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Intervista ad Antonello De Sanctis
Mimì, un fiume che ancora mi scorre dentro
60 anni fa nasceva una delle voci più intense ed emozionanti della canzone italiana: Mia Martini. La ricordiamo insieme ad Antonello De Sanctis, l'autore di Padre davvero uno dei primi successi di Mimì.
Il sito ufficiale di Antonello De Sanctis
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Quando hai incontrato per la prima volta Mia Martini? Conobbi Mimì nella primavera del ’71, negli studi dell’allora Rca italiana. Stava registrando l’album Oltre la collina e collaborava con lei un esordiente di talento: Claudio Baglioni. Aveva circa ventiquattro anni, allora. Mi colpirono il modo di vestire – che aveva, ma forse fu solo una mia impressione, un che di studiato – e l’intensità degli sguardi che, invece, erano diretti, leali e testimoniavano tutte le profondità del suo sud. Mi venne da pensare: “Se canta come veste, povero me, ma se canta com’è...” Mimì cantava com’era.
Per l'interpretazione di Padre davvero vi siete consultati? Il testo, come racconto nel mio libro Non ho mai scritto per Celentano (edito da No Reply) nacque prima che la conoscessi. Lo feci leggere in Rca e mi fu letteralmente scippato, lo persi di vista, insomma. Venni a sapere che molti compositori stavano provando a metterci su una musica e la più idonea sembrò quella di Piero Pintucci. Lo assegnarono a Mimì e fu lei stessa a chiedermi di ascoltarlo dopo che era stato già arrangiato e registrato. Il testo era diretto, provocatorio per quei tempi, e lei ci aveva aggiunto la forza di un’interpretazione deflagrante, che arrivava dentro.
Fu un brano doppiamente (per te e per lei) autobiografico? Il rapporto con mio padre era stato sempre piuttosto conflittuale, ma mi spinse a mettere la penna sul foglio, nell’abitacolo della mia seicento, la notizia della morte violenta di un mio compagno d’infanzia che si era trasferito a Roma dal paese d’origine e viveva ai margini. Seppi in seguito, dalle cronache, di presunte difficoltà che Mimì avrebbe avuto con il padre... non ne abbiamo mai parlato ma, dalla foga che lei mise nell’interpretare Padre davvero, questa ventilata conflittualità mi sembrò un’ipotesi praticabile. Va bene che Mimì aveva dentro una tale carica emotiva che avrebbe impiegato la stessa forza anche nel cantare l’elenco telefonico.
La storia di Mia Martini mostra un lato del mondo dello spettacolo, quello più feroce e cannibale. Come si sopravvive? Il mondo dello spettacolo deve, per sua natura, raccogliere le suggestioni che gli artisti si scavano dalle viscere e renderle smerciabili. Ci si vive dentro in modo dicotomico, insomma, divisi tra le fragilità proprie dei creativi e le impietose necessità aziendali di far quadrare i conti. Bisogna essere abili equilibristi per attraversarlo e avere le unghie affilate: Mimì non era così, perché era solo una grande artista.
Non riesco a credere ancora oggi che un mondo come quello della discografia, che è un mondo industriale, si sia privato per motivi irrazionali, di un talento e, cinicamente lo dico, di una possibile fonte di guadagno. Come è potuto accadere secondo te? La discografia – l’arte in genere – ha come caratteristiche fondamentali la provvisorietà, l’incertezza del domani, la competitività, l’invidia e, spesso la solitudine. Tale condizione di precarietà, mista – in molti casi – all’ignoranza, induce spesso a cercare conferme in ottuse superstizioni, o in credenze insensate messe a schermo delle insicurezze. Da queste forme maniacali sono contagiati anche molti addetti ai lavori che, nel dubbio, preferiscono non “correre rischi”. Quando nell’ambiente ti affibbiano la fama di menagramo, diventa durissima a tutti i livelli.
 | | Antonello De Sanctis inizia la sua attività di paroliere con PADRE DAVVERO per Mia Martini. Il brano è salutato come qualcosa di esplosivo per quei tempi ma, con uno scarto repentino, sceglie di cavalcare l'onda della musica popolare e inizia a scrivere brani per i Cugini di Campagna (compresa ANIMA MIA), per i Collage e altri big della canzone italiana. Negli ottanta getta via la penna anche per contrasti con il sistema e diventa educatore in un carcere minorile. Riprende, quasi per gioco, il suo mestiere negli anni ‘90 e collabora tra gli altri con Mietta, Paolo Meneguzzi e con Nek. | Che ricordo hai di questa grande interprete? Ho passato i primi anni della mia vita a Rieti e dalla terrazza della casa dove abitavo, si vedeva il fiume Velino. Trascorrevo le ore a guardare il suo procedere calmo o il suo rivoltarsi improvviso sollevando la melma, intorbidendosi, aggredendo gli argini. Quelle acque ora limpide, ora arruffate, mi hanno insegnato il senso dell’esistenza. Mimì era quel fiume e ancora mi scorre dentro.
Perché hai deciso di raccontare in un libro le tue esperienze di autore? Con l’intenzione di trasmettere una testimonianza a chi si avvicina a questo mestiere, a chi lo fa, a chi lo ama e a chi lo ignora. Non ho ceduto alla tentazione narcisistica di raccontarmi e ho cercato di spaziare. Mi ha molto gratificato trovarmi davanti una pagina bianca e correrci sopra ignorando i binari. Un paroliere deve sottostare a una serie di regole che prevedono il rispetto di una metrica precisa, l’attenzione alle emozioni che una musica, altrui, trasmette, la ricerca della sintonia con l’interprete che canterà la canzone: un percorso precostituito, insomma. Un libro, invece, è un dire a pieno se stessi, sondarsi, interrogarsi, specchiarsi. Un libro dà il senso di una libertà senza sconti.
Nel corso degli anni come è cambiato il mondo della musica in Italia? È una questione complessa. Amo la musica da sempre, prima da fruitore, poi da addetto ai lavori. Conosco il frusciare del vinile, le incursioni nei negozi di dischi, le copertine colorate e conosco, come autore, le vibrazioni delle classifiche e le delusioni, l’affetto e l’indifferenza della gente. So come nasce una canzone e ne riconosco i possibili voli o le probabili cadute. La musica italiana di oggi è in asfissia, forse per un calo d’ispirazione di chi la fa, certamente perché è aggredita dall’indifferenza dello Stato, dalle contraffazioni, dallo scaricarla gratis. È vero che le emozioni non si vendono, è altrettanto vero che non sfamano gli autori e questi, siccome hanno il vizio di mangiare qualche volta, le mettono in un cassetto e si cercano un altro lavoro per sopravvivere. Un mondo asettico, computerizzato, pigro, dove il difficile sembra facile, dà pochi stimoli alle nuove generazioni che ci rendono emozioni monche, appena sfiorate. Di tutto questo, purtroppo, sta morendo la musica.
| 13 settembre 2007 | | Di Francesco Marchetti |
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