Ricerca avanzata
Intervista

I boss di Chinatown. La mafia cinese in Italia


Giancarlo Caselli, Gherardo Colombo, Nando dalla Chiesa, Giampiero Rossi: testimonianze eccezionali sul fenomeno della mafia cinese in Italia.
Un incontro tra personalità che, nei diversi ambiti, hanno dato anni della loro vita per combattere una delle piaghe maggiori della società italiana, la mafia. Li abbiamo invitati a presentare e a riflettere sul libro di Giampiero Rossi e Simone Spina, I boss di Chinatown che parla della mafia cinese in Italia.

I boos di Chinatown
Chi ha paura dei cinesi?

I cinesi non muoiono mai    


Nando dalla Chiesa


I boss di Chinatown è il primo libro sistematico sulla presenza della mafia cinese in Italia. Estremamente documentato, ha filtrato, raccolto e riproposto un’enorme quantità di documenti, soprattutto di natura giudiziaria. Rossi e Spina inoltre hanno la capacità di cogliere anche i dettagli per produrre poi una sintesi. Raccontano i riti e i codici, particolari che sono in grado di spiegare un’antropologia culturale e criminale insieme, un modo di esercitare il crimine, un modo di viverlo come esperienza comune, collettiva. I network che vengono raccontati sono molto fitti, stabili, con un elevato livello di coesione interna e viene evidenziata anche la capacità di ricostruire reti, relazioni tra i centri di irradiazione e di organizzazione della mafia cinese in Italia con quelli di altre capitali europee.
Nel libro si trova uno spaccato di un tipo di criminalità organizzata nuova, passata in qualche caso nei tribunali, attraverso le tipiche valutazioni e conclusioni che fanno i magistrati quando hanno a che fare con associazioni di stampo mafioso, cioè ci sono casi di applicazione del 416 bis, che riguarda l’associazione per delinquere di tipo mafioso, riferito a clan cinesi.
Questa specie di mappa che da Milano a Firenze a Prato, a Roma, passando poi per altre sedi di minore forza dell’organizzazione criminale cinese, spiega anche quali rischi ci siano, non soltanto legati al nuovo tipo di criminalità, ma al fatto che questo tipo di criminalità fa piazza pulita di tutti i pregiudizi, gli stereotipi tranquillizzanti che ci sono, e decide di uscire dai confini della comunità in cui si è annidata.
Giampiero Rossi continua a sottolineare che non bisogna confondere la mafia cinese con la comunità cinese. Noi lo diamo come scontato ma, senza fare confusione e senza criminalizzare un’intera comunità, bisogna avere la consapevolezza che la criminalità cinese c’è, come c’è la mafia e non confondiamo di certo la mafia con i siciliani o la camorra con i campani. La criminalità cinese esiste, si è annidata, si è mimetizzata dentro la sua comunità; è stata anche protagonista del suo allargamento, perché una delle attività di questo clan è l’immigrazione clandestina. È l’affare che ha permesso quello che negli anni Novanta era chiamato il “principio di accumulazione primitiva” dei clan, che comunque tendono a operare in settori molto diversi, come il commercio di medicinali, l’apertura di banche clandestine, il gioco d’azzardo, la produzione di materiale contraffatto, ma (ed è uno dei reati che preoccupa maggiormente) anche la riduzione in schiavitù della forza lavoro minorile, utilizzata dentro i laboratori.
Parliamo quindi di cose molto serie non è folklore. Il folklore può essere magari evocato dalle immagini di assalti con le armi bianche, col machete, che lasciano sbigottiti. Non siamo abituati a pensare che per le strade ci siano scontri di questo tipo, ma fa parte di quello che chiamavo “l’antropologia criminale”.
Vorrei aggiungere ancora che è profondamente sbagliato pensare, come anche qualche autorità pubblica ha pensato in alcune delle grandi città interessate, che la cosa non ci riguardi, che i cinesi se la vedono tra di loro e che comunque i reati vengono commessi tutti all’interno della comunità cinese. Prima di tutto perché noi non possiamo accettare che sul territorio della Repubblica ci siano delle zone franche in cui, siccome si appartiene a una comunità, si possono violare la legge ai danni di persone indifese. È assolutamente inaccettabile che dei ragazzini vengano sfruttati a decine nei laboratori clandestini e a volte anche in quelli “legali”!
In secondo luogo perche l’accumulazione in corso porterà a uscire dalla comunità e a cercare di giocare a un livello più alto nell’economia e nella società italiana. Ogni volta che si è pensato che un fenomeno criminale si svolgesse dentro un certo recinto si è preso un abbaglio. Quando si organizza una forza economica dentro un perimetro, poi si tende a portarla al di  fuori, per accrescerla. Non esiste un clan criminale che si accontenti di quello che ha guadagnato fino a quel momento. C’è sempre una spinta a volere di più, che non conosce saturazione.
L’unica “saturazione” possibile è quella data dall’intervento dello Stato.

