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INTERVISTA

Fiction, non fiction e il grandissimo cinema dell’ambiguità

La parola ad Enrico Ghezzi

Enrico Ghezzi autore, a volte conduttore, dal 1988 di Fuori Orario (Rai Tre), co-ideatore, insieme a Marco Giusti, della celebre rubrica serale Blob e uno dei maggiori critici cinematografici in Italia, ci parla della 59° edizione del film festival di Berlino, la Berlinale, illustrandoci aspetti positivi e negativi, novità e ridondanze.


La 59. edizione della Berlinale
Terra madre, il nuovo film di Ermanno Olmi
Intervista a Franco Piavoli

Quali sono le novità più interessanti di questa edizione della Berlinale?


La Berlinale non è mai stata un festival di realtà, come non lo sono mai i grandi festival. La cosa curiosa è che ha sempre avuto retrospettive di gran lunga migliori di tutti i grandi festival, inclusa Venezia, negli ultimi 15-20 anni: a volte di un autore, che fanno il punto su registi straordinari come Murnau, l’anno scorso Buñuel, a volte fanno anche cose di genere, dei tagli particolari nella storia del cinema: Nouvelle Vague, film del 68... poi ci fu una bellissima retrospettiva sul cinema scoop e quest’anno ce n’è una, secondo me imperdibile, sui 70 millimetri e sul cinema “bigger than life”, il cinema che cercò di dilatarsi per contrastare la diffusione capillare televisiva da una parte e la disaffezione per il luogo cinema, le sale insomma, soprattutto americane. Ci sono film come Tutti insieme appassionatamente, 2001 e non sono solo americani, che rappresentano un tentativo di gonfiare tutto il cinema a una grande dimensione. Sarà un momento molto lontano dal cinema che si fa e si pensa oggi, tutto per la domesticità o comunque per le microsale, (anche se, peraltro, c’è un seguito di questo, ovvero i grandi schermi IMAX). Oggi si vede, in parte, il cinema assolutamente tecnologico dell’Imax che ancora non ha raggiunto i propri potenziali, oppure quello diffuso da telecamerine, quel cinema che si può mandare da un internet point, da dove si vuole…

Dato che ci sarà anche Terra Madre di Olmi, sarebbe interessante capire cos’altro c’è ancora di importante quest’anno per quel che riguarda il genere documentario.

Purtroppo, in generale, la quantità delle scoperte è minore della conferma di alcuni nomi, di alcune possibilità di cinema e di alcune pratiche d’autore anche consolidate, da un certo punto di vista quasi scontate. Soprattutto a Berlino, dove si vede da diversi anni, nella sezione Forum e ancor più in Panorama, una quantità enorme di film. Proprio a Berlino è apparsa una continuità molto forte, molto ribadita, molto produttiva, nel senso della produzione del festival, della fiction, della non fiction, della non fiction accanto alla fiction, quindi non andrei mai a un festival per vedere dei documentari, come non andrei a vedere dei film di fiction, personalmente mi tolgo da queste differenze che trovo del tutto fasulle oppure commerciali, distributive, di comodo e che comunque, già a Berlino stessa, sono superate da anni, così come quello è stato negli anni recenti il primo festival a premiare Koni Azoaki un film di animazione, come miglior film. Diciamo che sono veramente dei confini, dei paletti che non hanno molto senso, comunque sì, a Berlino ci sono di solito molti documentari e mi pare ce ne siano anche quest’anno. Il fatto stesso che li qualifichiamo parlando di documentari rende meno interessante la cosa. Davvero credo che tutti i film siano documentari, tutti siano film di fiction, sta a noi declinare questa differenza momento per momento, addirittura scena per scena, immagine per immagine.

Quindi come giudica la dichiarazione di Olmi di volersi dedicare solo al genere documentario?  

L’ultimo, I Cento Chiodi è un film, da una parte visibilmente di fiction, che ha un assunto e un apologo, dico visibilmente perché è volutamente visibile, scarno, banale, molto diretto, come gioco o situazione narrativa. E poi è uno stupendo film sulla pianura Padana, sul restare di alcuni colori, sul restare di alcune acque, sul restare di alcuni tramonti, sul restare di certa vegetazione e di certe persone. Olmi è sempre stato in questo senso filmico anche quando ha raccontato storie che sembrerebbero più romanzesche o più narrative, dalla imprevedibile messa in scena della Leggenda del santo bevitore, oppure in quello su Giovanni dalle Bande Nere [Il mestiere della armi, ndr], un film in realtà completo di situazioni di spostamento del cinema in una zona dove si immagina il passato come presente e in cui il passato viene invocato quale presente. Il film di Olmi, che non ho ancora visto, sarà spero bellissimo e sarà film a tutti gli effetti. Questo se serve per avvicinarsi alla questione o alla polemica dei pochi film, o nessun film italiano.


In riferimento a questa polemica, lei come risponde all’affermazione di Kosslick che definisce il cinema italiano cinema “culinario”?

