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Intervista

Lucio Battisti, un libro sull'album Anima Latina


La casa editrice No Reply continua il suo viaggio tra gli album che hanno segnato la storia della musica nazionale e internazionale. È la volta del cantautore forse più popolare in Italia, Lucio Battisti. Renzo Stefanel sceglie di raccontare uno degli album più controversi della produzione dell'artista di Poggio Bustone, Anima Latina, usicto nel 1974. Nel libro interviste ai tanti protagonisti che hanno lasciato un'impronta decisiva nel disco o hanno solo incrociato la lavorazione. Abbiamo chiacchierato con l'autore a proposito del libro da lui scritto.

Tutti i titoli della collana Tracks
Il cd "Anima Latina", di Lucio Battisti 


La scheda del libro
I dieci anni dalla scomparsa di Fabrizio De André mi hanno fatto pensare molto a Lucio Battisti. Perché ho visto tutto quello che è stato fatto e si farà per l’opera di Faber. E ho visto tutto quello che non è stato fatto e non si farà per l’opera di Lucio Battisti. Che ne pensi?


Che la tua amarezza è pienamente giustificata. Che Lucio Battisti è considerato solo come un autore di canzonette da spiaggia e falò e non come il massimo compositore pop-rock italiano degli ultimi 40 anni, quello che ha volgarizzato in Italia la musica anglosassone degli anni 60 e 70, coniugandola con la nostra tradizione, fondando in pratica i moderni pop e rock italiani (e scusa la ripetizione). Che dietro le celebrazioni di Faber – giustissime – sta una fondazione molto agguerrita, che a volte ha magari iniziative un po’ retoriche e banali, altre volte splendide (come la mostra di Genova, che mi dicono bellissima); dietro le non celebrazioni di Battisti stanno i maniacali divieti della sua famiglia (così pervicaci che vien da pensare che ci sia stata una volontà precisa di Lucio in merito). E forse l’aria da celebrazione permanente, ma quasi sempre un po’ agiografica, non fa proprio benissimo alla causa battistiana. “Faber sì, Lucio no” rimane comunque una situazione paradossale: un po’ come se in America si celebrasse Leonard Cohen e non Bob Dylan o in Inghilterra Donovan e non i Beatles.

Anima Latina, voglio pensarlo come un libro a-decennale, un po’ perché è uscito nel 2009 e un po’ per il taglio. Sbaglio?

Non sbagli. L’idea del libro nasce quando mi è arrivato il comunicato stampa del varo editoriale della collana “Tracks” della No Reply, in cui ogni volume è dedicato a un classico della musica. Ho subito scritto un’e-mail alla casa editrice proponendomi. Nello stesso momento loro stavano chiedendo lumi a Franco Zanetti su chi poteva essere adatto a confezionare un libro su un album di Battisti. E lui stava facendo il mio nome, cosa di cui lo ringrazio. Questa curiosa coincidenza ha prodotto il libro. Questo per quanto riguarda il fatto tecnico. Poi dietro c’è la volontà di mettere in luce un Battisti differente, la cui musica è meno conosciuta, ma stupefacente, di grandi fascino e visionarietà, capace di essere influente ancora oggi.

Unisco la prima e la seconda domanda: ti piacerebbe che ogni album di Battisti diventasse un libro? Che si creasse una biblioteca battistiana? Magari con un carattere multimediale?

Ovvio. Intanto mi piacerebbe che anche in Italia, come all’estero, uscissero libri – e venissero letti – sugli album più importanti della nostra storia musicale. In questo sono d’accordo con Battisti: prima dell’autore c’è la sua musica. Noi spesso invece – non solo in campo musicale – costruiamo un monumento, celebriamo un santino, poi possiamo anche passare oltre quello che un autore ha prodotto, nel senso che la sua analisi in dettaglio non è poi così importante. Esistono meravigliose eccezioni, sia chiaro, non solo battistiane: Ceri, Becker… Circa la multimedialità, sarebbe bello ma temo impossibile: il ritiro prematuro dalle scene di Battisti ci priva di molto materiale di prima mano. Certo, si potrebbero filmare le interviste a chi c’era, ma ci vorrebbe davvero un buon regista per rendere visivamente appetibile il tutto senza cadere nell’effetto tv amarcord. Insomma: difficile avere un One plus one/Sympathy For The Devil (il film di Godard che cattura gli Stones durante le prove e le registrazioni del loro immortale classico) battistiano.

