WUZ  
  HOME | venerdì 19 marzo 2010
Cerca nel sito
INTERVISTA

Marino Magliani: quella notte a Dolcedo...

Abbiamo incontrato a Imperia Marino Magliani, che abitualmente vive in Olanda, durante uno dei suoi ritorni “stagionali” e abbiamo parlato con lui del suo ultimo romanzo, Quella notte a Dolcedo.


In tutti i suoi romanzi, tranne il primo, c’è il tema del ritorno che ci sembra essere un suo nodo di nostalgia: come vive lei i suoi ritorni? 
      
Ho iniziato a viaggiare da giovane, ma sono sempre tornato. 
I miei sono ritorni ciclici, le mie stagioni sono regolate da questi ritorni. 
Quando vivevo in Spagna tornavo d’inverno, perché lavoravo là d’estate; da quando vivo in Olanda, invece, i miei ritorni sono per sfamare un bisogno di vita, di ritrovare emozioni per cui poi sedermi ad un tavolino e cercare di fare raccontare alle pagine queste emozioni. 
In Liguria non scrivo mai una parola, la Liguria è per viverla e l’Olanda è per scriverla. Come vivo i miei ritorni? 
Ho trovato una specie di antidoto alle emozioni del ritorno, li vivo meccanicamente come cose da fare. Cose che ci spettano, che bisogna fare, come delle necessità che sono stagionali invece di essere quotidiane. Non mi è difficile riinserirmi, in Olanda la mia vita sociale è zero, in Italia quando vado al mio paese è come se non me ne fossi mai andato.


Lei ha avuto una vita molto avventurosa, di cui in parte ci racconta con il personaggio di Gregorio. Eppure il nucleo delle sue storie è sempre Dolcedo o qualche altro paese dell’entroterra di Imperia…
      
È vero e ho un grande bisogno di staccarmi dalla Liguria come tematica. 
Mi sembra di ripetere quello che ho già detto - questa è una critica che faccio a me stesso. Ho talmente tanto materiale accumulato e lo considero di buona qualità, e allora mi è difficile rinnegarlo o metterlo da parte. Una volta che sarà terminata questa fase di uscita dei ‘lavori liguri’, sarà necessario lasciare la Liguria e certe strade liriche, trovare altre storie e altri paesaggi, oppure raccontare le stesse storie in maniera diversa. 
Ho già da parte un libro ambientato in Sud America in cui c’è ancora un po’ di Liguria, ma occupa uno spazio marginale. Il prossimo, però, sarà una storia parallela a quella di Quella notte a Dolcedo: in questo viene affrontata la colpa a una certa quota, a fondo valle; nel prossimo verrà affrontata la stessa colpa ma a quota di alta montagna, perché, mentre la strage di Dolcedo è avvenuta in fondo valle e possono essere stati i tedeschi a eseguirla, è ad alta quota che il partigiano viene ucciso in circostanze misteriose nel nuovo romanzo. E lassù vivevano i partigiani e i colpevoli potevano essere i partigiani.


Nel romanzo precedente Gregorio era una figura in parte autobiografica. Qui ci pare che sia la ragazza che rappresenta lei stesso: come mai scegliere una ragazza?

Inizialmente la ragazza era un ragazzo e lo è rimasto fino alla seconda stesura - infatti ci sono dei tratti di mascolinità in questo personaggio. Mi serviva mettere una figura femminile e alla fine ho deciso di far diventare il ragazzo Lori, senza cambiare, senza stravolgere le sue esperienze, la sua disperazione. 
A me sembra che Lori sia uno dei personaggi più riusciti dei miei libri.


Oltre a nuovi particolari presi dalla sua vita, rileggiamo, con qualche modifica, la sua esperienza dell’esame fallito: perché è così importante?

È l’esperienza che ha cambiato la mia vita: che cosa sarebbe successo se mi avessero dato quel diploma che meritavo? Oppure se non lo avessero dato, ingiustamente, agli altri? Avrei avuto il diploma, mi sarei iscritto a Lettere o a Storia, sarei diventato professore e avrei insegnato. Avrei scritto altre  cose e certamente non me ne sarei andato, non in quel momento, non con quella ferita, quel bisogno di restituire il male che era stato fatto ad un ragazzo ingenuo di 17 anni alla fine degli anni ‘70. 
Per non restituire il male, per non perdere, ho messo quattro cose nello zaino e sono andato via. 
Molta gente è rimasta, ha lottato, ha restituito il male e quindi ha perso. Io volevo giocare quella partita diversamente. Questo libro per me è stato un poco come per Fenoglio che, quando ha pubblicato il suo primo libro con Einaudi, ha detto, “questa è la mia laurea”. Sono contento perché avrei continuato a fare del male a me stesso, se fossi rimasto.


La vicenda centrale del romanzo è avvenuta durante la guerra, una rappresaglia tedesca: che cosa c’è di vero? Che cosa è successo a Dolcedo e su queste colline durante la guerra?
      
