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HOME | giovedì 09 febbraio 2012 |
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Un maestro della suspence racconta i suoi segreti
Intervista a Jeffery Deaver
Abbiamo incontrato Jeffery Deaver: Grande disponibilità e professionalità sono gli elementi che caratterizzano umanamente questo scrittore di bestseller, ormai abituato al successo internazionale, che non ha però dimenticato la natura "artigiana" del suo lavoro.
Il suo ultimo thriller, La bambola che dorme, è di sicuro il romanzo dell'estate 2007.
Come nascono le trame dei suoi libri?
Il mio intento è quello di dare al lettore delle emozioni molto forti, facendogli trascorrere un periodo di tempo molto eccitante e coinvolgente e per farlo i miei romanzi devono avere un passo molto intenso e per ottenere questo risultato e raggiungere questo obiettivo passo otto mesi del mio tempo a escogitare la trama, a costruirla in maniera molto accurata. Lo faccio a tempo pieno e in quel periodo non scrivo una sola parola, pianifico il romanzo partendo da un’idea di base molto semplice poi aggiungendo fatti, dettagli, sorprese e colpi di scena, in modo che il romanzo si sviluppi secondo una tempistica molto serrata. Questo, come dicevo, prima ancora di scrivere una sola parola.
Prende spunto per le sue trame dalla cronaca?
Non molto, devo dire, perché il mio compito primario è quello di creare una sorta di macchinario, di veicolo, una sorta di “montagne russe” immaginarie (come amo definirle), che trasmettono al lettore forti sensazioni ed emozioni. Quindi si tratta di un meccanismo artificioso e costruito con tempi particolari che non corrispondono a quelli della cronaca. E poi non ho nessuna intenzione didascalica quando scrivo, non voglio rappresentare i mali della società pensando di porvi rimedio con un libro: cerco semplicemente, con la mia creatività e immaginazione, di dare del divertimento ai miei lettori.
Utilizza una tecnica particolare che le permette di tenere inchiodato alla pagina il lettore?
Sì, esiste una tecnica particolare che utilizzo nei miei romanzi. Metto mano a una serie di strumenti che mi sono indispensabili perché io sono una specie di artigiano. Il primo di questi strumenti è far sì che il lettore si ponga una serie di domande leggendo il romanzo e che per trovare le risposte desideri andare velocemente avanti nella lettura. Secondo strumento fondamentale è che non implico mai nelle pagine precedenti quello che succederà in seguito: lascio al lettore la scoperta.
Terzo strumento narrativo che utilizzo è lo sfruttare vari punti di vista di modo che il lettore sia completamente al buio e che non si sappia orientare fino alla fine.
Pensa a una possibile versione cinematografica dei suoi romanzi quando scrive?
Sì e no. Sì, perché ho un modo di concepire il romanzo che è molto visivo e cinematografico. Nella mia mente si formano delle immagini molto chiare di come si muovono i personaggi e dei luoghi in cui si svolge la storia.
No, perché quando scrivo un libro non lo faccio pensando automaticamente che diventerà un film, scrivo perché è il mio mestiere. Se poi diventerà un film tanto meglio, non è quello però l’obiettivo: rimane comunque il libro. La mia speranza è che da ogni romanzo che scrivo sia tratto un film, ma se non succede va bene lo stesso. Io sono uno scrittore e mi interessa che ci sia il libro…
Nuova figura femminile protagonista di quest’ultimo romanzo. Perché ha scelto di introdurre questo personaggio così diverso dai suoi precedenti?
L’ho fatto per colmare i vuoti che ho creato con la serie di …… non che in quella serie ci siano vizi di forma particolari. Ma è un personaggio che non risponde a determinate regole, ma ad altre. ha delle caratteristiche particolare. Si ritrova a risolvere i casi in cui è coinvolto attraverso l’intelletto, la scienza. È un solitario che non ha una vita sociale intensa, non ha nemmeno famiglia. E poi i lettori hanno espresso interesse a trovare nei miei libri dei personaggi con una vita sociale diversa, una vita familiare e con un modo diverso anche di intendere indagine, più intuitivo. Questo mi permette di scrivere storie al cui centro ci siano in cui rappresentare storie al cui centro ci siano di più i rapporti sociali. In questo caso poi è una donna, vive in California ha famiglia e non si fida molto delle indagini scientifiche, preferisce invece fondarsi sul linguaggio non verbale e sulla psicologia come strumento di indagine. Tra l’altro, questo è un fatto che ho verificato, la maggior parte dei miei lettori, in particolare in America, sono donne e ho voluto fare loro una specie di personale omaggio: creare un personaggio con cui potessero identificarsi e perciò amare.
Il suo assassino, Daniel Penn, si dichiara erede di Charles Manson e come lui ha potere magnetico sui suoi adepti. Perche il male ha tanto fascino? Il suo personaggio ha, come il suo “cattivo maestro”, uno sguardo magnetico. Gli occhi che cosa rappresentano nella comunicazione tra gli uomini?
