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INTERVISTA

I tanti mestieri che fanno nascere un libro: intervista a Oliviero Ponte di Pino

Scrittore, giornalista, profondo conoscitore del teatro contemporaneo e non solo, e infine direttore editoriale di una importante casa editrice, la Garzanti: ecco chi è Oliviero Ponte di Pino. Il suo ultimo libro si intitola I mestieri del libro e racconta tutte le innumerevoli competenze che servono alla nascita e alla diffusione di un libro. Gli abbiamo fatto qualche domanda non solo sulle professioni che circondano la costruzione di un volume, ma in generale le difficoltà a entrare nel mondo editoriale, e in particolare qualche opinione sulla lettura in Italia.


Il tuo libro è chiaramente rivolto a chi svolge, o meglio a chi vuole svolgere un mestiere in ambito editoriale. Non pensi che anche il semplice lettore possa essere interessato al tema?

Spero di sì. In primo luogo perché il mondo del libro è affascinante e curioso, pieno di personaggi e pratiche bizzarre. In secondo luogo, perché chi compra i libri (e poi li legge) lo faccia da consumatore "informato". E infine perché spero che "I mestieri del libro" non sia una mappazza troppo noiosa, anche se tratta di varie questioni tecniche e pratiche.

Pur essendo un "libro di servizio" sei spesso ironico e divertente: credi che si possano dire cose molto serie anche facendo sorridere o forse c'è un po' di ridicolo anche in questo mondo serissimo?

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L'ironia serve per alleggerire l'esposizione e renderla più gradevole. Ed è indispensabile anche nel quotidiano, sul posto di lavoro: in editoria si lavora moltissimo, e con grande passione; se manca un pizzico di ironia (e di autoironia), tutto diventa molto più difficile. Per fortuna chi lavora nell'editoria in genere ama le parole, e ama anche giocare con le parole. Ma la cosa più importante è un'altra: a volte una battuta serve a far capire sinteticamente (e magari con un paradosso) che lì c'è un problema, una questione irrisolta, su cui val la pena di riflettere.


Tutti i mestieri sono insostituibili in questo campo, ma se dovessi fare una graduatoria quali metteresti in testa?

Ovviamente lo scrittore e il lettore sono indispensabili. Le altre funzioni descritte nei "Mestieri del libro" - almeno nella mia impostazione - riflettono vari aspetti e sfaccettature del lavoro dell'editore, ovvero di colui che media tra chi scrive e chi legge: dunque sono tutte figure professionali importanti, che collaborano allo stesso obiettivo. Se però dovessi fare una classifica del cuore, al primo posto metterei i  creatori dei grandi caratteri tipografici: nei loro capolavori c'è qualcosa di magico che va oltre l'arte, e anche oltre la banale efficacia del prodotto, una genialità e un'ossessione forse uniche e molto affascinanti per creare una lettera, un alfabeto: ovvero una entità assolutamente elementare, che si offre senza mediazioni ai nostri sensi, e tuttavia infinitamente complessa, dal punto di vista sensoriale a quello culturale.

L'editoria ha subito negli ultimi dieci anni dei cambiamenti significativi?


Senz'altro. Un libro è più o meno lo stesso oggetto da oltre 500 anni: un blocco di fogli di carta rilegati e tenuti insieme da una copertina. E certe efficaci tecniche di marketing le avevano già adottate Manuzio e Pietro Aretino. Tuttavia i modi per produrre e commercializzare i libri cambiano costantementee a grandissima velocità. Basti pensare al desk top publishing (oggi possiamo tutti farci un libro con il pc di casa) e al print on demand, e dunque alla scomparsa del tradizionale correttore di bozze. Sul versante commerciale, abbiamo assistito all'avvento delle librerie di catena e dei grandi gruppi editoriali, oppure all'aumento dei volumi venduti fuori dalle librerie (nelle edicole, nei supermercati e negli ipermercati). O alla crescente importanza dei festival e delle mostre del libro. Ecco, nei "Mestieri del libro" cerco anche di fotografare questo cambiamento.

A un ragazzo che volesse intraprendere una delle tante professioni che racconti nel libro,
quali consigli daresti? lo incoraggeresti o piuttosto lo dissuaderesti?


Ci sono moltissime opportunità professionali, e altre se ne apriranno in futuro. Dunque lo incoraggerei: meglio fare il precario nell'editoria che a friggere patatine... Lo avvertirei anche che bisogna lavorare molto, e che in altri settori dell'economia si guadagna di più. Soprattutto, gli direi che servono una grande passione per il proprio lavoro, e un amore quasi artigianale per il libro. Aggiungerei che è un lavoro che offre momenti appassionanti e permette incontri con persone straordinarie. Gli direi anche di non preoccuparsi troppo di etichette e qualifiche, perché malgrado tutto è un settore dove il talento viene apprezzato.

Il tema è immenso, ma puoi dirci solo qualche tua riflessione sul perché in Italia si legga così poco?

Nel libro cerco di dare qualche dato, sulla lettura in Italia e in Europa.
Per quanto riguarda le motivazioni, non sono un esperto e dunque posso solo fare vaghe ipotesi. Il nostro è un paese che si è alfabetizzato e scolarizzato tardi, tra gli anni cinquanta e gli anni sessanta del Novecento; e ha raggiunto l'unificazione linguistica più attraverso la televisione che grazie al libro. Per di più la scuola sembra allontanare i ragazzi dalla lettura. Ancora, in Italia manca di una solida borghesia imprenditoriale e professionale. In questi ultimi decenni, con il trionfo del consumo e di una dilagante volgarità televisiva, non si è dato alla cultura il giusto valore: per la conoscenza di sé e la crescita personale, ma anche per una preparazione professionale e un aggiornamento che deve continuare ormai lungo l'intera carriera lavorativa.


Che cosa si potrebbe fare, che ancora non si è tentato, per aumentare il numero di lettori?

In Italia è mancata e continua a mancare una efficace promozione della lettura, che non può ovviamente essere affidata solo ai signoli editori.
Penso a iniziative come il Giorno del Libro in Spagna, che da noi non sono mai state realizzate.


"I mestieri del libro" di Oliviero Ponte di Pino

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27 giugno 2008 Di Grazia Casagrande


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