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HOME | sabato 11 febbraio 2012 |
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Chi scrive thriller in Islanda deve avere credibilità
Arnaldur Indridason ci racconta come lavora
A colloquio con l'autore di La voce, un giallo originale, intelligente, brillante e incentrato in modo particolare sulla personalità dei protagonisti. Straordinario il successo dei suoi libri nel paese d'origine, l'Islanda, un successo che lentamente sta arrivando anche nel resto d'Europa.
Questo è il suo terzo romanzo pubblicato in Italia e osserviamo di nuovo l’originalità del suo stile, quanto i suoi romanzi si differenzino dai soliti thriller. Lei mantiene la suspense riguardo all’assassino, ma la nostra attenzione è diretta altrove, alla psicologia dei personaggi. Quanto di questo è dovuto al fatto che in Islanda non si verifichino molti crimini?
Ha tutto a che fare con questo: perché il problema dello scrivere dei thriller in Islanda è che devi avere credibilità.
Da una parte è più difficile per lo scrittore, dall’altra parte è tuttavia meglio per lo scrittore avere delle difficoltà, perché gli impongono una disciplina: invece di grosse trame deve puntare sulla caratterizzazione, invece del ‘chi è stato’ e del grande finale risolutivo si deve avere una strategia lenta. Non sono molto interessato agli intrighi, il mio forte è nelle storie e nei personaggi. Questo libro lo dimostra.
È un giallo alla Agatha Christie: un ambiente chiuso, si svolge in pochi giorni, viene assassinato un uomo vestito da Babbo Natale, Erlendur si ferma in albergo e cerca di risolvere il delitto dall’interno. Non mi interessano i delitti di per sé, mi interessano le persone e la vita delle persone.
Uno dei personaggi del libro ad un certo punto fa un’osservazione sull’Islanda che è una terra di nani e in un altro punto parla della noia della vita in Islanda. Perché una ‘terra di nani’? ed è proprio noioso vivere in Islanda?
 | | Leggi la recensione | No, non nani, ci deve essere un leggero errore nella traduzione, l’Islanda è una terra di elfi, si crede che gli elfi vivano nelle rocce e nelle pietre. Arriviamo al punto che, se stiamo costruendo una strada e questa deve passare su una roccia degli elfi, facciamo deviare la strada per non toccare il masso.
Quanto al fatto che l’Islanda sia noiosa - forse lo è per Sigurdur, forse a lui non piacciono i lunghi inverni, il buio, non gli piace vivere nel freddo e nella neve. Ma gli Islandesi hanno modo di divertirsi, non c’è mai un momento noioso. Così poche persone vivono in Islanda e svolgono così tante attività stupefacenti: rimediano all’essere così pochi.
Io non trovo affatto noioso vivere in Islanda, anzi lo trovo divertente. Gli islandesi hanno delle maniere di compensare i lunghi inverni. Per esempio fanno tante cose per Natale, poi, tra il 20 gennaio e il 20 febbraio hanno una vecchia festività dei tempi pagani - thorri - che ha il nome del mese. In questo mese si fanno feste a casa, al lavoro, e si mangia cibo tradizionale islandese, si bevono bevande islandesi. Il cibo è piuttosto tremendo, perché un tempo, per mantenere gli alimenti, si sottoponevano ad un processo che li rendevano acidi - piatti con le interiora o i testicoli delle pecore… E poi gli islandesi viaggiano molto, hanno sempre viaggiato, ma ora ancora di più.
C’è molta emigrazione in Islanda?
Non ce n’è affatto, piuttosto c’è immigrazione, perché le possibilità di lavoro sono molto buone. L’Islanda è molto cambiata negli ultimi 50 anni, da società contadina è diventata una società ricca. Come conseguenza c’è stato un esodo dalle campagne verso la città, come è successo a Erlendur.
C’è stato anche in Islanda, come negli altri paesi che sono diventati ricchi, un aumento della criminalità?
Purtroppo sì, soprattutto della criminalità connessa con la droga. Tutto in proporzione però: considerando che ci sono solo 300.000 abitanti in Islanda, ci sono degli anni in cui non c’è nessun crimine e altri in cui ce ne sono tre o quattro.
 | Leggi la recensione
 | Quando ci siamo incontrati per parlare de La signora in verde, lei mi ha detto che quello era il libro più violento che avesse scritto e che a volte doveva sospendere la scrittura perché era troppo doloroso. Ho trovato alcune scene di questo libro molto dolorose, anche se in maniera diversa perché meno esplicite. Non ha descritto apertamente quello che è successo al ragazzino che è in ospedale perché sarebbe stato troppo penoso?