La seconda riflessione da fare è che cambia il contesto generale alle spalle di questa criminalità, la quale si è avvalsa della possibilità di portare manodopera clandestina in Italia, approfittando anche delle ridotte chance di sopravvivenza in grandi aree di un paese estesissimo e povero come la Cina. Paese che, negli ultimi anni, ha segnato tassi di sviluppo non sono riscontrabili in nessun’altra economia nel mondo.
Pensiamo a che cosa potrebbe accadere se queste organizzazioni criminali, rafforzatesi in Italia grazie a certe di aree di povertà di provenienza, si trovassero a essere arricchite e ad avere dietro di sé un’economia forte. Questo è un aspetto che ho cercato di sottolineare nell’Introduzione di questo libro che racconta cose reali senza indulgere al folklore, al colore, anche se questi elementi sono oggettivamente interni a certi racconti e a certe narrazioni. C’è una giusta selezione dei fatti e un invito all’attenzione soprattutto perché è difficile stabilire dei confini tra quelli che nel libro sono chiamati il primo, il secondo e il terzo livello. È vero che quando parliamo di organizzazioni criminali abbiamo maturato un’attitudine mentale a creare dei livelli, ma abbiamo avuto delle difficoltà a distinguerli perché fortemente mescolati, ma è un’astrazione utile per dare il giusto peso agli avvenimenti, ai protagonisti, ai gruppi di interesse. Si muovono dentro la storia d’Italia dagli anni Novanta ad oggi, ma l’immigrazione clandestina, che è il primo livello, le gang giovanili che sono il secondo e i clan veri e propri che sono il terzo livello, sono strettamente connessi. Forse più di quanto si possa verificare nell’analisi delle organizzazioni criminali italiane.
Questo primo libro sulla mafia cinese deve diventare un punto di riferimento non tanto per la letteratura sociologica quanto per gli operatori di polizia e per gli amministratori, indicando come un comune possa reagire e come gli enti locali possano mobilitarsi insieme alle autorità di governo, non solo i vigili urbani con le multe, ma le Asl, gli Ispettorati del lavoro, la Guardia di finanza, tutti coloro che senza un mandato di perquisizione possono entrare in un laboratorio o in luoghi dove vengono svolte delle attività e prodotti dei redditi, per fare gli opportuni controlli.


