|
|
 |
|
| |
HOME | sabato 20 marzo 2010 |
 |
|
|
|
|
|
 |
|
 |
 |
 |
|
 |
|
|
 |
 |
In un'Italia "comunale" i premi letterari proliferano
Intervista a Mario Fortunato
Finalista, tra gli altri, al Premio Strega e al Dedalus con il suo ultimo romanzo, I giorni fortunati della guerra (Bompiani), Mario Fortunato è uno degli scrittori più interessanti e meno provinciali del nostro panorama letterario. In questa intervista affronta con noi il tema spinoso dei premi letterari e della loro proliferazione.
Nelle pagine di Wuz.it
Estate tempo di premi
I premi letterari scelti da Wuz
Le interviste
Enzo Golino, Presidente del Premio Stephen Dedalus
Silvio Perrella, Presidente del Premio Napoli
Gli scrittori
Laura Bosio
Margherita Hack
Valeria Montaldi
Carola Susani
Sandro Veronesi
Il suo ultimo romanzo I giorni innocenti della guerra, è finalista in numerosi premi letterari tra cui il più famoso, lo Strega.
Questo mi fa piacere, spero che poi qualche candidatura si traduca in un premio reale…
Secondo lei che cosa può significare per uno scrittore questo tipo di successo e che peso può avere la vittoria a un premio importante?
Dal punto di vista delle vendite del libro, sicuramente i premi, almeno i più significativi e più noti, hanno un qualche riflesso, non so dire di che portata, ma sicuramente da questo punto di vista l’hanno. Sulla persona, su di me insomma, direi molto di meno, anzi direi forse nessuno se non il piacere, la gratificazione della cosa. Lo dico per un motivo molto semplice: sono oramai alle soglie dei cinquant’anni (ne ho quarantotto) mentre ricordo benissimo che quando ero un ragazzo, un esordiente, ricevere un premio era un’importante conferma per il mio lavoro, per la mia vocazione, soprattutto in un paese come l’Italia che è fragile dal punto di vista della civiltà letteraria, in Italia i libri si vendono poco, si recensiscono poco e male, il peso sociale insomma della letteratura è irrilevante. Ho vissuto in Inghilterra per un po’ di anni…
È stato Direttore dell’Istituto di Cultura a Londra…
Sì, ho vissuto in Inghilterra per anni e comunque continuo ad avere là un piede perché il mio partner è inglese e con lui ho una long term partnership, cioè stiamo insieme da moltissimi anni, quindi conosco bene questo paese che ho frequentato appunto non solo negli anni del mio incarico istituzionale. Il peso sociale della letteratura è molto vasto, molto cospicuo in Inghilterra, non c’è paragone con l’Italia.
Per un giovane perciò, soprattutto se esordiente, vincere un premio è una cosa importante, è una conferma. Invece alla mia età le sicurezze e insicurezze uno se le è già fatte. Tutto questo lo dico nel bene e nel male. Nel bene nel senso che per fortuna non ho più bisogno di questo per andare avanti, ma nello stesso tempo nel male perché si godono meno le cose. La gioventù porta quella meravigliosa inconsapevolezza che fa gioire di tutto.
Anche se in Italia i premi hanno un basso peso sociale curiosamente proliferano. Ogni paese, ogni associazione ne istituisce uno. Non è una contraddizione?
Se ci si pensa è una contraddizione apparente, perché invece è proprio quello il problema. Se noi fossimo in un sistema come quello inglese (parlo dell’Inghilterra perché è la realtà che meglio conosco) dove ci sono due, tre premi e quelli bastano e avanzano, non ci sarebbe bisogno di questa proliferazione. Il Booker, che è paragonabile allo Strega, sancisce in maniera forte il successo di un libro e la notorietà del suo autore. Gli altri due sono più elitari, ma fra tutti e tre lo spazio è coperto. In Italia proprio perché lo spazio è talmente esiguo, paradossalmente sorge questa proliferazione perché tutti si augurano e sperano magari che il premio che si va a costituire sia quello nuovo, definitivo, importante. Che poi non c’è. Aggiunga che l’Italia ha una tradizione comunale molto importante mentre l’Inghilterra, come la Francia, hanno una tradizione nazionale, addirittura imperiale….
Anche in Inghilterra ci sono polemiche legate all’influenza dei grandi editori sui voti dei giurati?
No. Il meccanismo del Booker Prize, il premio più importante e noto in tutto il mondo, è molto rigoroso. Ogni anno la giuria cambia, è composta da tre o quattro persone, ed è segreta. Solo il presidente della giuria, il Chair, che fa da portavoce, è noto. Gli altri membri sono sconosciuti. Non corrono neppure della “voci”, perché le persone che prendono questo impegno non lo dicono, anche perché ne va della loro credibilità. Dato che sono solo tre o quattro, se uno fa sapere in giro di essere in quella giuria, fa una figura barbina.
Questo suo ultimo romanzo, ma non solo questo, è corale. Proprio la coralità mi sembra essere uno dei suoi motivi ricorrenti. Da che cosa nasce una scelta creativa del genere?
Evidentemente io sono incline a questo tipo di narrazione. È difficile dire perché, evidentemente è quello che mi corrisponde. L’unica cosa che forse potrei dire è che in generale, consapevole che tutti siamo un po’ narcisisti, detesto i narcisismi, gli egotismi, per cui forse ho una naturale attenzione verso le dinamiche che possono nascere in un gruppo di persone…
Non ama parlare di un singolo “super eroe”, insomma..
Sono alieno da quel tipo di retorica, o di poetica. Effettivamente i personaggi mi attraggono anche quando sono personaggi piccoli. C’è uno scrittore inglese che ho sempre amato, fin da quando ero ragazzo che è Foster che diceva sempre che lui amava i suoi personaggi perché si metteva all’altezza dei loro occhi, non li guardava dall’alto. Un po’ penso di appartenere a questa famiglia, cerco di guardare all’altezza degli occhi e quindi poi è una compassione, una pietas che coinvolge non un singolo, ma tanti.
Brevi note biografiche di Mario Fortunato
Nato in Calabria, Mario Fortunato ha vissuto a lungo a Londra, dove è stato Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura. Nel 2002 grandi intellettuali inglesi hanno pubblicato sull’Observer, su The Guardian e su The Indipendent (ripreso poi da Libération in Francia e da La Repubblica in Italia) un appello perché non venisse destituito dall’incarico dal governo Berlusconi.
Come giornalista collabora con il settimanale L’Espresso e con la Stampa. Oltre alla scrittura di numerose opere di narrativa, ha curato, nella collezione Einaudi "Scrittori tradotti da scrittori", la versione italiana di Boule de suif e La maison Tellier di Guy de Maupassant.
I libri di Mario Fortunato su Wuz
| 21 giugno 2007 | | Di Grazia Casagrande |
Condividi su: |
 |
|
 |
|
|
|
 |
|
 |
|
|
Copyright © 1996/2010 Internet Bookshop Italia, tutti i diritti riservati. Wuz è un marchio registrato. Licenza SIAE n. 513 / I / 06-359. Concessionaria di pubblicità MYads.it Con la collaborazione di Argentovivo per il settore editoria libraria Dati audience certificati Audiweb Internet Bookshop Italia è una società di Giunti & Messaggerie Eventuali comunicazioni e segnalazioni utili possono essere inviate alla redazione |
|
|
|