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Intervista a Federica BoscoUna scrittrice originale che non si rivolge solo al pubblico che ama letture d'amore perché i suoi libri affrontano problemi che coinvolgono tutti, done e uomini, giovanissime e adulti.
Leggi la recensione di L'amore mi perseguita
Da quello che dici nei ringraziamenti finali si capisce che esistono molte analogie fra i cambiamenti, in positivo, avvenuti nella tua vita e in quella di Monica, la protagonista del tuo romanzo: sei tu che hai influenzato lei o è lei che ha influenzato te?
Ci siamo influenzate a vicenda: quando pensavo al libro non avevo ancora dato inizio alla svolta dell'alimentazione vegan, quindi ho dovuto convincerla piano piano con non poche reticenze. Per il resto, lei vive esperienze che non ho ancora vissuto, quindi forse un giorno mi verrà in aiuto.
Dici anche di aver eliminato i rami secchi e di aver smesso di rimuginare sul passato: quanto ti aiuta la scrittura in questo lavoro su te stessa?
Mi aiuta a vedere nero su bianco come stanno le cose, mi chiarisce le idee e mi rende più lucida, ma non basta: il vero lavoro è quello che fai su di te, giorno dopo giorno, confrontandoti con le tue paure e le tue debolezze. Ed è un lavoro a tempo pieno.
Sei ormai arrivata al terzo romanzo con Monica. Ora sembra che abbia trovato un buon equilibrio e una persona che la ama davvero: credi sia arrivato il momento di lasciarla andare per la sua strada, oppure siete ormai legate indissolubilmente? In altre parole, ti succederà mai di sentirla troppo ingombrante e, magari, di farla sparire in malo modo (Arthur Conan Doyle docet)?
L'idea è quella di lasciarla andare: ho sempre considerato la trilogia un modo perfetto di concludere una storia, anche se, ti confesso, ho un po' paura di ritorsioni del tipo "Monica non deve morire" con conseguente caviglia spaccata....
Circa il personaggio maschile, invece, è possibile che Peter non abbia proprio alcun difetto oltre alla voce flebile? Non è che ci starai preparando un brutto scherzo?
Peter ha un sacco di difetti, come tutti. È sicuramente saccente, a volte eccessivamente pedante, uno che ha idee tutte sue e, come Monica, non ha facilità a vivere in un ambiente competitivo, perciò preferisce fare da solo. Ma è uno che impara dagli errori del passato e prova a buttarsi: era ora che incontrasse un tipo così!
Per l'ambientazione hai scelto nuovamente New York. Che rapporto hai con questa città? Mi sembra che il tuo sguardo sia sempre piuttosto positivo...
Quando ho scritto Mi piaci da morire non c'ero ancora stata, ma era il mio sogno. È il posto delle possibilità e, fino agli anni ottanta almeno, era il posto della libertà. Mi sono innamorata di NY quando ho cominciato a vedere Saranno Famosi a dodici anni e per me era una specie di tributo alla mia voglia di evasione. Quando ci sono stata, e mi sono accorta che era ancora meglio di come l'avevo immaginata, ho voluto renderle davvero omaggio. È un posto dove mi piacerebbe vivere un periodo della mia vita come ha fatto Monica affittando un appartamento, anche se è una città dura, con moltissime contraddizioni.
Infine, una curiosità: dove ti sei documentata per i sintomi tipici di una gravidanza da “sfigate”? Io ci sono passata due volte e mi è sembrato di rivivere un incubo!
Mi è bastato leggere sui forum dei siti di gravidanza e confrontare i sintomi con quelli delle amiche e, ti dirò, mi è passata la voglia!!
| 15 dicembre 2008 | | Di Lidia Gualdoni |
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