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INTERVISTA

Intervista a Pedro Zarraluki



Uno scrittore che sa raccontare la storia, ma anche l'amicizia, l'amore e l'universo eterno dei sentimenti


Leggi la recensione di Un'estate a Cabrera


Mi sembra di percepire un rinnovato interesse degli spagnoli, e degli scrittori in particolare, per la guerra civile: se è così, a che cosa pensa sia dovuto?

Sono passati quasi trent’anni da quando in Spagna abbiamo recuperato la democrazia. Molte ferite si sono chiuse ed è perciò possibile fare una letteratura più di personaggi e meno basata su esperienze vissute e testimonianze. Subito dopo la morte di Franco, c’era una specie di vergogna, non solo degli scrittori, nel dire di essere spagnoli e non si voleva parlare della guerra civile. A distanza di anni, ora possiamo riflettere su quell’epoca con più tranquillità.

Immagino lei abbia scelto come scenario del suo romanzo un’isola, una comunità chiusa, perché le offriva delle prerogative…

Io volevo raccontare la storia di un’amicizia fra due donne molto diverse fra loro – Leonor, una repubblicana, una donna di città, colta e raffinata, e Felisa, un’ostessa analfabeta, dal carattere rozzo, irascibile e, in teoria, franchista.
In qualsiasi altro luogo questa amicizia sarebbe stata impossibile, ma io le ho obbligate a convivere, in uno spazio relativamente ristretto, proprio per raccontare lo sviluppo di questo rapporto e anche la nascita di questa specie di “squadra”, impegnata a far fronte alle difficoltà, a recuperare la normalità, a rinascere e a rialzarsi dopo le atrocità della guerra civile, e con la minaccia di una guerra mondiale alle porte.


A proposito di queste due donne, le protagoniste femminili sembrano avere un ruolo più attivo rispetto ai personaggi maschili.

Penso che, in generale, la donna sia più forte dell’uomo. Quando si devono affrontare situazioni di ricostruzione, quando intorno a noi tutto sembra affondare… credo sia inevitabile: rinasce il matriarcato. In questo romanzo ai personaggi maschili ho invece affidato la storia parallela, la parte legata all’intrigo e al delicato compito, affidato a Benito Buroy, di uccidere una spia tedesca.

Anche l’isola, con il mare e la piazza, si possono considerare protagonisti del romanzo?

Sì, il mare è fondamentale in questo libro come immagine. Io credo che ogni romanzo sia un’atmosfera. Quando arrivai a Cabrera mi resi conto che c’era un’atmosfera forte e poderosa, da romanzo. Dovevo solo afferrarla: gli scogli, le rocce,  il faro, le onde, il vento… Un paesaggio molto suggestivo. Anche la piazza è identica a quella della realtà, a Cabrera. L’unico elemento che ho aggiunto è il fico centenario, che è invece un albero che vedo dalla finestra del mio studio, quando scrivo, seguendone i cambiamenti ad ogni trascorrere di stagione, con la pioggia e con il bel tempo, di notte e di giorno.

Ma c’è una ragione particolare per cui ha scelto proprio quest’isola?  

La ragione che mi ha spinto alla scelta di quest’isola è puramente casuale: all’inizio non sapevo dove ambientare la mia storia, poi un mio amico biologo mi ha invitato a passare qualche giorno a Cabrera, che è un parco naturale che non può essere visitato da nessuno che non sia uno studioso. Quindi mi sono spacciato per biologo e sono andato con questo gruppo – c’era anche un’italiana - che stava facendo ricerche su uno strumento per allontanare i delfini dalle reti dei pescatori in modo che non vi rimanessero intrappolati.
Ricordo che una volta ero al bar con i biologi che poi si sono allontanati in barca. Io ho fatto un giro sull’isola e al mio ritorno al bar una delle guardie mi ha chiesto se ero anch’io un biologo ed io ho risposto affermativamente. Allora ha continuato chiedendomi che cosa stessi studiando ed io gli ho detto: “I delfini”. “Quali delfini?”, ha insistito quello. A questo punto, io che non avevo la minima idea di che cosa rispondere, ho detto “I delfini di qui!”. Poi ho saputo che si trattava di una specie molto particolare di delfini…


Mi sembra che uno dei pregi del suo romanzo sia quello di aver creato personaggi dal carattere universale, che va al di là del particolare momento storico. È d’accordo?

Sì, il romanzo è una metafora di come certe persone riescono a rialzarsi, e ad aiutare gli altri a rialzarsi, dopo una tragedia. Avrei potuto ambientare la storia nella ex Jugoslavia dopo la guerra, o nelle terre devastate dallo tzunami. Tutto riprende a funzionare grazie all’impegno di alcune persone.


Con la sua storia, lei però sembra dirci che il bene, il male e la giustizia sono concetti piuttosto relativi…

Credo che la vita sia un luogo molto complicato, dove la giustizia si ottiene spesso per approssimazione. Nel gruppo formato dalle due protagoniste femminili, Leonor e Felisa, Leonor è la più riflessiva ed è lei che porterà a una soluzione accettabile nel finale del romanzo. Per avere giustizia, a volte bisogna rinunciare a qualcosa, alla vera giustizia, per una, come dicevo, approssimativa. Sarà poi il Lluent, il pescatore, a fare veramente giustizia.


Spesso la tensione si stempera nell’umorismo: si può considerare una caratteristica della sua scrittura?

A me piace l’umorismo e, in genere, è una caratteristica peculiare dei miei romanzi. Questa però è una storia seria e mi mancava un tocco più leggero. Per questo ho introdotto il personaggio del capitano Martinez.
Un personaggio che è anche un omaggio a Dino Buzzati e al suo Il deserto dei tartari, un romanzo che ho amato moltissimo. Il suo protagonista aspetta un nemico che non arriva mai e, allo stesso modo, Martinez aspetta che gli inglesi attacchino e soffre perché questo non avviene mai.


30 giugno 2006 Di Lidia Gualdoni


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