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Intervista

Intervista a Carlo Mazzoni



Carlo Mazzoni è nato a Milano nel 1979, ha studiato in Italia e negli Stati Uniti. Ha collaborato con Saatchi & Saatchi a Milano, con Paramount Pictures a New York, e con le riviste Vogue, Dove, Corriere della Sera Magazine, Corriere della Sera Style. Questo è il suo primo romanzo.


C’è chi ha definito i postromantici un Tre metri sopra il cielo versione upper class, chi una versione milanese di Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno.

Tre metri sopra il cielo è un romanzo di formazione, non per il suo autore, ma per i suoi personaggi: la vicenda cambierà la vita, la tipica evoluzione dei caratteri. I postromantici è un romanzo di de-formazione, i personaggi non imparano niente, non si evolvono. Il contesto socialmente più elevato è soltanto un contesto, una similitudine può essere il montaggio di tipo cinematografico. La vicinanza a Piperno punta sulla sua ironia acida che ammiro e che mi diverte. La differenza, oltre alle due città di ambientazione, è l’introspezione e l’analisi psicologica che in Con le peggiori intenzioni è drammatica e quasi scientifica, mentre ne i postromantici non è esaustiva, e quindi credo più veridica - difficilmente riconducibile a profili stereotipati quale l’ebreo così somigliante al Barney di Mordecai Richler.

Il ritratto che fai della tua generazione è piuttosto spietato: cinicamente descrivi una generazione di quasi trentenni  molto cinici e in molti casi vuoti,  cresciuti con “valori morali imparati sui campi di golf”…

Uno dice l’amore è tutto, e poi fa saltare un matrimonio per un errore idiota come una notte di tradimento, perché l’onestà e la sincerità sono più importanti di qualsiasi cosa. Un altro è perso nel suo senso del dovere, perché nella vita si deve lavorare, che nella vita bisogna sempre dare di più, ma non puoi essere certo che questo di più tu lo possa dare con la tua professione. La gente contro cui i miei personaggi imprecano si perde fra cocaina e xanax - o come vittime, o dichiarando un moralismo ottuso. Non si può fare moralismo sulla cocaina, e poi non farlo allora sulle sigarette, sull’alcol – se uno ha cervello e carattere, può fare tutto quello che vuole, saprà sempre governarsi. Se uno è un debole non ce la farà, se non è riuscito a formarsi un carattere sufficiente, non ce la farà: da secoli e secoli esiste la selezione della specie.

A proposito di “vuoto pneumatico”, cito Bret Easton Ellis, fai un’interessante rivalutazione degli anni ’80. Scrivi che “i trentenni degli anni ’80 erano un po’ meno dei trentenni del duemila. Fra chi sognava lo yacht e quello che si ubriacava, fra quattro o cinque yuppie con il rolex al polso, c’era spazio per chi aveva un’idea e per Gianni Versace”

Noi siamo figli della televisione e della pubblicità. Siamo i figli di chi più o meno aveva trent’anni all’inizio degli anni ’80, a loro volta questi erano figli di chi più o meno aveva trent’anni negli anni ’50. Solo che i trentenni degli anni ’50 non erano poi molti, visto che la guerra ne aveva fatti fuori a palate. C’era più domanda, gli anni ’50, la Golden Age, l’età del Boom. I loro figli negli anni ’80 sarebbero stati gli yuppies. Ora è diverso, io faccio anche il dentista. a Milano c’è un dentista ogni 7 persone.

Allo stesso tempo è interessante sottolineare come nel libro, forse per la prima volta in Italia, un giovane scrittore evidenzi che le generazioni cresciute negli anni ’60 e ’70 hanno avuto un limite contro cui scontrarsi (la borghesia, la politica, il perbenismo). Mentre “i postromantici” non hanno limiti.

Tutto è cominciato da un libro di Alan Ehrenberg, La fatica di essere se stessi, pubblicato da Einaudi nel 1998. Le generazioni cresciute negli anni ’50, ’60, ’70, avevano sempre qualcosa contro cui scontrarsi, e quindi per reazione definirsi – la borghesia del boom, la polemica studentesca, la lotta politica. La mia generazione non ha niente di simile. Per noi, senza uno scontro e una lotta, è più difficile capire cosa vogliamo, e cosa siamo. Senza limiti, senza barriere da abbattere, possiamo solo e davvero essere quello che vogliamo. La libertà totale può annientare. E così, come quelle generazioni pativano la malattia di un conflitto irrisolto, ovvero l’isteria, noi patiamo la malattia del vuoto e del vago, la malattia della mia generazione, la depressione. Davanti alla fatica di essere sé stessi, Matteo, il protagonista, colui che io vorrei essere, è un campione, perché lui questa libertà sa gestirla, questa fatica non la subisce – totalmente libero può fare e dire tutto quello che vuole, ha la libertà di essere pessimo, disgustoso, ha la libertà di essere meraviglioso.
 


