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INTERVISTA

Nelle librerie italiane è arrivato un suo romanzo importante La moglie del generale

Joseph O'Connor


Dal cuore dell'Irlanda alle radici degli Stati Uniti

Abbiamo intervistato lo scrittore irlandese Joseph O’Connor, nato a Dublino nel 1963 (e fratello della celebre Sinead), sul suo ultimo romanzo, La moglie del generale definito da Colm Tóibín "un racconto appassionante", da Nuala O'Faolain "un libro unico di questi tempi" e da Colum McCann "un gioiello, un libro magnifico, preciso e coraggioso".
"La moglie del generale", leggi la recensione


C’è un legame sottile fra questo romanzo e quello precedente, Stella del mare - un personaggio, Eliza, che è figlia di una coppia di immigranti che erano sulla nave: perché le era necessario questo legame?

Non direi che fosse necessario, il mio libro ha una sua vita indipendente da quello precedente, ma, fin da quando ho scritto Stella del mare, avevo in mente una trilogia non strettamente collegata, come si trattasse di cugini e non di fratelli della stessa famiglia. 
Non c’è bisogno di aver letto Stella del mare per leggere La moglie del generale e non ci sarà bisogno di conoscere questo prima di leggere il prossimo romanzo. Vorrei che, dopo aver terminato l’ultimo libro, i tre romanzi fossero l’uno una sorta di commento dell’altro, non necessariamente concordi, come quando si sentono tante voci in una rumorosa festa familiare.


Visto che ne ha parlato, non possiamo fare a meno di chiederle del terzo romanzo: in che periodo sarà ambientato? Chi saranno i personaggi?

Sarà ambientato negli anni ‘50. Più esattamente sarà una storia raccontata in maniera cronologica al contrario, con dei flashback ad iniziare dagli anni ‘20. Il protagonista è il drammaturgo irlandese John Millington Synge, che ebbe una storia d’amore con un’attrice dell’Abbey Theatre, Molly Allgood. Lui veniva da una famiglia protestante di proprietari terrieri, lei era molto più giovane di lui e la sua era una famiglia povera di Dublino. Le due famiglie si detestavano, Synge sperava che sua madre morisse per poter ereditare e invece fu lui a morire giovane. Molly morì nel 1959 dopo essere diventata una stella di Broadway, recitando le parti dei drammi scritti da Synge. 
A differenza dagli altri due romanzi, il terzo sarà breve e con un solo narratore, Molly. Vorrei dare un’idea di purezza e di pulizia e chiarezza dopo l’ampia sinfonia dei primi due romanzi.


Quello che attira la nostra attenzione è che il romanzo è ambientato negli Stati Uniti, è un capitolo di storia americana, eppure i personaggi sono per lo più irlandesi oppure, in qualche maniera, sentono ancora profondamente la loro origine: è un modo per ricordare al lettore che 150 anni fa non c’era un vero e proprio americano?

Sì, proprio così. Ho scritto questo libro nel momento in cui stavano crescendo le tensioni tra “noi” europei e “loro” americani, a causa della guerra in Iraq. Quello che volevo ricordare è che l’America è fatta di brandelli d’Europa, la loro storia è fatta di brandelli di storie di altre persone. Proprio come questo romanzo. E sono certo che in futuro la stessa cosa si potrà dire di tutti i paesi; tutti avranno un miscuglio culturale come lo ha l’America. Basta pensare che un recente sondaggio ha rivelato che il 10% della giovane popolazione irlandese non è nata in Irlanda.


Chi è l’eroe del romanzo? Il Generale O’Keeffe o il tamburino soldato?

Per me “l’eroe” è un’eroina, è Eliza, anche se fa una brutta fine. L’eroismo di Eliza è un eroismo che posso capire; Eliza è motivata dalla lealtà verso il fratello. E il fratello non è neppure un tipo simpatico, ho fatto apposta a rappresentare Jeddo ben diverso dal fanciullo angelico di modello dickensiano. Eliza pensa sia il suo dovere fare questo viaggio alla ricerca del fratello: la lealtà personale vale di più della lealtà verso il paese. L’unico paese che Eliza ha è la sua famiglia. Ci sono diversi eroi nel romanzo, ma Eliza è la “mia” eroina.

