia": intervista a Elena Fava, figlia del giornalista Giuseppe Fava ucciso a Catania il 15 gennaio 1984

La locandina dell'edizione 2009 del Premio Nazionale Giuseppe Fava "Nient'altro che la verità, scritture e immagini contro la mafia" - 5 gennaio 1984-2009
La memoria ritrovata. Giuseppe Fava 25 anni dopo
Dal volume Lotta civile. Contro le mafie e l'illegalità di Antonella Mascali, edizioni Chiarelettere


È inutile nasconderle, le emozioni si accavallano mentre penso a cosa scrivere di un uomo, Pippo Fava, e di un giornale, "I Siciliani", che hanno determinato il mio modo di essere giornalista, sempre alla ricerca dei fatti per raccontarli così come sono, senza censure e autocensure.
[...] Sono passati venticinque anni da quando "il direttore" è stato ammazzato. Nella Sicilia orientale prima di lui è stato ucciso Giovanni Spampinato, corrispondente de "L'Ora" da Ragusa. Aveva ventisei anni e molto talento. La sua storia l'ha scritta il fratello Alberto, anche lui giornalista, in Vite ribelli. Dopo Pippo Fava, nel '93, è stato ucciso Beppe Alfano, corrispondente per "La Sicilia" da Barcellona Pozzo di Gotto: aveva quarantotto anni ed era solo a denunciare gli intrecci politico-mafiosi di quella zona connotata da una forte presenza di Cosa nostra.


Come avrebbe dovuto fare e non ha fatto lo Stato, che per la famiglia Fava dopo l'omicidio addirittura ha un volto ostile.

   "Per molti, troppi anni siamo stati soli, abbandonati dalle diverse istituzioni: dalla magistratura al governo nazionale a quello locale. Per anni l'omicidio di mio padre non è stato riconosciuto ufficialmente come delitto di mafia. Abbiamo dovuto subire l'umiliazione di assistere a indagini che puntavano sulla pista passionale. Evidentemente c'erano degli equilibri in città che non dovevano saltare."

Durante uno degli anniversari della morte di Pippo Fava a Catania si presenta don Ciotti che conquista anche l'affetto e la stima di Elena.

   "Mi è piaciuta la forza di quest'uomo, la sua voglia di agire. Gli sono grata perché ricorda mio padre anche quando noi familiari non ci siamo. Riconosco a Libera e a don Ciotti di aver fatto di tutti noi [familiari, nda] delle persone non isolate e chiuse nel dolore, di averci messo insieme, di aver creato una grande famiglia da cui si prende coraggio, si prende la forza quando viene meno per continuare il proprio impegno nelle realtà in cui ciascuno di noi vive ma anche per portare avanti l'impegno comune che è quello di ottenere verità e giustizia.
Con Libera non mi sono sentita più sola, mi ha dato la possibilità di incontrare tutte queste persone, le loro storie, la loro rabbia che è anche la mia rabbia. Ho interiorizzato che quanto successo a me è successo anche ad altri. Riesci a staccarti un attimo dal tuo dolore, dalla tua storia e partecipi all'indignazione per quanto accaduto ad altre vittime e alle loro famiglie."



Elena Fava nel corso di uno dei tanti incontri pubblici

Anche Elena Fava gira per le scuole a fare testimonianza, a cercare di trasmettere i valori della legalità.


   "Spesso vado con il libro Un anno e comincio a parlare con i ragazzi leggendo brani di articoli di mio padre. Evito di pontificare, non serve a nulla. Non bisogna calarsi dall'alto con i ragazzi, bisogna essere molto concreti. In una scuola di Adrano [paese in provincia di Catania, nda] ho chiesto: se vi rubano il motorino cosa fate? Un ragazzo soltanto ha avuto il coraggio di dire che chiama i carabinieri, molti altri sono rimasti in silenzio, qualcuno ha detto che chiamerebbe il bidello, altri non si sono fatti alcun problema a dire che avrebbero cercato il 'contatto giusto' per ritrovare il motorino. Naturalmente non do la colpa a questi ragazzi per la risposta terribile che hanno dato, ma agli adulti. Alle famiglie, agli insegnanti, ai media che trasmettono valori sbagliati."

Ma non è cambiato nulla, in meglio, in questi anni, secondo la tua esperienza?

   "Per me di strada ne è stata fatta, ma poca rispetto a quanto mi sarei aspettata, a quanto avrei voluto. Certo venticinque anni fa non si poteva parlare di mafia, c'era un silenzio assordante, un avallo di fatto della criminalità. Oggi non è più così, ma Catania non si è svegliata come Palermo, è tornata a dormire e non posso accettare che ci voglia un altro morto innocente per reagire. Ancora non c'è una cultura legalitaria largamente diffusa, incisa nel nostro dna. Molte volte dopo gli incontri, cala il sipario. Ecco perché sono importanti i libri, i dibattiti, gli spettacoli teatrali, i film. Quando parlo con i giovani faccio capire loro che quello che è accaduto a noi può succedere a chiunque fino a quando la inalità organizzata sarà forte."

Nell'estate 2008 Elena ha partecipato ai campi per i ragazzi organizzati da Libera a Corleone, dedicati a Peppino Impastato e a Pippo Fava.

   "Sono andata a conoscere quei ragazzi che hanno coltivato i terreni confiscati al boss Leoluca Bagarella. Mi ha colpito quanto fossero numerosi, che arrivassero da tante parti del Sud oltre che dalla Toscana. Hanno alimentato la mia speranza che le cose possano cambiare, che mio padre non sia morto invano. È stata un'emozione indescrivibile."

Ne parla con il sorriso nonostante il dolore per la perdita violenta di suo padre.

   "Io mi considero una persona che ha vissuto una vicenda dolorosa sulla quale però non si è mai ripiegata. Ho un sogno: che ciascuno di noi familiari possa dire un giorno semplicemente il suo nome e cognome. Che chi ci sta di fronte sappia, sia consapevole della nostra storia che non è solo personale, appartiene all'Italia."

Un Paese che Elena vorrebbe molto diversa da quello che è, per responsabilità della classe politica e di chi la vota.


   "C'è molta indifferenza, poca libertà autentica e tanta sfiducia perché i problemi effettivi non vengono risolti, se ne parla tanto senza dare una soluzione. Questo continuo piangersi addosso, questo continuo litigare dei politici è insopportabile. Ma facciano qualcosa per i reali bisogni delle persone invece di blaterare o peggio ancora di pensare ai propri interessi! D'altro canto non tollero nemmeno l'incapacità di indignarsi di una larga fetta della società, questo rimprovero all'Italia ."

L'intervista completa in:
Lotta civile. Contro le mafie e l'illegalità, edizioni Chiarelettere 2009


Il blog



20 marzo 2009 Di Antonella Mascali


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