I postromantici sono indubbiamente snob (almeno nell’accezione latina, sine nobilitate) ma sembrano maggiormente laceroconfusi: alla fine, nella loro deriva, sono tanti soli, insieme…

Dalla fatica di essere sé stessi, i postromantici sono quelli che risultano vincenti. Totalmente sicuri di sé, hanno tutto, la bellezza, i soldi, soprattutto una cultura estremamente superiore alla media, gli strumenti per fare, dire, essere tutto quello che vogliono. Una tavola rasa, gente senza regole, senza rispetto per niente. Matteo può dire tutto quello che vuole, sia vero o falso è un problema suo, anzi non è un problema affatto, un insulto è interscambiabile con una dichiarazione d’amore. Lavorare, dormire, guadagnare, innamorarsi e odiare, tutto senza fatica, una roba vale l’altra, fra superficialità e incoerenza

I postromantici sono (ri)belli dalla parte del silenzio, Narcisi del Nulla…

Matteo si contraddice se cinque minuti dopo vuole qualcosa di diverso – la contraddizione è umana, siamo uomini, non siamo dei. L’unico uomo che non si è mai contraddetto è considerato un Dio: non portava la pace ma una spada, era sfrontato e senza rispetto delle istituzioni e dei buon costumi, diceva che a chi ha molto, verrà dato molto di più e a chi ha poco, sarà tolto anche quel poco che ha. Diceva che bisogna essere pronti a rinnegare sé stessi, e questo cosa significa se non essere pronti a rinunciare alle proprie convinzioni, a cambiare credo, a osare ciò che non si conosce, ad abolire le proprie regole private, i propri valori e i propri principi morali?

Si nota anche un tempo l’ignoranza era radicata, oggi è laureata…

Ignoranza è non essere curiosi, non chiedersi cos’altro ci sia al mondo oltre quello che sappiamo e che facciamo. La mia generazione è composta da persone che non sentono il bisogno di leggere un libro, che tanto non hanno tempo, che per fortuna leggono il Sole ma purtroppo lo confondono con la letteratura, “Il Falò della Vanità “ è una rivista frivola perché credono sia stia parlando di Vanity Fair, non sono interessati a Giovanni Bellini ma corrono alla Fiera di Basilea, non sanno scrivere un do diesis.

Come epigrafe una citazione da Il Grande Gatsby. Anche tu trovi che nelle classi agiate sia maggiore quella che Fitzgerald definisce “un’implicita distruttività”?

Matteo se la prende con le persone che vogliono essere felici - perché, lui dice, in fin dei conti, deve essere così importante essere felici? La felicità si ottiene attraverso l’amore, certo, ma io non dico l’amore, dico la felicità: è così importante essere felici? Quell’uomo considerato Dio ha mai detto, anche una sola volta, ha mai detto che l’amore porta la felicità?

Più che a Il Grande Gatsby penso al Fitzgerald di Di qua dal Paradiso, ritratto di una generazione che aveva trovato “tutti gli dei morti, le guerre combattute, le possibilità di fede nell’uomo sconvolte”

Io disprezzo chi mette davanti i valori morali, e dietro le persone – costui è un romantico, io sono post-romantico. Le idee e gli ideali ci hanno stufato, stanno lì dietro all’imbocco della grotta, e io e te siamo qui a fissare lo schermo dove le loro sagome vengono proiettate bidimensionali e in bianco e nero. Come si può dire che quelle idee irraggiungibili siano più importanti di te che mi stai affianco, che se alzo un braccio ti tocco ed esisti?
Il cinismo è un diverso punto di vista che non considera l’emotività e la delicatezza di una questione, e tanto meno la sensibilità di chi ne è coinvolto. Cinismo vuol dire sdrammatizzare tutto, il più possibile, e cos’altro possiamo fare noi, quelli dopo l’11 settembre? Matteo sostiene di non credere nell’amore, all’inizio del libro. Alla fine Margherita glielo rinfaccia, non mi basta, gli dice, tu non credi nell’amore. E lui risponde, con tutto il candore del mondo, con il labbro che trema: “E tu sai all’amore cosa gliene frega, di quello che credo io?”


Gian Paolo Serino

So che ami Proust. Eppure la tua scrittura è molto veloce, i dialoghi quasi da fiction televisiva con ritmi più che serrati. Un universo molto lontano da La ricerca del tempo perduto


Proust ti cambia la vita. Leggi il primo libro, poi il secondo e ce la fai. A Sodoma e Gomorra e Dalla parte di Guermantes ti ammali, poi con Albertine sei totalmente andato, la tua sensibilità e la tua capacità reattiva saranno alterate per sempre. Il suo linguaggio è ipnotico, e inarrestabile – ma non si può certo pensare che oggi sia contemporaneo. La letteratura e la cultura raccontano il tempo che scorre, così è sempre stato. Noi siamo quelli della pubblicità e della televisione, ed è giusto coglierne la bellezza. Il ritmo, la velocità, il pop: questo è quanto io ho cercato e inseguito scrivendo i miei dialoghi. Le produzioni televisive americane hanno qualità letterarie notevoli, e segnano prospettive non trascurabili: la scrittura può diventare copywriting, laddove un team di 200 persone lavora ad una sceneggiatura e le battute e i plot sono poi scelti per selezione.

La recensione di Gian Paolo Serino a i postromantici

17 luglio 2007 Di Gian Paolo Serino

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