Il libro è così ricco di storie e di voci, di note che conferiscono un’aria di autenticità al testo, di canzoni e poesie e citazioni, che deve aver richiesto un grosso lavoro di ricerca e un grande sforzo architetturale. Come ha lavorato al libro? Come ha organizzato il materiale per mettere in moto la vicenda?

Ho pensato attentamente alla sequenza della narrazione. Prima di tutto avevo in mente Eliza, così come appare nelle prime pagine. Dopo di quelle mi sono fermato per sei mesi, cercando di creare la struttura del libro, sapevo che avrei messo diversi punti di vista…l’ho costruito come un castello di carte. E siamo andati a vivere a New York per un anno perché potessi fare le ricerche che mi servivano. 
Ho letto molto, quello che più mi interessava erano i resoconti in prima persona della guerra, tutto quello che era stato scritto dai soldati o da membri delle famiglie dei soldati. Ma il romanzo non è un libro di storia ma un’opera di finzione narrativa, e allora devi leggere e poi dimenticare e ricordare solo quello che è utile per la finzione narrativa. 
Sono anche andato per un mese nel Montana in dicembre, per rendermi conto di come fossero quei luoghi. Ho goduto nel fare le ricerche: questo è il mio romanzo più ambizioso dal punto di vista strutturale.


La traduzione italiana ci dà un’idea dei diversi linguaggi che ha usato: la donna nera che parla dalla Liberia parla una lingua diversa da Eliza, la quale a sua volta parla diversamente da Lucia: quale è stata la voce più difficile da rendere?

Tutte le voci sono difficili da rendere- è già difficile rendere la voce di qualcuno che abbia la mia età e appartenga alla mia generazione. 
Il grande maestro per le voci dei personaggi è Joyce: i suoi dialoghi offrono una splendida chiave di scrittura. Joyce crea dei dialoghi che hanno il sapore della realtà eppure non sono reali. Leggendo i dialoghi di Joyce pensiamo di stare leggendo la trascrizione di nastri registrati di conversazioni, tanta è la naturalezza. Riesce a dare l’impressione della realtà ma è invece pieno di artifici. Ho pensato a lui mentre scrivevo. 
È difficile scrivere del passato. Se riflettiamo, non possiamo neppure essere certi che nel passato le persone “sentissero” come noi
Nel mondo prima di Freud, prima di Marx o del femminismo, la gente si innamorava, soffriva come noi? Non c’è niente di scontato quando si scrive del passato, neppure l’aspetto della bella eroina. Diciamo la verità: nel mondo di Jane Austen è probabile che le ragazze avessero una brutta pelle e non pelle di rosa, e brutti denti… Entrare nel passato è entrare in un campo minato.


Abbiamo anche apprezzato i titoli dei capitoli e i brevi riassunti sotto i titoli: li ha messi lì anche per lei, come una specie di programma, oltre che per il lettore?

In realtà sono lì per il lettore e con un duplice intento: per parodiare le convenzioni del romanzo vittoriano e poi per quello che in origine era il vero intento dei titoli e sottotitoli: aiutare il lettore, indirizzarlo sul sentiero giusto.

Il personaggio più ambiguo è quello del cartografo, è persino più negativo dei banditi: rappresenta i profittatori di ogni guerra?

Sì, penso di sì, quello che fa il cartografo è ambiguo: fare una mappa è fare una lista delle ricchezze, individuare il bottino da rubare. Il cartografo pensa che si possa fare una mappa di tutto, non crede in nulla, è un nichilista, farà di tutto per avvantaggiarsi.

Perché ha dato a questo personaggio un volto sfigurato dalle fiamme?

Per giocare uno scherzo al lettore: i feriti del romanzo vittoriano sono persone buone, attirano simpatia. Ecco perché Lucia è attratta da lui, perché per lei è come la Bestia della favola. Con questo personaggio gioco con il lettore, tesso un duplice inganno, smentisco l’idea sentimentale secondo cui la guerra tira fuori il meglio dell’uomo.

La moglie del generale, leggi la recensione

30 novembre 2007 Di Marilia Piccone


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