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HOME | domenica 21 marzo 2010 |
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Un'indagine nell'Italia delle città: un Paese fatto di campanili
Curzio Maltese e I padroni delle città
 | | Mauro Chessa - Una giornata qualsiasi (1998), olio su tela |
"Perché le città? Perché sono le nostre patrie. L'Italia non è mai riuscita a essere per gli italiani quello he Venezia, Genova, Roma, Firenze, Napoli, Palermo, Torino, Milano sono state e sono ancora per i veneziani, genovesi, romani, fiorentini, napoletani, palermitani, torinesi, milanesi e per il resto del mondo. L'italiano, diceva Ennio Flaiano, quando si ricorda di essere italiano diventa subito fascista. Oppure non se ne ricorda - accade più spesso -, e allora parla laconicamente del nostro paese, con distacco, scetticismo; diventa banale, e in genere lagnoso. Ma appena lo zoom si restringe al borgo naio, si tratti di Roma o Petralia, si accende la passione, la frase si colora, lo sguardo diventa originale."
Un'inchiesta sull'Italia nella pagine di Wuz
È davvero illuminante l'Introduzione al saggio che Curzio Maltese ha recentemente pubblicato (edito da Feltrinelli) intitolato I padroni delle città e di cui qui sopra potete leggere un significativo stralcio. In poche pagine descrive l'Italia e gli italiani, ma anche come vengono percepiti all'estero e perché.
"Il Comune è stata la prima e l'unica nostra vera invenzione politica". E nella dimensione cittadina non solo ci realizziamo ma troviamo uno scatto d'orgoglio impensabile parlando di nazione. Ma come sono governate queste realtà locali? Come vive l'italiano quando è cittadino o abitante di una provincia più o meno centrale degli equilibri generali? Chi sono i veri padroni delle città? Curzio Maltese cerca di rispondere a queste domande in questo saggio.
Ecco qualche anticipazione nell'intervista realizzata da Matteo Baldi per RadioAlt
Nell’introduzione Curzio Maltese accenna al fatto che si tratta del terzo viaggio che ha l’occasione di compiere per l’Italia: il primo nel 1968, il secondo nel 1988 in qualità di cronista sportivo e l’ultimo quest’anno per Repubblica in qualità di giornalista. Ogni vent’anni, dice, cambiano i linguaggi e con quelli i valori, insomma...
A che punto siamo nel 2007?
Siamo in un momento in cui è finita un’epoca, come per l’appunto gli ultimi vent’anni, che in politica è identificata come Seconda Repubblica. Dobbiamo scegliere che strada prendere, insomma.
In questo Paese ci sono degli elementi molto negativi, che sono poi quelli che nell’inchiesta del New York Times- che ha fatto discutere tanto in questi giorni -, sono molto ben evidenziati, però ci sono anche delle spinte molto innovative e andando in giro nelle città lo si capisce meglio. Per un paio di motivi: uno è che la vera forza identitaria per gli italiani non sta nello stato, nella nazione, ma nella città di appartenenza. L’appartenenza passa attraverso l’aspetto del comune e non della nazione. È sempre una bella attività che consiglio a tutti (prima di prendere l’aereo per le Maldive) girare questo paese che è molto bello, molto affascinante.
Siamo in un momento di scelta, un’epoca è finita, la Seconda Repubblica è alla fine, alla frutta. E ci sarà una nuova stagione alle porte, positiva o negativa è difficile dirlo. Diciamo siamo circondati dal pessimismo, il New York Times ha fatto un reportage che ha fatto molto discutere, molto duro ma anche molto vero, ha parlato dell’Italia come di un cadavere. Personalmente girando mi sono fatto un’idea più complessa, l’Italia è un paese che ha dei tratti in declino ma anche delle grandi energie. Nelle città questo è più evidente perché la nostra vera appartenenza non è alla nazione ma alla città, al comune, che è quello che dà identità, appartenenza. E quindi girando Milano, Genova, Roma, Torino, Napoli ci si rende conto che le possibilità sono più di quelle che ci appaiono: da una parte sfruttare i grandi processi di globalizzazione che teoricamente potrebbero favorire un paese come il nostro, dall’altra rinchiuderci nella nostra inconcludenza che è un po’ quella che è l’immagine della politica.
