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HOME | venerdì 19 marzo 2010 |
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Intervista a Brunonia Barry sul suo primo romanzo, La lettrice bugiardaLeggi l'anticipazione e la recensione di "La lettrice bugiarda"
Salem e la caccia alle streghe, predicatori fanatici, un’isola popolata da cani e donne in cerca di un rifugio dalla violenza maschile, il fantasma di Hawthorne nella famosa casa dai sette abbaini, una donna anziana che scompare, un’altra più giovane che ha subito un grave trauma, merletti bianchi con cui si può leggere il futuro, come fossero tarocchi… c’è tutto questo nel romanzo della scrittrice americana Brunonia Barry. Ne abbiamo parlato con lei.
La mia prima domanda non ha niente a che fare con il libro - oppure, chissà? I nomi mi incuriosiscono sempre molto: da dove viene il suo nome, Brunonia? Non è certo un nome comune…
Il nome Brunonia fu scelto da mio nonno e in realtà è il mio secondo nome. Mio nonno era entusiasta dell’Università in cui aveva studiato, la Brown University. In latino Brown è Brunonia, perciò avevano canzoni con titoli come “Salve Brunonia!” oppure “Brunonia per sempre!”. Andando in giro per gli Stati Uniti per presentare il libro, mi è stato chiesto ripetutamente se io abbia frequentato la Brown University. Altri pensano che sia un nome strano: a me piace perché mi ricorda mio nonno.
Parliamo ora de “La lettrice bugiarda”: il pizzo è una delle molte chiavi di lettura del libro. È qualcosa che le donne fanno veramente, leggere la vita delle persone attraverso il pizzo, come se si trattasse di carte, oppure lo ha inventato?
Per quello che ne so, non ci sono lettrici di pizzo. A me è venuta l’idea in un sogno. Stavamo facendo lavori di restauro in una vecchia casa che avevamo appena comperato, buttando giù dei muri per ampliare la cucina. Nel sogno guardavo attraverso un pizzo antico che mi aveva dato mia nonna, per vedere che aspetto avrebbe avuto la cucina, una volta che fosse terminata. È qualcosa che nessuno farebbe, ma nei sogni cose del genere sembrano sensate. Guardando attraverso il pizzo, non vedevo la cucina finita, ma dei cavalli in un campo - il che era veramente senza senso. E poi io sono allergica ai cavalli e l’immagine mi metteva ansia. Il mattino dopo, l’uomo che doveva buttare giù il muro si girò verso di me e mi disse, “odio questa malta con crine di cavallo, va nell’aria e non si riesce a togliere”. A quanto pare, per alcuni dei vecchi edifici della città era stata usata della malta con crine di cavallo dentro, e naturalmente noi non ne sapevamo nulla, quando avevamo acquistato la casa. Questa mia esperienza mi ha dato l’idea per il libro. E, da quando è stato pubblicato “La lettrice bugiarda”, alcune delle streghe di Salem hanno incominciato a leggere il pizzo. Così ora ci sono veramente delle lettrici di pizzo…
E il pizzo è anche una metafora per la vita, con i suoi spazi pieni e vuoti?
Lei è la prima a farmi questa domanda ed ha ragione. Non sono certa di averci pensato quando ho iniziato a scrivere, ma l’ho scoperto mentre la storia prendeva forma. Adesso vedo il pizzo come una metafora per la maniera con cui ci relazioniamo agli altri. A volte ci ‘colleghiamo’ agli altri con un solo filo, ma quel filo ci può portare alla persona seguente, agli eventi seguenti. E dopo molti di questi collegamenti, possiamo fare un passo indietro e vedere il disegno che si è venuto creando. Alla fine gli spazi vuoti sono importanti tanto quanto i fili.
Facendo dell’eroina un’inaffidabile narratrice voleva dire che questo è quello che accade nella vita quotidiana - essere noi stessi inaffidabili narratori, ascoltare inaffidabili narratori, perché è sempre il punto di vista di qualcuno che ascoltiamo?
Sì, ad un certo livello questa è una storia sulla percezione: ad un certo punto Rafferty dice che ognuno vede quello che si aspetta di vedere. Le nostre percezioni sono influenzate dalle nostre aspettative; perciò quando noi pensiamo di stare ascoltando la vera storia, formuliamo già dei giudizi su quello che stiamo ascoltando. Quindi non è solo la persona che racconta la storia ad essere influenzata dalle sue percezioni e ad essere inaffidabile, ma lo è anche il lettore. Penso che questo accada di continuo. E sì, penso che ascoltiamo sempre il punto di vista di qualcuno e che la verità ‘vera’ sia molto elusiva.
