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Intervista a David Peace
A 24 anni, nel 1991, stanco del natìo Yorkshire, David Peace ha lasciato l’Inghilterra per andare all’estero a insegnare inglese, prima a Istanbul e poi, nel 1994, a Tokyo, diventata sua patria d’adozione avendo sposato una giapponese, che gli ha dato due figli.
Peace, in Italia per promuovere il suo romanzo Tokyo anno zero, ci spiega le ragioni del libro. Proprio per rispondere alle domande che i miei figli giapponesi potrebbero rivolgermi sul passato di Tokyo, loro città natale, ho concepito un progetto letterario ad ampio respiro, una trilogia ambientata durante la varie fasi dell’occupazione americana, durata dal ’45 al ‘52.
Quando ha collocato temporalmente Tokyo anno zero? Questo primo romanzo si svolge nell’agosto del 1946, a un anno dalla resa del Giappone, e segna un momento di totale disfatta, di smarrimento d’identità da parte di un intero popolo. Il protagonista è un ispettore che, come successe realmente a molti poliziotti, ha cambiato nome per non essere processato come criminale di guerra, ma è tormentato dai ricordi ossessivi di un passato devastante.
Che ruolo ha nel romanzo? Svolgendo un’inchiesta su alcuni omicidi di giovani donne, riuscirà a smascherare un feroce serial killer: ho utilizzato un vero fatto di cronaca, perché mi sono documentato a lungo, leggendo i giornali del tempo e anche molta narrativa.
Forse è stato un po’ influenzato nello stile. Infatti, dopo i due romanzi molto british, Red Riding Quartet e GB84, che gli hanno valso l’inserzione nella classifica dei migliori giovani scrittori inglesi della mitica rivista Granta, in questo nuovo romanzo di giapponese non c’è solo l’ambientazione e l’atmosfera, ma anche lo stile, sottilmente inquietante e ambiguo. Forse è vero, le molte letture e l’ammirazione per gli scrittori giapponesi possono avermi influenzato, ma l’ambiguità è voluta, per rispecchiare la dissociazione mentale del protagonista, la sua perdita d’identità che lo porta al fallimento di ogni rapporto personale, da quelli familiari a quelli di lavoro. In una sorta di contrappasso, proprio accertando l’identità delle vittime del mostro riuscirà in un certo modo a riscattarsi, concedendo alle famiglie delle ragazze di mettersi il cuore in pace.
Ogni scrittore di romanzi storici sceglie come ambientazione, più o meno consciamente, un’epoca che gli fornisce agganci con l’attualità. Il periodo dell’occupazione americana ha esteso la sua influenza fino ad oggi? Sicuramente, e non solo perché ha pilotato la ripresa economica del Giappone, ma anche perché tuttora la Costituzione giapponese è quella dettata dagli americani. Non c’è notiziario giapponese in cui non si parli delle questioni inerenti. Ad esempio, l’articolo 9 proibisce all’esercito nipponico di operare all’estero, una clausola che oggi gli stessi americani deprecano, perché gli sarebbe utile un intervento in qualche missione in Oriente. Sono invece i comunisti a difendere quell’articolo. Un altro aspetto poco noto: sono stati gli americani a chiedere ai giapponesi di cacciare le balene, per nutrirli durante l’occupazione. Anche per questo i divieti di oggi sono sentiti come un’indebita ingerenza.
Tokyo anno zero: la recensione
| 23 gennaio 2008 | | Di Daniela Pizzagalli |
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