L’altra cosa che si impara girando l’Italia reale è che la politica è in decadimento, che non è solo una questione di politica e antipolitica. La vera questione è che i politici non sono più in grado di decidere molto, non hanno più potere. Vent’anni fa quando Giampaolo Pansa fece per Repubblica un’inchiesta sulle città fece praticamente la descrizione dei feudi politici città per città. Erano grandi feudi: a Napoli c’era Gala, a Roma Andreotti, a Bologna, a Firenze... c’era questa completa identità tra potere e politica. Oggi, la verità è che la fusione delle grandi banche sono più importanti delle fusioni dei grandi partiti o comunque incidono molto di più sulla vita delle persone.
Lei ha condotto una sorta di indagine sul micro, anche se poi le città delle quali parla hanno sicuramente un’identità ramificata, complessa e stratificata. In un momento storico in cui l’indagine invece è rivolta al globale, ai minimi comuni multipli che è possibile rintracciare tra le varie identità nazionali, come è possibile portare le peculiarità di ciascuna delle città, e quindi di ciascuno dei bacini identitari italiani che Lei ha indagato in un dibattito più ampio?
Noi abbiamo delle città ancora molto caratterizzate, non abbiamo delle città globalizzate, anche se le periferie lo sono.
Noi per esempio non abbiamo ancora città ghetto come ci sono negli Stati Uniti, anche se Milano lo sta diventando. Milano è una città che sta costruendo oggi come non costruiva dai tempi degli Sforza e il progetto... si parla molto dell’aspetto estetico delle nuove opere che secondo me non è così importante rispetto all’aspetto sociale. Si sta costruendo una società dove ci saranno iperborghesi ricchissimi che possono pagare tranquillamente 20.000 euro al metro quadrato e periferie sempre più desolate, quartieri ghetto per ricchi e quartieri ghetto per poveri.
Questo ancora non esiste in Italia, le nostre città hanno ancora una forte identità. E sono anche città straordinariamente internazionali per la loro storia. All’estero si considerano le città italiane con molta serietà. Lo stato italiano suscita parecchie ironie - l’Italia come paese -, e anche molto pessimismo mentre quando si parla di Roma, Venezia, Firenze l’attenzione è diversa perché sono grandi centri internazionali. E sono spesso grandi centri internazionali a prescindere dallo stato nazionale, cioè alcune delle nostre grandi città fanno politica culturale a livello internazionale più di quanto lo faccia lo stato nazionale. Ed è forse per questo che i sindaci sono diventati così popolari anche nella scena politica, pensiamo a Veltroni ma non solo lui, Cacciari, prima di lui Bassolino, la Moratti, da un certo punto di vista. Ma il ruolo del sindaco è importante, internazionale, meno provinciale del quadro della politica italiana.
Rispetto al discorso delle periferie è forse bene ricordare che lei è di Sesto San Giovanni, che gode della nomea di essere stato la Stalingrado d’Italia, anche se adesso se ne parla per i progetti di Renzo Piano e la Fabbrica delle Idee. Cioè è successo qualcosa, è ancora uno dei cambiamenti di linguaggio cui lei ha fatto cenno, sicuramente.
Come è possibile parlare di un paese prescindendo dalle forme del lavoro che lo caratterizzano?
 | Operai Fiat in lotta. Torino 1980 (Tano D'Amico)
da L'Italia del Novecento. Le fotografie e la storia (Einaudi)
 | Beh, io sono nato a Milano, sono cresciuto a Sesto San Giovanni, sono figlio di immigrati e Sesto San Giovanni è stato il primo grande insediamento di fabbriche fordiste, all’inizio del Novecento, d’Italia, ed è diventato oggi uno dei grandi centri di elaborazione, anche dal punto di vista dell’architettura, di un possibile futuro della periferia che non sia la periferia indistinta, che ha come unico punto di ritrovo il centro commerciale o il multisala o la discoteca.
Il futuro può essere per esempio il progetto di Piano per l’area Falck a Sesto San Giovanni, cioè grattacieli trasparenti, un grande parco, una viabilità interna tutta dominata da piccoli autobus elettrici o a idrogeno. Sicuramente c’è la possibilità di usare le tecnologie per migliorare molto la qualità della vita, ma in Italia tutto diventa una cosa molto complicata: è un paese pieno di paradossi, abbiamo gli unici ambientalisti che si ribellano alle tramvie o all’Alta Velocità, abbiamo un pase invecchiato che ha sempre paura della novità mentre non è detto che la novità sia solo sconvolgimento sociale. La novità molto spesso è un’opportunità di migliorare la propria vita. Le nostre città stanno morendo di traffico e di spappolamento sociale. Cioè non esistono più i quartieri, i luoghi d’incontro: i vecchi non funzionano più, crearne di nuovi è la vera scommessa, non si può trasformarli in musei, laddove è avvenuto è andato male. Parlo di Venezia, una città ormai morta.
