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INTERVISTA

Leonardo Colombati racconta il suo libro...
Bruce Springsteen. Come un killer sotto il sole



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l'intervista a Leonardo Colombati

Visto il considerevole volume dell'opera, quanto tempo hai impiegato a scrivere Come un killer sotto il sole? Memore anche del tempo di lavorazione del tuo primo romanzo Perceper
Infatti rischio di essere preso per un ciarlatano. Per il primo romanzo avevo dichiarato di aver impiegato dieci anni per scriverlo, per questo altri dieci. Alla fine sembra che io abbia cinquantaquattro anni. Invece ne ho solo trentasette. Diciamo che ho lavorato in parallelo. Come un killer sotto il sole è stato veramente un libro scritto in dieci anni ed è stato pensato originariamente per una ristretta cerchia di amici. Volevo fare un libro di cento pagine per cinque persone.

Pensato in questo modo?
All’inizio ho provato a tradurre le canzoni di Springsteen per ragioni di bottega, perché tradurre dall’inglese è un esercizio utilissimo per chi scrive. Io ho uno stile molto pomposo, barocco, quindi traducendo Springsteen cercavo di scoprire il segreto della sua laconicità. Entrando dentro i suoi testi ne sono rimasto soggiogato e ho capito cheassomigliano più che a poesie a veri e propri racconti che uniti insieme formano un romanzo. Così mi è venuto naturale riorganizzare tutto questo materiale per raccontare un storia.

Immagino che tu abbia dovuto presentare le traduzioni all’entourage di Springsteen?  
Io forse ho fatto il lavoro minore. Il lavoro maggiore lo hanno fatto gli avvocati della mia casa editrice e gli avvocati di Springsteen. Un lavoro durato un anno e mezzo. Chiaramente abbiamo dovuto chiedere i diritti, ho dato le mie referenze, cercando di abbellirle il più possibile, spacciandomi per il più grande scrittore italiano vivente... Alla fine hanno accettato, gli è piaciuto il progetto, gli abbiamo mandato qualche traduzione, si sono più o meno fidati.

Hai cercato di essere fedele o ci hai messo del tuo?
Ho cercato di essere fedele. Tradurre è comunque sempre un atto di tradimento. Robert Frost diceva che poesia è tutto ciò che si perde nella sua traduzione. Io spero che almeno un briciolo di poesia sia rimasta nei testi italiani. Mi ha aiutato il fatto che le canzoni di Springsteen più che a poesie assomigliano a dei racconti, quindi il lavoro sulla fonetica, sulle allitterazioni e sulle rime è meno importante del contenuto.

Hai collocato Springsteen all’interno della storia della letteratura americana. Sarebbe possibile fare una cosa del genere anche in Italia?
No. Ma non è un fatto di qualità. È un fatto di radici. Il discorso vale per America perché la canzone popolare e la letteratura sono nate insieme. Quello che raccontavano gli spirituals a partire dalla fine del Settecento e nel blues non era raccontato in letteratura. Per esempio la condizione degli schiavi afroamericani, la condizione dello schiavo liberato al centro di tutto il blues fino a Robert Johnson, sono materiali canonici, letterari negli Stati Uniti, perché la canzone popolare era coeva alla letteratura. 
In italia possiamo apprezzare un testo di Gino Paoli però se devo fare un classifica mi vado a leggere Gozzano. Io mi ricordo a memoria dei versi straordinari di Paolo Conte, di Lucio Dalla, di De Gregori. Non mi ricordo dei versi di Luzi e di Zanzotto. Questo potrebbe essere un problema... Non faccio un discorso di canone letterario perché noi abbiamo una tradizione che parte dal Duecento.


Il racconto del concerto
Come un killer sotto il sole, il libro sul Boss
La prefazione di Ennio Morricone
La traduzione di The River
La recensione di Magic
La discografia di Wuz


29 novembre 2007 Di Francesco Marchetti


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