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Intervista

Stefano Bartezzaghi: quando il gioco è un lavoro

Per lui le parole non hanno segreti e tanto meno l'enigmistica, di cui si occupa da sempre. Un grande esperto di gioco intellettuale che tuti i giorni si confronta con i lettori nella versione on-line della sua rubrica settimanale di Repubblica Lessico e nuvole. 
Ma come vive il gioco chi ne ha fatto una professione?



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Cos'è il gioco per lei? E questo gioco che ruolo  ha nella sua vita, a parte il lavoro?


Al contrario di quello che mi pare che capiti alla maggioranza delle persone, nella mia vita il gioco ha preso un'importanza crescente: è diventato un oggetto di studio, un punto di vista, e infine un lavoro. 
Si può dire che da quando ho smesso di giocare, non ho fatto altro. Oggi i confini fra quello che è gioco e quello che non lo è non mi sembrano sempre molto chiari, e così forse si può affermare che nella mia vita il gioco, a parte il lavoro, ha appunto il ruolo di consentirmi di non lavorare.


Riesce ancora a ricordare le sensazioni dell'infanzia rispetto al gioco, alla sua magia inventiva?

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No, ricordo solo vagamente e senza troppe nostalgie: penso che l'infanzia sia una ricostruzione a posteriori, fatta attraverso le diverse esperienze che sono venute dopo. In tutti i giochi, però, occorre una disponibilità che, passata l'infanzia, a molte persone viene meno: la disponibilità a slegare parole e cose dal loro senso quotidiano.


Con le parole lei è un abile giocoliere. Quanto pesa il divertimento, il gioco, appunto, nel suo lavoro? e quanta parte invece è professionalità, diciamo routine (o ossessione...)? esiste uno tra i vari giochi enigmistici che la diverte di più ancora oggi?
Ah, queste sono distinzioni mica tanto facili da fare. Quando devo preparare un gioco per lavoro - e la frase già è paradossale - cerco di non ridurmi all'ultimo momento, proprio perché l'incombenza di una scadenza guasta un po' lo spirito. Ma tutti questi aspetti sono presenti: divertimento, professione, routine, ossessione... in proporzioni mutevoli. In quanto ai giochi enigmistici, come autore mi sento tranquillo con gli anagrammi, rapito con i palindromi e i rebus, impegnato con i cruciverba. Come
solutore, i sei o sette rebus migliori della "Settimana Enigmistica" sono imperdibili, ogni settimana.


Da anni lei interagisce con il pubblico, stimolandolo. Quanta voglia c'è di divertirsi con anagrammi, palindromi, etc. secondo lei? E quanta di partecipare a un gioco collettivo? A giudicare dal successo della sua rubrica su Tuttolibri e ora su Repubblica, molta...

La casella della posta è sempre intasata, anche se da quando ho incominciato - più di vent'anni fa, ormai - tante cose sono cambiate. Prima gli spazi del genere della mia rubrica erano veramente pochissimi: ora fra siti, blog, tv e giornali il gioco è dilagato fuori dai suoi recinti tradizionali. La vera sfida, oggi, è contaminare il gioco con il resto, rispondendo al fatto che il resto si contamina con il gioco. Da un certo punto di vista era più semplice una volta, quando tutti parlavano sul serio. Ora di discorsi seri
non se ne fanno quasi più, e la differenza fra i diversi giochi che passano in ogni discorso non è più tanto netta.



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27 maggio 2008 Di Giulia Mozzato

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