Giampiero Rossi


Il mondo dell’informazione, mondo di cui faccio parte, ha un atteggiamento un po’ schizofrenico su questo tema, come già era successo con il fenomeno della penetrazione della mafia siciliana a Milano. Succede un fatto di sangue oggi e l’indomani sulle pagine dei giornali, per lo più locali, della città in cui si è svolto il fatto di sangue, si legge “Triade”, “Mafia”, “la vendetta del dragone”… Titoli e racconti cruenti perché effettivamente l’elemento del sangue che scorre c’è nei delitti commessi all’interno della comunità cinese, c’è l’uso dell’arma bianca, della mannaia del macellaio per intenderci, portata come reperto ai processi, cose vere e non leggende. Però dopo un giorno la parola mafia scompare, la questione del cosa c’era dietro quel fatto di sangue nel giro di 48 ore, scompare del tutto. Basta. Silenzio. E al prossimo delitto: “Mafia”, Triadi”…
Ma allora c’è o non c’è questa mafia cinese? Se c’è, è una cosa seria e andrebbe indagata, conosciuta quantomeno. Se non c’è, non sventoliamo fantasmi, non diamo allarmi infondati.
In questo viaggio all’interno della comunità cinese si scoprono cose importantissime per noi cittadini italiani che saremmo felici di sapere e altre che dovrebbero destare allarmi. Per esempio sapere che in tutte le nostre città ormai esistono agenti, ispettori di polizia e carabinieri italiani che parlano cinese è una scoperta, io non lo sapevo.
Certi giornali non lo raccontano per tutelarli, e anche noi abbiamo cercato di farlo, però non si può prescindere da questi incontri e da queste fonti.
Sapere che clan cinesi di una certa rilevanza hanno la forza contrattuale di scendere a patti con i clan della camorra, credo sia un fatto da conoscere.
Sapere che ci sono collaboratori di giustizia napoletani, di area camorrista, che hanno rilasciato dichiarazioni che aprono un filone nuovissimo d’indagine sul mercato immobiliare, l’import-export dal porto di Napoli, gli edifici del quartiere Esquilino di Roma (sotto il controllo della camorra): ecco questo meriterebbe qualche riga in più, qualche titolo più sobrio ma attento al fenomeno.
In questo viaggio abbiamo conosciuto i tre livelli, scelti come schematizzazione per provare a distinguere quello che è un fenomeno criminale comune da quello che è il crimine organizzato in odor di mafia, a prescindere dall’applicazione dell’articolo 416 bis, che in molti casi non ha retto l’esame della Cassazione. A Milano non c’è mai stato fin ad ora un processo che, sebbene in primo grado abbia avuto condanne per la 416 bis, in Cassazione abbia tenuto, ma in altre città sì, a Firenze e a Roma ci sono state condanne già passate in giudicato proprio con il 416 bis.
I tre livelli potremmo sintetizzarli così: l’immigrazione clandestina, che è l’industria di base, fornisce prodotti e risorse e alimenta la rete di rapporti all’interno delle sempre più popolose Chinatown. Lì ci lavorano i grandi clan, perché sono reti internazionali: inserzioni sui giornali in Cina in cui offrono il viaggio, garantiscono l’arrivo, l’ingresso, l’alloggio, il lavoro. Alla cifra di 8.000, 15.000, 20.000 euro, dipende dal tipo di viaggio: comodo, scomodo, lungo, più breve.
Al network dell’immigrazione clandestina lavorano anche piccole aziende familiari artigianali. Chi ha una piccola attività artigianale a Milano, Roma o Firenze e ha degli immobili, delle piccole proprietà, oppure dei contratti di subaffitto, mette a disposizione le case e riceve affitti consistenti.