Kosslick è un direttore di Biennale se vogliamo, perché è stato “culinario”, nel senso che prosegue, lo dico in senso divertente e affettuoso, un’apertura alla curiosità da parte della Berlinale e, dicendo “culinario”, lui parla di se stesso, della Berlinale stessa, perché è da due o tre anni che la grande novità, consiste in una rassegna con alcuni film presenti al festival e alcuni film in più (tra l’altro c’è anche il film di Olmi) che vengono proiettati in una specie di sala  ristorante, un appuntamento a cui non sono mai stato perché si perde tempo con orari e spostamenti. Ci andrei anche, ma mi sembra ridondante. Quindi “culinaria” è la Berlinale, culinaria è perché già dai tempi di de Hadeln, il direttore precedente, era una selezione molto politica, attenta alla casualità della politica, alle scelte casuali da un punto di vista estetico e culturale indirizzate dalla necessità dell’invenzione politica e dal tema dell’anno. Non c’è una grandissima selezione dal punto di vista della qualità. Spesso dimentico nel giro di due ore, due giorni o di due mesi i film vincitori della Berlinale. Questo può capitare anche con Venezia, con Cannes. Diciamo che la cosa clamorosa, il dato di spicco di Berlino è che non inventa mai, non trova mai una cinematografia, un autore davvero nuovo, anche se è l’unica volta in cui è stato premiato e ha avuto un riconoscimento pubblico con l’Orso d’Oro un genio come Malik con Thin red line (La sottile linea rossa), però non è in qualche modo la qualità della selezione che le si può chiedere. È una sorta di curiosità diffusa quella di Berlino, dove il bello sono i numeri, le quantità che comunque danno la possibilità, questo come a Rotterdam - dove sono appena stato - di aggirarsi e di trovare. L’altra cosa importante di Berlino è quella di essere un festival cittadino; vai al cinema e sei in mezzo a un pubblico che affolla tutti i giorni le sale, anche se non è consueto, poiché non è questa la norma del cinema negli ultimi anni. Però il pubblico che ci va è un pubblico di giovani, di studiosi, non un pubblico composto solo da professionali o da qualche curioso di star o del cinema stesso, visto come probabile glamour, come avviene a Cannes. Non è la stessa cosa di quel cinema dove vanno gli appassionati del “corto da festival”, quelli che vanno a Venezia, dove peraltro troveranno la solita scelta di film americani, sette, otto, nove, per dire che comunque il grande cinema Usa è presente anche a Venezia. È un festival che è più liberamente percorso da pubblici diversi e questo ne fa la forza, è un momento di cinema anche nel modo di vedere i film.


Non pensa sia un festival che può vantare una certa apertura nei confronti dei giovani, ad esempio, non so se abbia sentito parlare del Talent Campus.

Certo. Non è che l’abbia visitato spesso, sono andato quando c’erano incontri con personaggi che mi interessavano. Poi c’è addirittura il cinema per bambini. Diciamo che il pubblico potenziale passato e futuro è tutto mobilitato, dalle retrospettive al piccolo cinema per ragazzi. È questa la qualità del festival di Berlino, non è la qualità di un film o dell’altro e Kosslick, per finire sulla culinarietà, non mi sembra il tipo che possa permettersi un giudizio estetico così sprezzante, anche se era una battuta, nel senso che la sua è una direzione molto burocratica. In Italia non si sceglie mai una direzione autoriale davvero fino in fondo, ma semmai un ottimo manager che sia anche un cinefilo, una persona un po’ di cultura per farne una sorta di feticcio, peraltro provvisorio, sottoposto alla mancanza di autonomia assoluta. Qua invece c’è un buon burocrate che coglie l’occasione di questa direzione giocando proprio la carta della città, giocando la carta della curiosità.

Un’ultima domanda su Chabrol, dato che lei ne è un grande conoscitore, ha visto il film che verrà presentato alla Berlinale?

Purtroppo ancora no.

E cosa si aspetta da questo nuovo lavoro?

Da Chabrol mi aspetto sempre moltissimo, mi sembra moltissimo anche quando è quasi nulla, quando gira un film tratto da un soggetto che sembrerebbe minore, a parte che mai nessun soggetto suo mi sembra minore. È talmente già interessante il modo in cui si interessa a un soggetto che non mi importa se sia un piccolo poliziesco, c’è sempre un suo segreto. Per me, in questo momento, è probabilmente al mondo l’unico esponente di un cinema di pura regia, di puro mistero del farsi cinema, al di là del racconto, al di là del cinema di genere, che lui pratica moltissimo. È oltre Hitchcock in questa dimensione, è veramente una figura estrema, veramente isolata, paradossale, che nel cinema si chiamerebbe commerciale, ma poi non è vero fino in fondo perché ha i suoi scatti. Lo considero forse il cineasta più inimitabile che esista oggi al mondo, proprio perché non è un’inimitabilità dovuta all’evidenza di una forma propria, non ha una sua evidenza tematica o stilistica: è di più, è più vicino a una personalità del cinema assunta con un occhio quasi automatico, che fa molta paura per la precisione. Ci sono stati film che tagliano, film in qualche modo dolorosi, ma poi godibili nello svolgimento per il modo in cui dipanano l’uso dello spazio, l’attenzione agli attori, lo trovo un grandissimo cinema dell’ambiguità .


Enrico Ghezzi è stato a sua volta regista nel 1987 di un cortometraggio, "Gelosi e tranquilli", della durata di sette minuti, che faceva parte di una specie di film a episodi firmato da 15 registi della cosiddetta "nuova scuola italiana"

05 febbraio 2009 Di Anna Zizola


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