La scheda del disco
Entriamo nel libro che hai scritto. Paul McCartney ha fatto riuscire Let It Be Naked senza la sovrapproduzione di Phil Spector. Ora, quando ho letto nel tuo libro che a Mogol piacerebbe far riuscire Anima Latina con un diverso missaggio sono stato “egoisticamente” assalito dal desiderio di vedere il cd nei negozi. Tu saresti favorevole a un’operazione del genere?


Ti dirò che non è una mia priorità. Non trovo pertinente il paragone con Let It Be Naked, perché Spector non aveva rispettato le volontà di un musicista (McCartney era l’unico contrario), mentre in Anima latina Mogol ha scritto i testi, non le musiche. Potrebbe essere un’operazione curiosa, ma a patto di far uscire il disco come doppio: mix di Battisti e “remix” di Mogol. Ma più che curiosa non credo che sia. Infatti, credo che 35 anni non siano passati invano: c’è un’abitudine nel pubblico di oggi a sentire le voci “basse”, allo stesso livello degli altri strumenti, molto più diffusa. Abbiamo 35 anni in più di educazione al rock e al suono anglosassone. Non credo che farebbe una grande impressione. Certo, magari finirebbe al numero uno in classifica: ma oggi si va al numero uno con duemila copie vendute in una settimana, quindi… Troverei invece molto più interessante ritrovare i nove brani “perduti” di cui parlano Radius e Bravin, che affermano che Anima latina doveva essere doppio. Così come far uscire in massa, e non centellinati e dispersi in raccolte di materiale già edito, gli inediti battistiani. Mi piacerebbero anche delle edizioni tipo la versione quadrupla di Pet Sounds, con tutte le tracce registrate e scartate, in modo da avere un’idea del work in progress di Lucio. Però, certo, dovremmo avere una discografia in Italia, non dei pataccari…

Come ti spieghi le due ravvicinate affermazioni di Reverberi che compaiono nel tuo libro. Prima dice “Anima Latina, comunque, per me è il disco di un dilettante” e subito dopo “Non è che lo conosca bene”. Come si può giudicare un disco senza conoscerlo bene?

Non si può, infatti. Quelle due affermazioni ravvicinate di Reverberi me le spiego come un tentativo di sviare da sé tutti i sospetti di essere stato lui il fantomatico Gneo Pompeo addetto agli archi elettronici. Per chi non lo sapesse, è uno dei misteri battistiani: a chi è attribuito quel nomignolo (che tra l’altro fa da pendant con quello di Caesar Monti suggerito da Battisti a Cesare Montalbetti)? Gian Piero Reverberi è sempre stato il maggiore indiziato: perché in Il nostro caro angelo gli archi elettronici li ha suonato lui; perché era stato fino ad allora l’arrangiatore di fiducia di Lucio; perché le sue iniziali coincidono con quelle di Gneo Pompeo; perché diverse testimonianze di musicisti lo indicano come presente sporadicamente in sala. Reverberi non condivideva il percorso che Lucio aveva intrapreso già nel disco precedente; aveva con lui forti frizioni a livello caratteriale; il nomignolo non è dei più felici, tanto più se viene affibbiato da una persona che si trova antipatica. Insomma, Reverberi non mi ha convinto. Anche se, non avendo nessun elemento decisivo in mano, non posso che rispettare quello che mi ha detto. Al limite posso condividere il fatto che risulti l’incongruenza che noti nelle sue dichiarazioni.

Leggendo le interviste, i ritratti di Mogol e Battisti cambiano di volta in volta. Le amicizie, i litigi etc., sembrano influenzare l’opinione che i collaboratori hanno di loro, anche a distanza di anni. E solo in alcuni soggetti emerge chiaramente la convinzione che i due siano stati fondamentali e geniali per la storia della musica italiana. Che ne pensi?

