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HOME | giovedì 09 settembre 2010 |
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Il traduttore come imbroglioneTesto tratto da Gli autori invisibili di Ilide Carmignani
Come ti sei avvicinato alla traduzione?
Ho studiato russo e dopo la laurea ho aperto una partita IVA e per un paio d’anni ho fatto l’interprete e il traduttore per delle imprese emiliane, prevalentemente a Parma e in provincia di Parma. Poi ho cominciato a pubblicare dei libri e un paio di editori, Einaudi e Feltrinelli, mi hanno chiesto se avevo delle traduzioni dal russo da proporre, e dopo qualche anno è uscita, per Einaudi, un’antologia di Daniil Charms, poi per Feltrinelli Un eroe dei nostri tempi di Lermontov, poi una raccolte di prose di Puškin, adesso sto traducendo Le anime morte di Gogol’.
Che tipo di esperienza è per te?
È una specie di vacanza, o di pausa, come un’aspettativa, ma non lunghissima, di qualche mese, dal mio lavoro, che è quello di scrivere, ed è una cosa che rispetto allo scrivere è più concreta, e più ordinata. Quando traduco, comincio di solito al mattino, dopo essermi lavato e vestito e aver fatto colazione, come se andassi in ufficio, solo che lo faccio a casa mia. Invece quando scrivo lavoro prevalentemente di notte, e vado a letto tardissimo, come se studiassi ancora, se facessi l’università e preparassi un esame. Mangio male, quando scrivo, invece quando traduco mangio bene.
Scrivere ti aiuta senz'altro a tradurre, immagino, ma tradurre a scrivere?
Nella prima cosa che ho scritto, che era un romanzo che si intitolava Coraggio, c’era una specie di diario alternato dell’io narrante e di Daniil Charms, che poi è la prima traduzione vera e propria che ho fatto. Questo fatto, che dei testi tradotti si intreccino a testi inediti, diciamo, scritti da me, torna spesso in alcune cose che ho scritto, a pensarci. Nel fatto di tradurre un libro vero e proprio è bella, per me, e nuova, quella sensazione di ordine che dicevo prima. Sono anche stato fortunato, finora, perché ho avuto quasi sempre la possibilità di scegliere i libri su cui lavorare (ho tradotto, a dire il vero, anche un libro dall’inglese che preferisco dimenticare) e, non so, mentre traducevo Puškin, per esempio, ero proprio contento, mi sembrava di essere un privilegiato.
È cambiato il modo in cui leggi un testo tradotto da quando hai sperimentato la traduzione?
Ritorniamo alla questione precedente: è cambiato, di molto, il modo in cui leggo da quando ho cominciato a scrivere, e lo scrivere, per me, è molto legato al tradurre. È cambiato nel senso che ho smesso, un po’, non del tutto, di dirmi che una cosa mi piace e un’altra non mi piace, è diventato improvvisamente quasi tutto interessante. Come sta su, questa cosa? mi viene da chiedermi. I testi tradotti poi, se son tradotti dal russo, li capisco magari un po’ meglio dei testi tradotti dal cinese, per dire, ho più strumenti, ma questo succedeva anche prima che traducessi dei libri, credo, non sono proprio sicuro, non saprei bene.
Quali aspetti della lingua e della letteratura russa trovi più difficili da mediare?
Il russo, prima di essere una lingua scritta, è una lingua parlata, è una lingua parlata da secoli e ha una velocità, una fluidità, che è un po’ diversa dall’italiano che ho imparato io, che è una lingua che ho imparato a scuola, perché dalle mie parti, quando ero piccolo, per la strada e nelle case si parlava prevalentemente in dialetto. Io ancora oggi, quando ho delle reazioni di pancia, non mediate, mi vengono in mente delle parole in dialetto, e le espressioni equivalenti italiane non sono equivalenti, sono un po’ finte, un po’ libresche, bisogna provare a andare su una variante regionale, o inventarsi qualcosa, e questo traducendo dal russo, che è come un unico grande dialetto parlato da milioni di persone da secoli, semplifico per farmi capire, succede abbastanza spesso.
