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Intervista

Storie, Sogni & Rock'n'Roll

Intervista a Edmondo Berselli




Storie, Sogni & Rock'n Roll è il titolo dell'ultimo libro di Edmondo Berselli, editorialista di Repubblica e de L'Espresso, direttore della storica rivista bolognese, Il Mulino e autore di molti libri di grande successo, a metà tra inchiesta sociologica e reportage di costume, in cui ha il pregio raro di sapersi rivolgere al grande pubblico senza abbandonarsi al banale. Ironico, divertente, acuto nell'analisi, pungente senza cattiveria. La musica come colonna sonora della nostra Storia era già stata affrontata nel 1999 da Berselli in Canzoni. Storia dell'Italia leggera, diventato un vero cult book nel giro di pochissimi mesi e recentemente ripubblicato e aggiornato. 
Storie, Sogni & Rock'n Roll però presenta una novità, allegato al libro c'è anche un cd di Shel Shapiro a cui partecipa anche il nostrano bluesman Fabio Treves.
Abbiamo posto così all'autore alcune domande che ci spiegassero questa svolta più spettacolare della sua attività.





Perché questo libro-spettacolo con Shel Shapiro?


Storie, Sogni & Rock'n'Roll è un frammento di un progetto complessivo su
cui sto lavorando da tempo. Ho intenzione di raccontare alcuni periodi, o "epoche", della nostra storia, facendolo in modo non pedante, e cercando di restituire il clima di allora. Io sono convinto che la modernizzazione italiana negli anni Sessanta vada esplorata in modo originale: è quello che ho cercato di fare con il mio recente libro Adulti con riserva, che ripercorre l'età del boom e l'età del beat, provando a ricostituire una memoria, se si può dire, "riformista". Il Sessantotto è dominato dall'idea
del collettivo, delle masse, della lotta di classe, dell'esito rivoluzionario
; io voglio riprendere il filo di una tradizione riformista, in cui l'individuo conta più del movimento. Ho scritto anche un'opera teatrale, in proposito, che si intitola Sarà una bella società (da un verso di "Che colpa abbiamo noi"), recitata e cantata ancora da Shel, che sta girando i teatri e che racconta quel momento miracoloso in cui Londra e
l'America, e poi l'Italia, escono dal clima plumbeo del dopoguerra e si mettono a cantare, con Bob Dylan , Beatles, i Rolling Stone. Il testo di Storie, Sogni & Rock'n'Roll deriva da un altro mio libro, Canzoni. Storie dell'Italia leggera, che racconta il momento del beat italiano, quando i Rokes e l'Equipe 84 apparivano gli emuli dei grandi complessi "inglesi".


I Rokes cantavano la mogoliana Che colpa abbiamo noi? di spirito beat. Ma di quali
sentimenti si nutriva quel beat all'italiana?


Il beat italiano era soprattutto imitazione. Ma risuonava nel contesto dell'Italia nuova, quella delle autostrade, della motorizzazione di massa, della televisione, di Carosello, degli elettrodomestici, dei nuovi consumi. 
Dopo il boom economico, quando erano circolati i primi soldi, il nostro Paese si trovava di fronte alla sua prima vera modernizzazione, che avveniva nell'industra ma anche nelle case, nelle famiglie, nelle vite individuali.
Era qualcosa di provinciale, ma per la prima volta la provincia profonda dell'Italia era miracolosamente connessa al grande cambiamento dell'Inghilterra e dell'America, con un senso di euforia leggera che era autentica partecipazione allo spirito del tempo. Il beat fece un po' da colonna sonora a questo cambiamento.


Potresti delinare un sommario identikit del tipico beat italiano?


Il beat italiano ha due luoghi fondamentali: Modena e Verona. Fra Modena e Reggio c'è una fioritura impressionante di talenti: Caterina Caselli, I Nomadi, Francesco Guccini. Ma il tempio del beat è stato il Piper di Roma, cioè il locale di Crocetta, in cui si alternavano l'Equipe e i Rokes, e in cui esordì Patty Pravo
Beat voleva dire innanzitutto capelli lunghi. Poi tre chitarre e una batteria. Per i ragazzi di allora il vero feticcio era la chitarra Eko, il primo strumento musicale di massa che sia apparso sulla scena.


Troppi contestatori della società di quel  momento oggi fanno parte della classe dirigente, in politica, nell'informazione, nell'industria: c'è consapevolezza di questa personale brusca "normalizzazione"? viene vissuta con un senso di sconfitta?

C'è una normalizzazione, una sconfitta? Può darsi. Ma la sconfitta peggiore è quella di avere creduto per tanto tempo nella rivoluzione impossibile, come se fosse una soluzione politica praticabile, e avere dimenticato che le società avanzate vanno modificate con la fatica lenta delle riforme, non con i sogni rivoluzionari. Ci vuole l'utopia concreta che si approssima con il pragmatismo, mentre troppo spesso i sogni hanno la cattiva tendenza di diventare incubi.

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14 gennaio 2008 Di Grazia Casagrande

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