Un altro dei temi del romanzo è quello del ‘doppio’: c’è sempre un’altra faccia della moneta?
L’insieme di immagini per questo romanzo mi sono venute in mente a coppie: le gemelle, i due salottini di Eva, la luminosità di Los Angeles contrapposta alla luce nordica del New England. A qualche punto nel romanzo ho buttato giù la frase, ‘ogni cosa e il suo opposto’. Durante il processo di scrittura quella frase ha assunto un gran significato per me. Persino la storia delle streghe di Salem ha due lati: quello che è stato così tremendo a Salem nel 1600 oggi è il motore del turismo ed offre un rifugio sicuro per le streghe moderne.
La vicenda si svolge a Salem con le sue memorie tragiche di caccia alle streghe: è un luogo che lei conosce bene? E poi: il tema del fondamentalismo è presente nella storia per sottolineare come ogni paese e ogni epoca abbiano il loro fondamentalismo?
Sono nata a Salem e sono cresciuta in una cittadina vicino a Salem, dall’altro lato del porto. Sono andata via a diciotto anni, prima a New York e poi a Los Angeles e sono rimasta lontana per tanto tempo. Tredici anni fa mio marito ed io siamo tornati a vivere a Salem. Ritornando dalla costa occidentale ho visto Salem in una luce nuova. Siamo andati ad un festival di Halloween e, mentre la gente si divertiva, c’erano dei fondamentalisti che predicavano, dicendo a tutti che erano dannati e invitando la gente a salvare l’anima. L’atmosfera era surriscaldata - ero stupita e ho pensato che il passato poteva ripetersi. Penso che dobbiamo guardarci da quell’intolleranza basata sulla paura, forse ora più che mai. La storia pare insegnarci che ogni luogo ha i suoi fondamentalisti, come pure ogni epoca.
Un altro tema molto forte nel romanzo è quello della violenza sulle donne: ci sono così tante vittime donne in ogni epoca, così tante donne che non vogliono rivelare di essere vittime. È questo il primo problema da risolvere per le donne - liberarsi da questa passività, quasi meritassero la violenza di cui sono oggetto?
Dal momento che il ciclo della violenza in genere procede gradualmente, a volte le donne non si accorgono di essere vittime fino quando la violenza non diventa estrema. C’è talmente tanta vergogna coinvolta e anche un senso di colpa personale. Molto spesso l’autostima ha incominciato ad essere erosa molto prima che iniziasse la violenza vera e propria; spesso le vittime credono che sia stato il loro comportamento ad aver causato la violenza. C’è un doppio sentimento molto forte: in genere la donna ama chi abusa di lei, almeno ad un certo livello, tanto quanto odia ciò che le viene inflitto. E in genere c’è rimorso da parte dell’uomo dopo un incidente. La donna vuole credere alle promesse che lui le fa, che non avverrà mai più. Tiene tutto segreto finché è a volte troppo tardi. Penso che noi, come società, dovremmo accettare che questo è un grosso problema ed offrire aiuto sia alle vittime sia ai carnefici. E dobbiamo anche rimuovere lo stigma dal cercare aiuto. Facendo ricerche per il personaggio di Rafferty, ho trovato un modo di dire dell’Anonima Alcolisti che mi sembra si possa adattare anche agli abusi: “Sei malato solo quanto lo sono i tuoi segreti.”
Mi è capitato di leggere che lei ha un cane di nome Byzantium come il golden retriever del libro: è l’unico riferimento personale che ha messo nel romanzo?
Ci sono molti riferimenti personali nel romanzo: Eva è basata su mia madre e mia nonna le cui classi di galateo erano famose tra le mie amiche, anche se non erano aperte al pubblico. Yellow Dog Island è basata su un’isola dove ho lavorato d’estate da giovane. Il cognome da ragazza della mia bisnonna era Whitney e l’ho usato nel libro. Una mia nipote è stata vittima di violenza domestica ed un’altra mia nipote lavora come consulente terapista per le vittime di violenza.
Con così tanti filoni, così tanti temi che si sviluppano nel romanzo, quale è stato il primo a cui ha pensato? Qual è stato il nocciolo intorno a cui ha tessuto le sue storie?
L’idea centrale è che devi andare indietro per poter andare avanti. Come nel pizzo, devi risalire il corso dei fili e trovare il punto di partenza, il nodo centrale che rappresenta la verità universale di chi tu sei quando ti spogli di tutte le apparenze.
| 08 gennaio 2009 | | Di Marilia Piccone |
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