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INTERVISTA

Giuseppe Conte e la sua Adultera


L’ultima volta che lo abbiamo incontrato, dopo la pubblicazione del libro La casa delle onde, il poeta Giuseppe Conte (perché Giuseppe Conte è scrittore di romanzi, ma prima di tutto, soprattutto, è un grande poeta, uno dei poeti italiani contemporanei più conosciuti anche all’estero) abitava in una casa alta sul mare - si riusciva a vedere il profilo della Corsica nelle belle giornate. 
Ora non abita più in lì, si è spostato di una ventina di chilometri, ma non ha lasciato la sua terra, la Liguria, e il mare che per lui è essenziale, presenza costante nei suoi romanzi, anche nell’ultimo, così diverso dai precedenti. Ne abbiamo parlato con lui.


In questo libro tutto è diverso dai precedenti, l’atmosfera, il personaggio, i tempi. Persino in certo qual modo l’umore del libro è differente: perché ha sentito il bisogno di scrivere L’adultera?

Non posso mai calcolare il mio desiderio di affrontare un argomento che nasce da cose segrete. Ho sentito la necessità di prendere una figura come l’adultera che è una parola che ricorre in un libro che è fondamentale nella nostra civiltà, e da autore e lettore di romanzi d’amore mi interessava dare una voce, un’anima, un corpo e un cuore a questo personaggio. 
L’adultera nasce da un personaggio che compare in questo libro fondamentale che è il Nuovo Testamento e di cui però non sappiamo nulla. L’episodio in sé è bellissimo, ma ha qualcosa di segreto: la scrittura di Cristo. È l’unico episodio in cui usa la scrittura, ma non si sa che cosa scriva. Il tema del passaggio è quello del pietà e del perdono, di non condannare le passioni umane. 
Si trattava di parlare dell’amore, che non è per me un tema nuovo, affrontandolo in maniera diversa.


Il libro colpisce perché è sorretto da due spinte simili e opposte: parla di adulterio, che oggi è diventato così banale e irrilevante nella nostra società, e sceglie, per parlarne, dell’adultera del Vangelo, la donna che Cristo invita a perdonare, trasformando la sua colpa in irrilevante. Perché raccontare questa storia dal punto di vista dell’adultera?

Sono convinto di aver messo in relazione questa irrilevanza - il fatto che l’adulterio sia passato dall’essere reato ad essere semplicemente un problema di coppia - a quello che succede, invece, nelle società patriarcali. 
Abbiamo letto, leggiamo spesso sui giornali, che nelle città di società ancora pastorali e patriarcali viene ancora praticata la lapidazione. Quello che per noi è irrilevante in queste società ai confini del mondo del benessere è ancora colpa grave. Pensiamo al contrasto tra passione e legge: se eliminiamo figure come Francesca da Rimini, Madame Bovary, Anna Karenina, Lady Chatterley, togliamo gran parte della letteratura. 
Perché raccontare dal punto di vista dell’adultera? Perché il romanzo è nato da una voce che parlava e non poteva che essere quella della protagonista. Non poteva essere una terza persona distaccata che comportava un’analisi che non ero in grado di fare. Anche se mi è stato difficile identificarmi, era una scommessa per me, il cercare di riprodurre emozioni femminili.


Infatti questa è un’altra scelta insolita: una voce di donna.

Una studiosa del Sudafrica, nella sua tesi sui miei romanzi, mi rimprovera di aver dato poco spazio alle donne: qui c’è una centralità femminile che altrove non c’era.


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Da dove è partito per immaginare la storia dietro la donna che anche qui resta sempre senza nome, come nel Vangelo?

Mi sono messo davanti delle mappe, una presa da un vecchio libro sulla Palestina nel primo secolo dopo Cristo e una di Gerusalemme, e ho “visto” che la donna poteva essere nata in riva al mare, che era figlia di un pescatore, data in sposa al mercante e trapiantata poi a Gerusalemme. E che la Palestina di allora era insanguinata dalle lotte tra le forze romane imperiali e gli zeloti che facevano attentati contro l’impero romano. 
Scrivere un romanzo è procedere accostando un tassello all’altro. E comunque questo è un libro che mi ha richiesto una grossa opera di invenzione.


Ha appena parlato delle lotte tra romani e zeloti: leggendo il libro mi sono chiesta se stesse pensando alle lotte che insanguinano quelle terre tuttora.

Sì, volevo mettere in luce che c’è un potere che afferma la sua legge e chi si ribella alla sua legge viene definito terrorista. Il fratello della donna rinnega la logica famigliare e lei si trova in mezzo a cose che non la interessano.


Nella storia di questa donna c’è anche un episodio di amore per un’altra donna: che cosa voleva significare?

Nella storia tra l’adultera a cui non mi sono sentito di dare un nome e Lavinia - scettica, enigmatica, infelice - c’è una solidarietà tra due esseri soli. C’è l’aspetto sessuale ma c’è soprattutto solidarietà e affetto. La donna non lascia Lavinia, si occupa di lei fino alla fine. C’è affetto amoroso che vince la rovina delle cose, l’abbandono, ed è anche un provare un tipo di rapporto che non ha la violenza passionale del sesso maschile. 
È un rapporto più di dolcezza, di amicizia, di solidarietà. Non volevo sottendere nessuna ideologia - si capisce che sono tollerante, che non giudico.


Alla fine del libro l’idea è che non abbiamo letto la storia di una peccatrice ma quella di una donna che ha sofferto molto.

È vero, è una donna che ha sofferto e che ha cercato una redenzione impossibile e che trova - forse - nel raccontare, quasi che la sua redenzione sia svelare il segreto della sua vita. Non è una peccatrice perché già questo era il significato delle parole di Cristo: il perdono dato a chiunque abbia delle debolezze e delle passioni, purché siano sincere, autenticamente d’amore e non di dominio e di sopraffazione.


Un altro particolare mi ha incuriosito: al posto di Gesù qui c’è un altro personaggio che ascolta la donna. Perché scegliere Seneca?

Un padre della Chiesa, parlando di Seneca, dice che ‘è quasi tutto nostro’: non è completamente vero, perché Seneca era nutrito di cultura pagana, ma in un suo libro scrive che ‘se vogliamo essere giudici giusti, dobbiamo convincerci che nessuno di noi è senza colpa’ - e questo è molto simile a quello che dice Cristo nell’episodio del Vangelo. 
L’idea mi è venuta quando la donna arriva a Roma, che era la capitale a cui tutto confluiva. Poteva anche raccontare la sua storia al suo compagno Fedro, ma ho preferito la figura di un vecchio da cui si sentisse garantita che le passioni erano finite. Seneca era stato esiliato per adulterio, ma ora è un vecchio saggio e lei pensa di poter raccontare proprio a lui la sua storia piena di passioni e di cadute.


Tra tutte le cose che differenziano questo libro dagli altri suoi libri, c’è però una presenza costante, quella del mare. 
Il mare di cui si sente sempre l’odore, il rumore, un personaggio a sé.


Ho voluto pagare questo debito al mio immaginario. Qui non c’era nessun elemento della terra ligure, ma volevo che però ci fosse il mare. 
Il mare in continuo mutamento, il mare che è essenza della nostra anima, volevo che ci fosse il mare e inventarmi questo suo rapporto particolare col mare fisico e simbolico - il mare delle cose - è la continuità del mio immaginario.



29 aprile 2008 Di Marilia Piccone


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