La famosa morte di Venezia è avvenuta, perché i veneziani vanno a prendere il traghetto e vanno a Mestre, perché a Venezia non c’è nulla e si fa la Mostra del Cinema ma c’è una sola sala cinematografica in tutta la città...
Il centro di Firenze sta prendendo quella strada, lo spappolamento della vita reale dei cittadini per diventare una specie di Disneyland rinascimentale. Questi sono i rischi, poi ci sono appunto le opportunità. Per esempio Torino è una città che dalla deindustrializzazione può ricavarne in realtà dei vantaggi per la vita, per la qualità della vita, dell’offerta culturale, ecc.
Se dovessimo calarci nei panni di recensori slow food del nostro paese, ma non solo per quel che riguarda la gastronomia, quali presidi di eccellenza potremmo individuare nel carattere italiano oggi?
Sicuramente gli italiani hanno capacità creativa, di adattamento, una capacità biologica che è l’aspetto nobile dell’arte da mangiare.
Gli italiani sono capaci di grande intelligenza collettiva quando si tratta di affrontare un problema concreto e di scarsa intelligenza quando si tratta di affrontare problemi più astratti.
Prendiamo un esempio concreto: la città di Rimini.
Rimini è una straordinaria industria del divertimento, a capo di un distretto del piacere, come è stato chiamato. Rimini è riuscita a rilanciarsi dopo una tragedia ecologica come quella delle alghe e anche dopo la tragedia economica di altre offerte di mare, di vacanze al mare molto più a buon mercato e, diciamo la verità, con un mare molto più bello. Per esempio la Croazia: in pochi anni i tedeschi che andavano a Rimini si sono spostati verso la Croazia. E a Rimini si sono inventati il divertimentificio, con un colpo di genio, sono diventati tutti dei piccoli Fellini, hanno capito che ormai il turismo non è un turismo che va a cercare il mare o la montagna ma va a cercare lo svago, l’hobby, un’altra vita, una specie di parco giochi. E questa intuizione è un’intuizione formidabile.
Questo vale anche per molte imprese, piccole e medie, che si sono sapute inventare delle strategie, hanno saputo rapidamente cambiare orientamento, cosa difficile da riscontrare in altri paesi, magari meglio organizzati.
Il limite dell’Italia è che poi di fronte al livello nazionale o internazionale dei dibattito si adotta sempre la soluzione più semplice, quello che ti promette di più, è quello che vince. Lo slogan prevale sempre sul ragionamento, si stacca la spina quando il discorso diventa un po’ troppo complesso. Allora ci si ritrae nella soluzione più semplice che di solito è anche la più stupida. Questa è un po’ la dicotomia e la schizofrenia in cui vivono gli italiani.
Sono molto intelligenti sul loro territorio ma si fa fatica poi a organizzare questa intelligenza collettiva presente in un livello locale nella capacità di risolvere i grandi problemi.
Fra neoumanesimo e borghesia mafiosa, come evocare da un lato le radici rinascimentali di quanto di buono si può trovare oggi nell’idea di comune, di città, di territorio culturalmente coeso e invece quella propensione che la locuzione borghesia mafiosa può esemplificare bene?
In Italia purtroppo si sta assistendo a un fenomeno sociale che è la contrazione del ceto medio. Ci sono ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più precari e un ceto medio che è risucchiato dalla parte più povera, non fosse altro perché i figli non trovano lavoro, diventano precari.
Nel quadro della borghesia italiana c’è una parte molto aperta nei confronti dei nuovi processi di mondializzazione, molto pronta a cogliere le novità, a utilizzare tutti i vantaggi di poter stare nel sistema europeo, ma dall’altra parte ci sono delle borghesie che io chiamo "mafiose" per esemplificarle - dello status quo, delle massonerie che si trovano in tutte le città -, che cercando di controllare la situazione, che fanno in modo che non vinca mai il progetto migliore ma l’appalto dell’amico. E questi sono gli atteggiamenti di chi vuole mantenere un potere di veto, rituale, che prescinde dal sapere fare o non fare qualcosa.
C'è chi invece punta ancora sulla libertà di concorrenza, sulla capacità di fare meglio degli altri alcune cose. Questo lo si vede benissimo nella realtà industriale, economica, nelle professioni, nell’insegnamento, in tutti i settori. Questo non è tanto espresso dal conflitto politico, è più un conflitto simbolico, non dà voce agli interessi che dovrebbe rappresentare
di Matteo Baldi
a cura di Giulia Mozzato
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