Tradurre un classico significa confrontarsi non solo con un grande testo ma anche con una lunga ricezione italiana...
Tradurre un classico è una fortuna, e la ricezione italiana molteplice e stratificata è anche una fortuna, perché tradurre un testo che è già stato tradotto è più facile, hai un sacco di indicazioni su come si può e si dovrebbe e come non si può e non si dovrebbe rendere una cosa. Ci son dei classici russi (e non solo russi, credo) che, per assurdo, potrebbe tradurli anche uno che il russo non lo sa.
Che cosa significa per te leggere i tuoi libri in un'altra lingua?
Io cerco di non leggerli nemmeno nella mia lingua, dopo che sono usciti. Adesso, oggi proprio, ho finito di rileggere Pancetta per cercare i refusi per un’uscita in economica, non l’ho fatto volentieri, la trovo una pratica un po’ disgustosa, in un certo senso.
Hai rapporti con i tuoi traduttori?
Dipende da loro. Se mi chiedono qualcosa, cerco di aiutarli, ma non esercito controlli o verifiche né do indicazioni preventive, credo che la responsabilità della traduzione sia del traduttore.
Che cosa è per te la fedeltà in traduzione?
Ma, non so, bisogna esser bravi, se ci si riesce. O, meglio, bisognerebbe esser bravi, se ci si riuscisse. Ma non ci sono regole, anche se sembra assurdo. E invece davvero, appena formuli una regola, ti vien subito in mente un’eccezione che la contraddice. Per provare a spiegarmi devo prenderla un po’ da lontano. Il problema viene, forse, dalla natura, guarda che parole che mi tocca usare, natura, il problema viene forse dalla natura della materia trattata, che è, per quanto sia complicato usare anche questa parola, l’arte. Allora ci sono tante teorie, sull’arte, e, tra quelle che conosco io, in campo letterario la più convincente mi sembra quella di Šklovskij, enunciata nel 1917 in un articolo intitolato L’arte come procedimento, titolo che, a proposito di traduzioni, delle volte viene tradotto con L’arte come artificio, non capisco perché, ma non importa.
L’arte, scrive Šklovskij, è pensiero espresso per immagini. Semplificando e sintetizzando troppo direi che bisogna, secondo Šklovksij, attraverso le parole creare delle immagini, e il modo per farlo è rallentare il riconoscimento da parte del lettore. Anziché nominare gli oggetti subito, in modo che il lettore sappia, per esempio, che il protagonista ha in mano una palla, bisogna guardare agli oggetti come se fosse la prima volta che li si vede, e far sì che il protagonista del racconto chiami la palla Piccolo melone. Attraverso questo straniamento, questo è il termine che usa Šklovskij, la rotondità dell’oggetto palla ci arriva molto di più che se l’avessimo chiamato palla; se avessimo chiamato l’oggetto palla saremmo andati verso il riconoscimento, tutti sappiamo cos’è una palla, non c’è neanche bisogno di immaginarcela.
Allora, se prendiamo per buona la teoria di Šklovskij, e a me sembra ottima, la prosa è veramente Una valigia piena di trucchi, come dice Brodskij. E il prosatore o è un idiota divino, che quelle son fortune che capitano a pochi, o è uno che si deve imbrogliare da solo, per imbrogliare anche gli altri. E il traduttore, ha un compito ancor più difficile, perché deve essere imbrogliato come lettore, imbrogliarsi da solo, e imbrogliare gli altri. È un lavoro orribile, ed è pagato malissimo, ed è un lavoro bellissimo.
Prefazione di Ernesto Ferrero al volume "Gli autori invisibili"
Gli autori invisibili di Ilide Carmignani
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