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HOME | giovedì 24 maggio 2012 |
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L'Italia arcaica di Michele SerraEcco come il giornalista e scrittore Michele Serra, descrive l'Italia dei nostri anni. Un intervento in occasione dell'uscita del suo libro Breviario comico, che con ironia, arguzia e un pizzico di cinismo coglie alcuni momenti degli ultimi anni per ricostruire una storia collettiva non solo ben poco edificante, ma soprattutto priva di spunti di reale crescita e innovazione.
L'Italia arcaica "L'Italia che viene fuori rileggendo cinque-sei anni di satire se devo sintetizzare è un'Italia arcaica. Forse la cosa che mi colpisce di più in questo paese è la sua immutabilità, diciamo il suo falso movimento, l'impressione di un paese travolto dalla globalizzazione, dal postmoderno, dalla confusione del mondo, ma sotto questa superficie caotica, liquida, mi sembra che gli elementi solidi che si ritrovano sono quasi sempre il familismo, la raccomandazione, la stanzialità sostanziale di questo paese in cui secondo le statistiche istat il 70% sposa un compaesano o una compaesana. Un senso di arcaicità, di modernità ancora non digerita."
Un paese che rasenta la barbarie? L'imbarbarimento del Paese forse non è l'elemento che mi fa più paura, perché, come dice Baricco, la barbarie è anche movimento, è novità, è un mutamento strutturale, cedono di schianto delle strutture politiche e culturali ma se ne formano altre, quindi imbarbarimento è un termine che uso malvolentieri, troppo vago, quindi usato sempre con troppo arcigno pessimismo. E io più che l’imarbarimento trovo semmai il difetto contrario, trovo che sono caduti i presupposti della vecchia Italia repubblicana come la conoscevamo quindi l’antifascismo, per dire il più clamoroso, lo spirito repubblicano, diciamo lo spirito dei padri costituenti, ma anziché essere rimpiazzato da uno spirito nuovo, da barbari muniti di voglia di cambiamento profondo, al posto delle rovine repubblicane secondo me è riemersa prevalentemente l’Italia arcaica.
È riemersa l’Italia ad esempio a basso tasso di istruzione, un elemento che viene molto sottovalutato da giornalisti e opinionisti: siamo uno dei paesi con minor tasso non dico di cultura ma di istruzione d’Europa, è riemersa l’Italia che confida soprattutto nelle parentele, nella famiglia, nella tutela della famiglia, che confida nel campanile e quindi ha paura di spostarsi, ha paura di tutto ciò che è fluido. Sostanzialmente è questo. Mi rendo conto, rileggendo i miei pezzi satirici, quando parlo della malavita – ho scoperto rileggendoli tutti insieme di essere molto ispirato dalla malavita, spero che questo non dipenda dalla mia vocazione a farne parte – spessissimo parlando dei clan, delle famiglie mi accorgo che mi rifaccio a questo vecchio spirito, il capo di Cosa nostra… sono anni che si dice la mafia dei colletti bianchi, la mafia manda i figli ad Harvard poi trovano questo vecchio contadino in una squallidissima masseria in mezzo alle caciotte con tutti i santini di Padre Pio e della Madonna intorno al comodino, semianalfabeta che scrive questi pizzini sgrammaticati, allora il male nostro non è quello di esserci sciolti nel movimento della postmodernità è il contrario, è essere rimasti disperatamente avvinghiati alle radici di un paese familista, cattolico e contadino.
 | | leggi la recensione | I media Non mi ricordo chi ha detto che la comunicazione è il contrario della cultura e cioè la comunicazione si fonda sulla capacità di emozionare e la cultura sulla capacità di ragionare sostanzialmente.
I media funzionano come un mercato delle emozioni, cioè cercano di richiamare l’attenzione del pubblico pagante lavorando soprattutto sulle emozioni, dunque sulle emergenze, sui mostri sociali, su ciò che fa paura, su ciò che parla alla pancia. Quindi il loro ruolo in questo momento è nefasto perché se c’è un momento in cui bisognerebbe provare a ragionare è proprio quando tutto cambia, quando ci si sente poggiati su basi instabili. Devo dire che questo facilita molto la mia attività satirica in generale, l’attività di chi scrive comico, perché un paese in costante crisi di nervi visto con uno sguardo comico è molto efficace come scenario, come palcoscenico, è pieno di spunti perché è sopra le righe, perché le spara grosse
La sinistra La sinistra che emerge dal mio libro è ovviamente in forma enfatizzata perché la comicità è soprattutto parodia, e quindi è stortura è esagerazione è caricatura, però emerge una sinistra abbastanza simile a quella che è davvero, cioè una sinistra spiazzata, che non sa che pesci pigliare, che anche lei si aggrappa disperatamente al passato, a vecchi elementi di giudizio, a vecchi criteri di analisi, una sinistra spaventata e disorientata, anche in senso sociale, come abitasse in un altro paese rispetto al paese che la ospita è un’immagine che dopo le ultime elezioni è uscita ancora più rafforzata.
La sinistra è ancora quantitativamente rilevante, perché il 40% degli italiani sono da quelle parti politicamente. La sua quantità è più o meno invariata, un po’ erosa, ma invariata, è la sua qualità che è molto deteriorata.
Io penso che la questione ambientale, la questione della terra, del cibo, delle fonti energetiche sia decisiva per il futuro, è lì che il mondo andrà a sciogliere i suoi nodi o a non scioglierli. Ecco, nel dibattito politico italiano questo è quasi totalmente assente come elemento di discussione e questo mi fa pensare che la sinistra sia vecchia, anche la destra, se ci può consolare, è parimenti vecchia. La grande scommessa del futuro penso che sia, per dirla con uno slogan che poi vuol dire tutto e niente, quella dello sviluppo compatibile. Siamo una società che consuma troppo, che spreca troppo. Il 60% di quello che comperiamo nei supermercati tra imballaggi e scarti alimentari finisce in discarica quindi c’è qualcosa di strutturalmente contorto e fallato nel nostro modo di vivere però se ne parla ancora pochissimo.
Moriremo italiani Non so se moriremo berlusconiani, prima si diceva moriremo democristiani, temo che moriremo italiani. E dico temo non perché io voglia fare la solita solfa sul carattere degli italiani, sui loro difetti, ma perché trovo che in questo scorcio d'epoca il paese è particolarmente provinciale, è particolarmente chiuso, quindi moriremo italiani significa non moriremo cosmopoliti, non moriremo europei, rischiamo di morire un po' in solitudine che non è mai un bel modo di andarsene. Per altro l'umore del paese in questo momento mi pare molto impaurito e quindi molto chiuso e spaventato da quello che succede intorno, spaventato dal mondo. Penso che molti dei ragazzi più intelligenti e più curiosi che abbiamo se ne andranno. Continuo a incontrare persone che hanno figli adolescenti o figli studenti universitari che dicono speriamo che mio figlio voglia andare all'estero. Mi pare un sintomo abbastanza malinconico.
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