Il servizio offerto ai clandestini può variare molto a seconda del prezzo e può variare molto nell’ottica della lettura criminale. Si va dal servizio quasi da terziario: ti porto in Italia attraverso un visto turistico, poi appena varcata la soglia di Fiumicino riprendo il passaporto che torna col visto già timbrato e, cambiando la foto, arriva un nuovo gruppo. Oppure c’è la segregazione: arrivi a Milano o a Torino, un altro gruppo criminale subentra, ti sequestra e i tuoi garanti (cioè quelli che devono pagare per il tuo viaggio) devono affrontare un prezzo maggiorato.
Sono due estremi dello stesso fenomeno, il concetto è lo stesso, ti porto in Italia e in Europa illegalmente, ma con caratteri criminali diversi: sequestro di persona, riduzione in schiavitù sono reati da Corte d’Assise. Altri reati riguardano l’immigrazione clandestina, che è reato più leggero almeno per il momento.
Secondo livello: criminalità che si svolge completamente all’interno della comunità cinese. Estorsioni, sequestri, racket tra commercianti.
Questi delitti implicano un tipo di manovalanza, di forza militare che ci porta a manifestazioni più pericolose: quelle delle bande giovanili (sui giornali si chiamano baby-gang). È un fenomeno che ricalca quello di altri gruppi migratori, di altre origini del pianeta: giovani di seconda generazione, d’integrazione difficile, situazione di benessere non definito, avevano i soldi dei genitori finché studiavano in madrepatria; arrivati qui sono un po’ “legati”, si chiudono in gruppi di  provenienza dello stesso paese, lo stesso quartiere, si fanno guerra fra loro. Alcuni di questi (lo dicono le intercettazioni telefoniche, le ore e ore di appostamenti, i verbali, le testimonianze…) diventano la forza militare, sia per piccole questioni interne (l’estorsione al droghiere di 1.000-2.000 euro), sia  per una sorta di franchising, di supermercato della violenza, della minaccia fisica a disposizione di chiunque ne abbia bisogno; e chi può averne bisogno, se non chi ha interessi più forti e più soldi da spendere nell’esercitare un controllo, un’intimidazione? Esattamente come per le nostre mafie.
Per esempio dalle indagini della Polizia della Questura di Milano è emerso che il lunedì sera, in una discoteca di Moncalieri, c’era il raduno di gruppi di cinesi di tutta Italia, gli stessi che si offrivano sul mercato per qualche migliaio di euro per spedizioni punitive. Abbiamo episodi di riscossione crediti finite in duplici omicidi per cinquecento euro, con coltelli e mazze da baseball... oppure semplici vendette passionali. A Milano è ucciso da una banda di ragazzini, per un banale tradimento coniugale, un imprenditore cinese ormai integrato, che non abitava nemmeno più nel quartiere cinese e aveva fornitori e clienti italiani ed europei per la sua azienda. Queste bande sono usate  come manovalanza militare spendibile su tutto il territorio italiano con grande agilità anche da gruppi più importanti e pericolosi. Poi abbiamo i gruppi che entrano in affari con la Camorra su quello che transita dal porto di Napoli, sul mercato immobiliare del quartiere Esquilino a Roma. Abbiamo l’episodio del cinese che entra in affari con un calabrese in odore di ‘ndrangheta per un centro commerciale.
Questi son alcuni elementi di un fenomeno criminale che non può essere il nostro incubo da domani mattina, deve comunque essere un fenomeno da affrontare con serietà e rispetto della verità, tralasciando gli aspetti del folklore, o le leggende metropolitane: i morti che non muoiono, cosa si mangia al ristorante cinese…