Uno scrittore non vuole mai dire tutto, vuole lasciare all’immaginazione del lettore, anche se è difficile scegliere fino a dove andare con il materiale che si ha in mente. Ne La signora in verde ho deciso di andare fino in fondo per mostrare la tremenda violenza all’interno della famiglia. Qui ho fatto solo parte della strada, volevo solo suggerire. È sempre una lotta. decidere come dire la storia, quanto rivelare e quanto tacere. È connesso con lo stile del libro, secondo come dovresti cercare di lavorare con l’immaginazione del lettore, come dargli del materiale su cui far funzionare la sua immaginazione.
Le storie sono diverse, ma lei ritorna sul tema delle violenze domestiche che sembrano essere più terribili della violenza dell’assassino. Perché insiste su questo argomento?
Tutti i miei romanzi sono sulla famiglia e sui rapporti all’interno della famiglia: famiglie che non avrebbero dovuto formarsi ma si sono formate e famiglie che invece sarebbe stato bene si facessero e non sono state fatte. Rapporti tra padre e figlio, genitori e figli, marito e moglie.
La voce è su come si trattano i figli: a volte si vuole che diventino qualcuno e questo è causa di forti pressioni. In realtà poi si tratta di realizzare ciò che si sarebbe voluto per sé e non per i figli. Si può distruggere il proprio figlio forzandolo a essere quello che eravamo noi a voler diventare. Si distrugge così l’infanzia.
Il libro è su questo, vuol dire che dovremmo prenderci cura dei figli, lasciarli fare quello che vogliono fare, non manipolarli.
La tragedia della trama principale è una tragedia dell’infanzia soffocata, delle aspettative esagerate dei genitori, che è una forma strisciante di violenza. Nel caso di Gulli era chiaro che prima o poi la sua voce sarebbe cambiata: è per questo motivo che ha scelto “questa” aspettativa, per rendere più chiara la violenza insensata del padre?
Sì, proprio per quello. Perché è bello avere questa splendida voce da sentire, e poi, quando la voce va via, la delusione è così grande… ma il padre è un uomo un poco folle.
C’è un ampio quadro di rapporti famigliari - Erlendur e suo fratello, Gulli e la sorella, Ösp e il fratello, il padre di Gulli con il figlio, Erlendur e la figlia… È così difficile vivere in una famiglia?
Può essere: i miei libri sono sulla difficoltà di vivere in famiglia. Ci sono molte belle famiglie, ma se vuoi dire qualcosa sulle famiglie, su come si possono fare errori, devi accentuarne il lato cattivo.
Non voglio fare delle prediche, soltanto mostrare quello che può essere sbagliato e quali sono le conseguenze. Io voglio dire qualcosa con i miei libri, almeno lo spero. Non voglio solo trovare la soluzione del crimine. Spero proprio che i miei libri abbiano più sostanza e non siano solo un intrattenimento. In genere mi interessa poco chi sia l’assassino, di più chi sia la vittima e perché.
In questo romanzo sembra che Sigurdur e Elinborg abbiano meno importanza di Erlendur che occupa la maggior parte della scena. In realtà il suo ruolo è più di quello del semplice poliziotto che indaga: perché è così importante in questo romanzo?
Perché io in realtà racconto la storia di Erlendur nei miei libri. Scrivo una serie di libri su questo poliziotto: in La donna in verde avevo già raccontato di quello che lo rode dentro, in questo ne parlo ancora e di più, si sa sempre di più su di lui. Anche gli altri personaggi sono presenti ma c’è solo lui in primo piano. Potrebbe anche essere che scriva un libro solo su uno dei miei personaggi. Quello principale però resta Erlendur che mi affascina: è un uomo difficile, un ottimo professionista eppure così scadente come uomo di famiglia, così negativo nella vita privata. Mi interessa quest’uomo che è così bravo come poliziotto, che capisce le vittime, risolve i casi, e poi non capisce se stesso. Ecco, quando avrò capito Erlendur, finirà la sua storia.
Ascolta anche l'intervista di Matteo Baldi per RadioAlt
| 13 febbraio 2008 | | Di Marilia Piccone |
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