Il paese del titolo esiste, mentre i Droneri del libro vivevano a Sorba che non esiste ma che è il mosaico di certi paesaggi che ho costruito pian piano per non dare dei riferimenti. 
Che cosa è successo a Dolcedo? 
È successo che ci sono stati i tedeschi che hanno percorso e ripercorso vicoli e colline e che poi sono tornati 20 anni dopo, quando ero bambino e vivevo nel dubbio - dubbio che mi mettevano i vecchi del paese, che quei tedeschi che negli anni ‘60 avevano 40 o 50 anni, durante la guerra fossero stati in Liguria e nella nostra valle, e che quindi le cose che vedevano ora, i vicoli e le colline e gli uliveti, non le scoprissero da turisti ma le ricordassero da veterani.


C’è anche un altro filone, la ricerca del presente si allinea con una ricerca del passato - quella del mammut. Nella postfazione lei dice che non c’è nessun mammut a Dolcedo: quale significato ha questa storia?
      
Le mie narrazioni sono sempre contaminate da spettacoli televisivi: un giorno vidi un documentario sul ritrovamento di zanne di mammut in alcune isole siberiane. La cosa mi affascinò e mi dissi che il capitano del mio romanzo poteva essere distratto alla ricerca di qualcosa nel ‘44 e pian piano mi resi conto che forse nella Liguria che raccontavo, sotto la terra dietro ai muri costruiti dai frati, ci potevano essere scheletri di mammut.


Si ritorna spesso, nel romanzo, ai tedeschi che sono tornati, novelli conquistatori che si sono comperati le case dei paesini dell’entroterra ligure. 
Immagino che lei ne avrà conosciuti molti: hanno dimenticato tutti? 
Hanno dimenticato i tedeschi le stragi che hanno fatto e hanno dimenticato i liguri che cosa hanno patito?

       
Nell’entroterra secondo me il revisionismo è cominciato il 26 aprile 1945, nel senso che il tedesco è sempre stato il nemico ma il partigiano non si è mai riuscito a riscattare dalle piccole azioni isolate di sciacallaggio, di imboscate gratuite che hanno messo a repentaglio la popolazione. 
Detto questo, il nemico è sempre stato tedesco, ma il ligure - specie il ligure di roccia e non di scoglio, come lo chiama Calvino - è una persona che non perdona e non dimentica. Così quando sono arrivati i tedeschi, alcuni hanno dimenticato la guerra perché sono riusciti a vendere ai nuovi arrivati stalle e cantine invendibili. 
Altri non hanno venduto ma hanno tollerato la presenza dei tedeschi. Hanno tollerato il ritorno.


Un’altra caratteristica dei suoi romanzi è che, pur essendo tutti romanzi così pieni di Liguria, vedono il mare da lontano. 
Nel romanzo precedente c’è un racconto molto bello, quello del cane abbandonato che arriva al mare: ecco, mi pare che in questa nostalgia di mare ci sia anche una parte di lei. Sbaglio?

      
Per una persona dell’entroterra il mare è un desiderio, è un sogno. Faccio dire ad un personaggio contadino che, se guardi il mare dalle colline ti incanti e sogni, ma quando ti volti i lavori sono ancora lì da fare.


Un’altra caratteristica è il lavoro fisico, il lavoro di braccia sulla terra. 
Lavorare di muscoli e scrivere: sono due cose così diverse? Una il complemento dell’altra? Una la base di riflessione dell’altra?

     
Quando sono in Liguria faccio il manovale, do una mano a costruire dei muri, quelli a secco che ora si fanno col cemento. 
È un’operazione cha assomiglia alla scrittura: si traccia una soglia, si riempie di ferro e cemento e su quella soglia si alza il muro. Pietra dopo pietra, con sistema di incastro, lasciando ogni tanto spazi per il drenaggio. Scrivere un romanzo è una cosa simile: si lavora su una struttura, le si dà un respiro, tuttavia, mentre col romanzo si può sempre tornare a potenziare la soglia, con il muro, quando è fatto è fatto. E se non è forte, crollerà. 
Il lavoro fisico è il lavoro che appartiene alla stagione italiana, ai ritorni, mentre la scrittura appartiene ossessionatamene a quella stanza che non è neanche l’Olanda, ma la stanza che sta in un posto pieno di personaggi che mi attendono ogni volta e bisticciano per essere raccontati.


Leggi la recensione di "Quella notte a Dolcedo"
Articoli, recensioni e notizie su Wuz



27 marzo 2008 Di Marilia Piccone


Condividi su:


Copyright © 1996/2010 Internet Bookshop Italia, tutti i diritti riservati.
Wuz è un marchio registrato. Licenza SIAE n. 513 / I / 06-359.
Concessionaria di pubblicità MYads.it
Con la collaborazione di Argentovivo per il settore editoria libraria
Dati audience certificati Audiweb
Internet Bookshop Italia è una società di Giunti & Messaggerie
Eventuali comunicazioni e segnalazioni utili possono essere inviate alla redazione