Giancarlo Caselli


La criminalità cinese c’è. Rossi e Spina scrivono: “gli investigatori stimano che tra capi e sottocapi siano 250 i boss di un certo rango. Ma attenzione è un’élite criminale pressoché invisibile che controlla territori ben delimitati”.
Stanno nell’ombra, incassano fiumi di denaro e investono in rispettabili imprese. Si muovono al riparo da occhi indiscreti all’interno di negozi, ristoranti, magazzini e laboratori che sono anche lo strumento per conquistare interi quartieri all’interno delle città. In quei quartieri dove raramente gli italiani cacciano il naso, si consumano ogni giorno soprusi e violenze efferati e spietati.
A Villorba in provincia di Treviso il 4 novembre 2004, c’è stato un vero mattatoio: due corpi di donna sbudellati, un mare di sangue per un conflitto, una rissa, calci pugni e coltellate e tutto questo non per una questione di milioni, ma solo per 500 euro.
Oltre a questo si può studiare e documentare dell’altro: numerosi segnali indicano che qualcosa si sta muovendo, i boss si spostano da una parte all’altra del pianeta, per loro i confini sono solo un segno sulla carta geografica, accumulano ricchezze favolose e investono in imprese efficienti, stringono patti con altri clan criminali senza destare clamore, in un silenzio quasi assoluto, ma in realtà ogni giorno più potenti.
Essendo questo il quadro, l’Introduzione di Nando dalla Chiesa va  letta con attenzione.
Ci dice che non c’è tempo da perdere e il libro di Rossi ci spiega il perché.
Non c’è tempo da perdere perché siamo abituati a perdere tempo. È la storia del contrasto alla camorra, alla ’ndrangheta, a Cosa nostra, persino al terrorismo. Il guaio del nostro sistema di sicurezza nazionale è una fisiologica tendenza alla perdita di tempo, la risposta che arriva soltanto “il giorno dopo”, cioè quando succede qualcosa che ci costringe a intervenire.
È successo per il terrorismo, quando compaiono le Brigate Rosse lo strumento di lavoro legislativo è l’articolo 306 del codice penale che, nei manuali su cui quelli della mia generazione si sono formati, non veniva nemmeno preso in considerazione.
Articolo 306 codice penale: banda armata. La si liquida in due righe dicendo “ è roba dell’Ottocento, non vale la pena occuparsene oggi” ed era invece l’unico strumento, interpretandolo nei limiti consentiti, per la realtà nuova del terrorismo.
La storia per Cosa Nostra è ancora più nota. All’inizio c’era solo il 416 del codice penale: associazione a delinquere. Soltanto dopo la morte di Pio La Torre e la morte di poco seguente del generale Carlo Alberto dalla Chiesa nel 1982, l’associazione a delinquere di tipo mafioso è stata riconosciuta e punita dal codice penale.
Per non parlare all’attacco alle ricchezze mafiose. All’inizio chi iniziava ad occuparsi di mafia e si chiamava Giovanni Falcone, all’epoca ancora sconosciuto, poteva vedersi frenato da un altissimo magistrato siciliano che andava nell’ufficio del capo di Falcone, Rocco Chinnici, per dirgli “Cos’è questa storia? Perché affidi a Falcone i processi di mafia? Non sai che c’è il rischio che rovini l’economia siciliana?”. Non solo non c’erano strumenti, ma nemmeno la mentalità.
Questa fisiologica perdita di tempo ha la sua manifestazione più clamorosa, inquietante e vergognosa con la ’ndrangheta...
Il libro aiuta a capire quella sorta di legge ferrea della storia istituzionale che è il divario tra la reattività basso-burocratica delle nostre istituzioni investigative e repressive nelle fasi dell’ordinaria quotidianità, e invece la reattività, l’alta professionale nelle fasi dell’emergenza.
Con in più un deficit di responsabilità della classe politica usa a trascinare il dibattito sugli interventi legislativi in un’infinita rete di contrasti ideologici e di posizionamento, per giungere solo di fronte alle tragedie a scelte normative e ad atteggiamenti culturali adeguati.
Salvatore Lupo, uno dei principali storici di mafia scrisse nel 2002: “non si può dire che i risultati ai contrasti alla mafia siano stati ottenuto dallo Stato che anzi ha ampiamente ostacolato il lavoro svolto da altri. Quel risultato è frutto dal lavoro svolto da rappresentanti dell’opinione pubblica, uomini delle Istituzioni, uomini della politica, ma probabilmente minoritari in tutti e tre i settori. Tuttavia si sono ottenute importanti vittorie (si riferisce alla stagione del pul antimafia dopo la strage del 1992) ma non definitive: perché ad un certo punto l’isolamento si è indirizzato non verso Cosa Nostra, ma verso coloro che contrastano Cosa Nostra”.
Ecco perché la mafia può ciclicamente riapparire, inabissarsi e risalire, anche perché c’è una richiesta di mafia nella società italiana, in settori della società civile, del sistema economico finanziario,della politica, dell’imprenditoria…
Da qui l’ammonimento di Nando dalla Chiesa a contrastare la tendenza alla sottovalutazione che è in corso, parlando della mafia cinese come un circolo circoscritto, come un’enclave etnica e sociale. C’è una continua espansione di comportamenti criminali sempre più aggressivi, che hanno la tendenza ad andare, e ci riescono, oltre i loro confini.
“Capitali alimentati dai reati di Chinatown che si riverseranno nella società italiana per trovare nuovi canali di investimento per costruire sponde amministrative e politiche”.
Questo è il dato forse più preoccupante: che ci sia un’espansione di questo tipo all’intero mercato nazionale, potente fattore di incremento di quella economia illegale e delle sue ricadute sul sistema economico complessivo che oggi, quando si parla di  mafia, deve comprendere quella cinese.
L’economia illegale è l’impresa mafiosa, è il crimine mafioso che si fa impresa, incrementando un’economia che comprende forze che altrimenti sarebbero sane, ma che nella legalità trovano sempre meno il filo per costruire la propria affermazione e il proprio futuro. Un’onda che rischia di arricchirsi di un’altra componente che si insinua, con forme di persuasione ora morbide, ora violente: è mafia. Conquista palazzi, negozi, capannoni e li mette al servizio dei propri affari.
La mafia cinese ha tutte le condizioni per muoversi in questo versante su scala planetaria con collegamenti internazionali, creando così un’impresa multinazionale a struttura tentacolare.
Ecco perché non sono problemi circoscrivibili a qualche pezzo di quartiere di questa o quell’altra città. Sono problemi che sono destinati ad avere ricadute sull’economia nazionale e sulla normalità del suo svolgimento.


