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INTERVISTA

Intervista a Nathaniel Rich, autore de "La voce del sindaco"




È giovane, Nathaniel Rich, non ha neppure trent’anni. Arriva scarmigliato e un poco in ritardo all’appuntamento per l’intervista, è andato a vedere la mostra sul futurismo. Gli dico, scherzando, che avevo pensato di andare anche io, proprio questa mattina, poi temevo di fare tardi - avremmo potuto incontrarci lì, e fare l’intervista a Palazzo Reale…
Ma la cosa che più mi stupisce è sentirlo parlare in italiano- accentato, ma fluente. E non è certo usuale, che uno scrittore straniero, soprattutto se di lingua inglese, parli la nostra lingua. Gliene chiedo subito il motivo.

Leggi la recensione di "La voce del sindaco", di Nathaniel Rich


Sapevo già dal suo romanzo che Lei ha vissuto per un certo periodo in Italia, ma non sapevo che conoscesse l’italiano. Lo aveva già studiato prima di venire in Italia?
Sì, ho studiato l’italiano per quattro anni e sono venuto in Italia, a Firenze, per la prima volta dopo il primo anno di studio. Era il 1995. Poi sono tornato ogni anno, sono stato a Milano, dove ho fatto uno stage alla Mondadori e a Trieste. Mi sono laureato in Letteratura Comparata con una tesi su Italo Svevo e, per il mio corso di laurea, era obbligatorio studiare una lingua straniera.

Parliamo di Lei, allora, per prima cosa. Appartiene ad una famiglia letteraria- suo padre scrive per il New York Times e anche suo fratello è uno scrittore. Come ha influenzato la sua scelta di carriera, l’appartenere ad una famiglia così? Le ha reso le cose più facili?
Certo che mi ha reso le cose più facili: quando si hanno dei genitori che lavorano nell’editoria e sono anche scrittori- anche se di genere diverso, perché mio padre ha scritto critica teatrale prima e poi si è occupato di politica- cresci in maniera diversa; non solo capisci che cosa significhi essere uno scrittore, ma anche prendi l’arte e la scrittura in maniera seria. Non è comune: conosco scrittori i cui genitori non capiscono…Invece nella mia famiglia l’arte e la scrittura venivano prese seriamente e si era rispettati per dedicarsi a quelle. Non mi è stato difficile seguire la mia strada, fare quello che mi interessava, non sono mai stato spinto a fare qualcosa d’altro. I miei genitori mi hanno sempre sostenuto, anche quando ero più giovane e volevo fare prima il giocatore di baseball e poi il musicista rock.

L’appartenenza alla sua famiglia Le ha reso anche la carriera più facile? Alla sua età Lei è editor di una rivista letteraria, “The Paris Review”, oltre ad aver scritto un romanzo: non mi pare abbia incontrato molti ostacoli sulla sua strada…
Negli Stati Uniti forse è diverso da qui: gli editori sono sempre in cerca di nuovi scrittori giovani, puntano sul successo di un debutto nuovo sulla scena letteraria. Accade anzi il contrario: vengono ingaggiati troppi scrittori che poi si sentono sotto pressione e sono intrappolati dall’ansia. Un’altra cosa molto americana è la ghettizzazione della scrittura: spesso c’è il giovane scrittore che ha scritto un paio di racconti sul suo paese di origine- magari un posto sperduto nell’Oregon. Ma poi ci si aspetta da lui sempre la stessa cosa e invece lui vorrebbe evolvere e scrivere d’altro. E’ ancora peggio con i giovani che scrivono delle minoranze…Io avevo dei vantaggi, ma penso che nessuna casa editrice investirebbe in uno scrittore se non credesse in lui.

Ho letto che ha impiegato cinque anni per scrivere “La voce del sindaco”: Le ci è voluto tanto tempo perché faceva altre cose oltre a scrivere, oppure trovava difficile immergersi nel romanzo?
Ci ho messo cinque anni perché facevo altre cose insieme- avevo un lavoro e mi sentivo in ansia per quello che facevo. Poi c’è stato anche un grosso lavoro di editing sul romanzo, ho dovuto riguardarlo e cercare di imparare i trucchi di quello che andava bene e quello che dove essere corretto o scartato. Inoltre era parecchio più lungo. E no, non penso che ci si dovrebbe impiegare così tanto a scrivere un libro: non ho certo intenzione di lavorare così a lungo sul mio prossimo romanzo…

Il romanzo è pieno di riferimenti all’Italia, a Milano- e mi ha già detto che ci ha vissuto-, ma soprattutto a Trieste e al Carso: come mai?
È vero che sono stato a Trieste e questo spiega in parte i riferimenti del romanzo, ma c’è dell’altro. Avevo questa ossessione per le cose italiane; sapevo che il tema centrale del libro era la lingua e la lotta per comunicare l’uno con l’altro, sia nella vita quotidiana sia nei rapporti sentimentali. Poi sono andato a Trieste e l’ho trovata incantevole: un posto strano e melanconico, perso nel passato, tra diverse culture e diverse lingue, con diverse maniere di vita, una città tra Oriente e Occidente. Mi sembrava il luogo perfetto per un libro sulla comunicazione, un luogo perfetto situato in Italia ma che pare trovarsi in un altro mondo. Un angolo del paese insolito, lontano dalle rotte turistiche. Per caso, poi, mentre ero là c’era il Festival dell’esperanto e questo mi è sembrato un motivo in più per mettere Trieste nel romanzo.

