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HOME | sabato 20 marzo 2010 |
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La convivenza civile secondo Amos OzQuest’anno alla Milanesiana ospite Amos Oz per presentare La vita fa rima con la morte, breve romanzo incentrato sull’arte dello scrivere e dell’essere scrittore, come se un mestiere potesse divenire un personaggio che racconta la vita ed i dettagli altrui.
Una trama che prende origine e fine dal senso della letteratura, una letteratura non aulica o distante, ma completamente immersa nello scorrere della quotidianità, che cammina per le strade di Tel Aviv in compagnia del suo mentore, che, tra una sigaretta accesa e fumata, pare far luce su ciò che accade, perché “ogni tanto conviene proprio accendere un po’ di luce per vedere che cosa succede”.
Con la sua spiccata intelligenza soggettiva, in una cultura ebreo-israeliana compatta che pare destrutturarla, Amos Oz riesce a fare della realtà un sogno realizzabile e realizzato e come tale un po’ deludente, ma sempre misto di pietà e ironia, di tristezza e curiosità.
Il protagonista del romanzo La vita fa rima con la morte appare uno scrittore stanco, un po’ confuso e cinico che trova nel “fluire” dei suoi desideri, leggerezza e soddisfazione. La leggerezza può essere una via per salvarci dalla deriva dei sentimenti?
Io credo che in tutta la letteratura, e in questo libro in particolare, ci sia la fusione tra empatia e distanza, ironia e compassione.
Lo scrittore in realtà non è un cinico: racconta una storia triste con un sorriso triste, è attratto dagli essere umani, anche se ne rimane sempre distante. Gli è impossibile toccare ed essere toccato, perché ha la testa da sempre e per sempre come dentro ad una camera oscura. Lo scrittore lavora sempre, anche quando sembra faccia altro, anche mentre guarda fuori dalla finestra.
 | | leggi la recensione | “Come la moglie di Lot: per scrivere sei costretto a guardare indietro. E con ciò il tuo sguardo trasforma te e loro in statue di sale”…
Ho usato “statue di sale” perché credo che una metafora biblica del Libro della Genesi, possa essere incisiva e decisiva nella comprensione del libro.
La moglie di Lot diviene “statua di sale” a causa della sua curiosità e della sua disobbedienza al comando, impartitole da Dio e da suo marito, di non voltarsi a contemplare la distruzione delle città di Gomorra e Sodoma. È un paradosso dell’esistenza dello scrittore, un mostro con la testa e il collo girati al passato. Uno scrittore deve rimanere freddo, la sua interiorità deve rimanere quasi distaccata, perché l’arte è un ricordo delle emozioni nella tranquillità.
Gli “scrittori” come sentinelle e non come “profeti”…
I profeti si rivolgono al futuro, lo scrittore è come il vigile del fuoco del linguaggio, rivelatore di fumo. È come una sentinella, si rivolge al passato e deve capire qual è l’esatta parola da usare. Io sono sensibilissimo alle parole: lo scrittore deve essere sempre responsabile verso il linguaggio, deve gridare quando il linguaggio è violentato. Quando sento che la lingua viene corrotta io mi ribello e fungo da sentinella, quando sento che “gli esseri umani sono considerati parassiti” io protesto, tutti i giorni ci devono essere proteste contro l’abuso della lingua da parte dei politici, dei demagoghi, dei giornalisti, dei sociologi.
Perché la sua narrazione parte sempre dal particolare per giungere ad una realtà più complessa e allargata?
Io non sono un ideologo e nemmeno un sociologo. Io sono solo un raccontastorie: racconto partendo dai dettagli, partendo dalle piccole cose della vita, perché la vita è fatta di piccole cose, anche lo stesso innamorarsi, che è un grande evento nella vita di ciascuno di noi, è fatto di piccoli dettagli, attimi, momenti. Anche la morte per lo più non è improvvisa, ma parte da un piccolo dolore allo stomaco.
Mediazione e immaginazione che valenza hanno nei suoi romanzi?
I libri nascono dall’osservazione e dall’immaginazione, da questo matrimonio indissolubile, io osservo un bambino che piange solo e poi immagino la sua storia.
Che differenza c’è tra scrivere per bambini e scrivere per adulti?
Quando scrivo per adulti uso un sorriso, quando scrivo per bambini uso un sorriso, ma i due sorrisi che utilizzo sono molti diversi….
Come si può raggiungere e conservare la convivenza sociale?
Si conserva con un investimento e uno sforzo continuo, è come una danza, e nella danza bisogna essere continuamente attenti all’altro, immaginare l’altro, per immaginare il suo modo di pensare, immedesimarsi con l’altro, non dico di amarlo o di essere d’accordo con lui, ma solo immaginare talvolta di essere al suo posto, perché per vivere insieme l’immaginazione dell’altro è cruciale.
Io scrivo infatti di famiglie, famiglie infelici, e credo che occorra condurre una vita famigliare pacifica, tutto nasce all’interno della famiglia, la pace e il conflitto, occorre vivere in pace con i nostri vicini e riuscire a fare pace con i nostri nemici.
La curiosità ci rende migliori, è essenziale in questo processo, ci rende amanti migliori ed è l’antidoto al fanatismo.
Dalla curiosità può scaturire il compromesso?
Il compromesso è il mio credo, è l’antitesi al fanatismo, non è concessione, ma un incontrarsi a metà strada, è sinonimo di amore ed io di compromessi ne conosco molti, forse per questo sono felicemente sposato da 48 anni con la stessa donna. E credo che le persone curiose siano molto più predisposte al compromesso e alla convivenza sociale.
| 02 luglio 2008 | | Di Claudia Caramaschi |
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