Gherardo Colombo


Credo moltissimo che un libro sia uno strumento per aiutare a riflettere e ad approfondire il pensiero.
La mia scelta di abbandonare la magistratura e seguire questo percorso editoriale [Gherardo Colombo è presidente della casa editrice Garzanti, ndr] è utile forse per stimolare la riflessione tra i ragazzi più che tra gli adulti.
Credo sia essenziale cercare di andare a fondo, perché quel che possiamo fare e facciamo negli specifici settori è destinato a non provocare stimoli se non è indirizzato a un risultato preciso: è impossibile sconfiggere la mafia basandosi sulla repressione penale. Sarebbe impossibile anche se funzionasse bene perché c’è una considerazione da fare: il consenso è ottenuto più dalla mafia che dalle istituzioni.
La prima cosa da fare è di incidere su questo pensiero diffuso usando i mezzi che esistono per arrivare al cambiamento del pensiero diffuso, consapevoli che ogni mezzo da solo non può portare al risultato.
Mi succede di avere più informazioni oggi sulla camorra che sulla mafia perché questa è capace di nascondersi molto bene, mentre la prima no. Le regole della camorra sono così evidenti, così proclamate... In tanti paesi campani nessuno può girare col casco: la legge istituzionale viene a cadere di fronte a una legge camorrista secondo cui nessuno può mettere il casco perché se lo facesse non si saprebbe più se quella persona è un amico o un nemico. Quando entra in un quartiere comandato da una famiglia camorrista, può essere un turista sbadato, ma anche un killer. Perciò visto che potrebbe essere quest’ultimo, si deve sempre vedere la faccia.
Esiste un sistema per il quale i ragazzini di 14 anni che stanno a fare la sentinella agli angoli dei quartieri sono retribuiti anche 1.000 euro la settimana: i ragazzi abbandonano la scuola per questo motivo.
Chi accetta di fare la sentinella per la camorra guadagna circa 3.000 euro al mese ma si sottopone a delle regole per cui se sgarra, gli sparano. C’è una scala in cui tutti sono collocati e c’è qualcuno che comanda sul destino di tutti gli altri. Questa regola generalmente piace, perché se fosse diversa non ci sarebbero problemi di riconoscimento, di accoglienza dello straniero. I problemi sarebbero altri, di come accoglierlo e farlo diventare parte integrante. Un problema così diventa una questione immensa quando le culture sono diverse: se facciamo fatica a considerare che ciascuno di noi, dello stesso territorio, possa godere degli stessi diritti e degli stessi doveri, figuriamoci quando le culture sono diverse.
È necessario che ci poniamo in una posizione diversa: se la prospettiva è disconoscere le culture che ci sono estranee, risolvendo gli eventuali conflitti attraverso uno schema che passi attraverso una gerarchia, la soluzione è che qualcuno vince e qualcuno perde.
Non so se in generale siamo dalla parte di chi vince. Se invece la soluzione passa attraverso le culture diverse e, attraverso la riflessione, arriviamo a comunicare l’importanza del mettere al centro il valore della persona (queste società vivono in una gerarchia così rigorosa per cui le persone che sono più in basso sono ridotte praticamente in schiavitù, forse alle volte con il loro consenso), si può arrivare a ottenere qualcosa.
Per prima cosa dobbiamo cambiare la nostra stessa impostazione e, quando capiamo che la strada non è quella del metterci in scala e del dominare chi sta sotto, allora si può trovare una soluzione efficiente.


Giampiero Rossi, autore del recente libro I boss di Chinatown edito da Melampo, è un giornalista che per molti anni ha studiato la politica italiana e ha approfondito l’analisi del sistema mafioso. Parlava di mafia italiana, ma con il suo ultimo libro ne analizza una diversa, ugualmente pericolosa e presente massicciamente sul territorio nazionale: quella cinese.

Nando dalla Chiesa, uomo politico, docente universitario e scrittore, riferimento per quello che riguarda l’antimafia da tantissimi anni. Una sua recente opera teatrale, Poliziotta per amore, è stata messa in scena a Roma, e un suo libro “Le ribelli”, che parla di donne che hanno subito e combattuto la mafia diventerà anche uno spettacolo teatrale, in scena a Milano e a Roma.


Giancarlo Caselli è uno di quei gloriosi magistrati che per anni, in Sicilia, hanno combattuto la mafia. Ha vissuto in trincea, perennemente sotto scorta, proprio per battersi, rischiando la vita, contro un sistema che tormentava non solo la Sicilia, ma tutta l’Italia e che ha allargato i suoi tentacoli oltre i confini nazionali

Gherardo Colombo, come magistrato è diventato famoso per aver condotto inchieste celebri quali quella sulla Loggia P2, sul delitto Ambrosoli, sul Lodo Mondadori/Sme. È stata una delle figure fondamentali dell’inchiesta di Mani Pulite. Ha scritto saggi e una autobiografia intellettuale. Dopo le sue dimissioni dalla magistratura, febbraio 2007, è stato nominato Presidente di della casa editrice Garzanti


Ritorna all'articolo d'apertura>>>

28 luglio 2008 Di Grazia Casagrande

Commenti



Non sono presenti commenti su questo documento. Vuoi essere tu il primo a scriverne uno?
Già iscritto?
Iscriviti