Che è naturale è umano. Pensa che ci sono persone che non solo non amano i Beatles, ma addirittura che attribuiscono ogni loro trovata geniale esclusivamente a George Martin… E non parlo di avventori di un bar, ma di critici con un nome. Oppure pensa a quanto controversa nell’attribuirle importanza è una figura imprescindibile come Bowie. Chi ha avuto un rapporto duro caratterialmente con Battisti e Mogol è difficile che ne riconosca la genialità. Lo stesso chi viene da ascolti radicalmente diversi. Pure Battisti ha avuto esplicite parole di ammirazione in tutta la sua carriera solo per De Gregori e Venditti, tra gli artisti italiani: ha invece parlato male perfino di De André. Tutto è relativo. Non sono alcuni giudizi soggettivi che possono mettere in dubbio importanza e genialità di due autori come Battisti e Mogol: c’è la loro evidente ed enorme influenza sulla musica italiana che parla da sola. È anche per questo che ho voluto intervistare nel libro non solo gli autori delle cover finora edite di Anima latina, ma anche quattro artisti indie che adorano quel disco: Amari, Annie Hall, Dente, Granturismo. Amori insospettabili da parte di artisti sconosciuti al grande pubblico, ma che fanno parte del lato propulsivo della musica italiana. Quello che è l’indie di oggi, l’alternativo come si diceva negli anni 90, è il mainstream di domani, no? E l’indie di oggi ama Anima latina, non Un’avventura. Vorrà dire qualcosa.

Ci sono canzoni di Lucio Battisti trascurate dal mainstream, come quasi tutte quelle di Anima Latina, che le radio non trasmettono mai, tranne forse Radio Italia Anni 60. E che finiscono per conquistarti, anche solo per il fatto di apparirti nuove, illudendoti che esista un Battisti inesplorato oltre i giardini di marzo e le canzoni del sole. In questo gruppo fanno naturalmente capolino tutte le canzoni del periodo con Panella. Ma anche, citando a caso, Un uomo che ti ama, Ma è un canto brasileiro, Ami ancora Elisa. Quali sono le tue “trascurate preferite”?

Eh, un bel po’. Tutti gli strumentali di Amore e non amore (1971), tanto per iniziare, che trovo bellissimi dal primo all’ultimo. Poi Le tre verità (1971), con quella progressione discendente di accordi con bordone di Re che rimanda tanto ai Led Zeppelin più folk, stile Gallows Pole (1970), tanto per dirne una, e con quel riff rock blues sempre made in Page. Quindi Elena no, che per la sua combinazione tra scanzonato r’n’r e testo dedicato a un ritratto d’uomo schiavizzato dalla sua donna mi pare l’antenata nobile del Vasco Rossi, un autore che  peraltro non amo affatto, dei primi anni 80. Inoltre Vento nel vento (1972), una delle più intense e meravigliose canzoni d’amore mai scritte, con un inserto centrale d’archi che dovrebbe far accreditare Reverberi come co-autore, perché siamo di fronte a uno di quei casi in cui l’arrangiamento diventa inseparabile dalla scrittura della base del pezzo. E ancora: Questo inferno rosa (1973), che ha una strofa già quasi grunge, oltre a un testo che definirei definitivo sul matrimonio. E il jazz-rock di Io gli ho detto no (1973); Comunque bella (1972); Il fuoco (1972), con quello splendido incrocio tra Hendrix e il kraut degli Ash Ra Tempel; Dove arriva quel cespuglio e Il veliero (1976), con la seconda già proto-house; Ho un anno di più (1977), bellissima e desolata, con degli splendidi synth; Mistero (1982), con la sua elettronica cupa e al tempo stesso epica e presaga di rivelazioni occulte, brano da brividi per la sua sincerità. In generale tutto l’album E già (1982). Mi fermo, senza aprire il capitolo “inediti e outtakes che circolano sul web”.

03 marzo 2009 Di Francesco Marchetti

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