Nel romanzo accenna anche al fatto che Eugene ha lo stesso nome di un grande poeta, Montale; quando parla di Enzo, fa dire ad Alison che il giovane ha un piccolo nome allegro e molto italiano. Cita anche Italo Svevo e penso che il romanzo sia pure debitore nei confronti di Italo Calvino: mi ha già detto che ha studiato l’italiano, conosce bene anche la letteratura italiana?
Oltre all’allusione a Montale nel nome di Eugene, c’è quella al vero nome di Italo Svevo in Mr. Schmitz…e sì, conosco la letteratura italiana ma non bene come vorrei. Il mio prossimo impegno è la traduzione in inglese de “La chiave a stella” di Primo Levi.

Quali altri scrittori l’hanno influenzata?
Dante è molto importante per me. E avevo in mente- non vorrei essere frainteso con questo riferimento a Dante- che Eugene dovesse avere in ogni luogo una guida che lo aiutasse a passare oltre: così prima c’è Mr. Chisholm, poi Frank Lang, Enzo e infine Eakins. E a proposito dei richiami dei nomi: Stasja si chiama così in omaggio al poeta latino Stazio che guida Dante nel Purgatorio.

Nel romanzo c’è il problema del linguaggio: è perché la comunicazione, la vera comunicazione tra le persone, diventa sempre più difficile di questi tempi?
Penso di sì, penso che sia vero che la comunicazione è meno chiara nella nostra società: ci sono persino dei testi per insegnare a scrivere una e-mail senza fraintendimenti. La questione più ampia è quella del desiderio di farsi conoscere dall’altro: è il desiderio umano più intimo, sia nell’amicizia, sia in famiglia e nei rapporti amorosi. E’ impossibile realizzare un’unione solo attraverso la lingua, la lingua è un’approssimazione. Dobbiamo cercare di realizzare questa comprensione attraverso i gesti, gli sguardi…La maniera più efficace è raccontando storie, attraverso la metafora delle storie: ecco perché ci sono tante storie nel libro. Non vengono a caso, delle storie sono raccontate ogni volta che c’è un blocco tra i personaggi. E per superarlo, raccontano storie. La narrativa è questo, dopo tutto, mettersi nei panni di un altro: è questo che si fa quando si scrive un romanzo.

Il lettore resta un poco sconcertato riguardo al ruolo della seconda storia, quella di Schmitz e Rutherford. Si pensa che finisca per intrecciarsi con la prima narrativa, e invece non accade. Quale è il significato di questa seconda storia?
Sapevo che certi lettori sarebbero stati frustrati e non è mio desiderio frustrare nessuno, ma pensavo che due storie avessero una risonanza. La giustapposizione delle due storie avrebbe rivelato di più delle singole storie. Se avessi fatto incontrare le due vicende alla fine, avrebbe minato quello che volevo fare, sarebbe sembrato artificioso e forzato. A me interessava mettere due personaggi che fronteggiassero gli stessi problemi in diversi momenti della loro vita. Avevo in mente “Il maestro e Margherita” di Bulgakov dove la storia di Ponzio Pilato crea una risonanza con quella del maestro e Margherita.

Il lettore pensa anche che la storia d’amore tra Eugene e Alison si svilupperà: quando ha deciso di lasciarla perdere?
Non l’ho lasciata perdere: la storia d’amore è una storia d’amore da una parte sola. Eugene si racconta la storia su Alvaro e sul suo romanzo, e anche si racconta la storia su Alison così come quella sui suoi genitori- soprattutto sulla madre scomparsa. E’ per questo che Alison ha tanti nomi: tutti i personaggi uomini la vedono come vogliono, in maniera diversa. Io volevo fare di lei un personaggio forte e vivido: per questo ci sono delle parti in cui lei è l’unico personaggio.

In conclusione, il romanzo sembra essere sul ruolo dello scrittore: è una celebrazione della creazione letteraria?
Sì, alla fine Eugene si rende conto che vuole essere uno scrittore. E’ un romanzo sul raggiungere la maturità; in un certo senso c’è della tristezza nel dover andare dentro di sé e allontanarsi dal mondo. Ma è eccitante che i personaggi prendano vita autonoma, che ci sia un poco di follia…



17 marzo 2009 Di Marilia Piccone


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