Il fascino che la gente ha sempre provato per il male dipende soprattutto dal fatto che desideriamo di più comprendere ciò che temiamo, ogni cosa che ci fa paura vogliamo farla nostra, capirne il perché. Solitamente è diffusa la convinzione che sapere di più sulle forze del male ci consenta di controllarle e di proteggerci. Non è sempre vero, ma sono convinto della validità di questa idea. Se conosciamo di più il nostro nemico, e può essere ogni tipo di nemico, politico, religioso, personale, un assassino… in qualche maniera riusciremo a difenderci meglio. Questo spiega perché la gente è sempre stata tanto attratta dal crimine.
L’altra domanda sullo sguardo coglie un particolare importante. Quando si sono verificati i delitti di Charles Manson e della sua setta sono rimasto colpito profondamente, non dai crimini in sé, ma del fatto che lui fosse solo la mente: Manson non si è mai macchiato personalmente di nessun delitto, in pratica è riuscito ad entrare nel cervello, nella mente di altre persone e l’ha fatto in maniera così sottile da spingerle a fare ciò che lui personalmente non avrebbe fatto. Questo tipo di ipnosi o di controllo della mente che porta delle persone che altrimenti non avrebbero fatto nulla, ad uccidere è un fatto straordinario dal punto di vista dela male.è il male per eccellenza. Daniel Penn, il mio protagonista, è ancora peggio di Manson è una specie di super Charles Manson.
Il tema “Famiglia” e setta è anche questo mutuato da Manson, ma è anche testimonianza della fragilità giovanile e del bisogno di riconoscersi in una famiglia. Che cosa rappresenta tutto ciò, da un punto di vista sociale, negli Stati Uniti?
Quello che ha sottolineato è il tema centrale della Bambola che dorme. Negli Stati Uniti, forse anche in Europa, ma negli Usa in maniera massiccia, assistiamo a una forma crescente di disgregazione della famiglia. Quando nella società la famiglia viene a mancare i giovani sono quelli che sono più in pericolo perché come risposta allo sgretolamento della famiglia, sono sempre più affamati, desiderosi di quello che la famiglia non è più in grado di dare: sostegno, punti di riferimento e una linea di direzione da seguire. Se la famiglia non c’è si creano dei vuoti e oggi ne vedo molti. Daniel Penn sviluppa la sua attività maligna nel captare questa situazionee nel percepire dove esistono questi vuoti. Trovarsi di fronte degli interlocutori giovani che provengono da un tessuto familiare disgregato che hanno delle necessità che lui coglie e colma e proprio perché le colma ha in pugno queste persone. Il mio compito di scrittore non è quello di fare il filosofo o il sociologo, ma sono anche convinto che sei nostri libri riusciamo a incorporare degli elementi che provengono dalla società, diamo più profondità ai libri e maggiori elementi di interesse.
Lei perciò fotografa la realtà.
Più accurata sarà la disamina della società che presento nei miei libri, più forte sarà l’impatto emotivo del mio lettore.
In generale l’ultima parte dei suoi romanzi è un crescendo d’azione, compreso il finale imprevedibile e imprevisto di quest'ultimo lobro. Tutto ciò nasce da una tecnica?
Sicuramente è una tecnica. Io considero i miei libri alla stessa stregua di prodotti di consumo. Ogni libro è diverso da un altro libro e ogni autore è diverso. Così come la Coca Cola e la Pepsi Cola sono due cose diverse e a loro volta sono diversissime dall’acqua io cerco di essere diverso da altri autori come Lucarelli, Camilleri, Simenon. Voglio mantenere una mia unicità, altrimenti perché leggere un mio libro anziché un altro. D’altra parte ho sempre gradito leggere libri che avessero dei finali a sorpresa, dei colpi di scena e quindi ho cercato di impostare i miei personaggi e romanzi su quel tipo di linea. Dunque lavoro in maniera molto approfondita sulla costruzione del romanzo per mantenere quel tipo di idea. La cosa mi porta ovviamente a dover stabilire i fatti dall’inizio. Avere precisa di fronte a me la versione generale dell’opera al punto che il lettore si sente quasi autorizzato a crearsi nella sua mente un finale perché dice “il finale deve andare così”, però dopodiché io gioco le mie carte per fare in modo che quando il finale arriva il lettore si trovi spiazzato e dica “però avrei potuto immaginare ma non ci sono arrivato”. Il finale è la parte su cui lavoro maggiormente.
Brevi note biografiche Jeffery Deaver, definito da The Times “il più grande autore di thriller dei giorni nostri”, è nato nel 1950 a Chicago. Ex cantante folk, ex giornalista, ex avvocato, nel 1990 ha abbandonato la carriera legale per dedicarsi alla scrittura. Ha all’attivo 22 romanzi – bestseller internazionali tradotti in 35 lingue – e numerosi racconti; pluripremiato, ha venduto nel mondo oltre 20 milioni di copie. Ha vinto per tre volte l'Ellery Queen Readers Award for Best Short Story of the Year, vinto il British Thumping Good Read Award ed è stato più volte finalista all'Edgar Award. Ha conosciuto il successo internazionale con Il collezionista di ossa, la prima indagine di Lincoln Rhyme e Amelia Sachs, da cui è stato tratto l'omonimo film.
I libri di Jeffery Deaver su Wuz
La recensione di La bambola che dorme
| 12 luglio 2007 | | Di Grazia Casagrande |
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