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INTERVISTA

Intervista a Vito Mancuso. Un campo di fiori bellissimi.


Una nuova collana proposta da Fazi per coltivare la spiritualità laicamente, fuori da ogni dogma. Tanti autori per interpretare un bisogno diffuso e trasversale. Parliamo dei primi libri editi assieme a uno dei due direttori della collana (l'altro è Elido Fazi): il teologo Vito Mancuso.

Si dice “Campo dei fiori”, e subito siamo in odore di eresia. Quali sono, oggi, gli “infiniti mondi” da sognare? E quale – invece – le inquisizioni dalle quali difendersi?

Spero che la nostra collana possa contribuire a riportare il significato dell’espressione “Campo dei Fiori” al suo senso originario, quello di un campo pieno di fiori, e non alla cupa atmosfera cui rimanda la storia con l’odore di eresia da lei richiamato.
Gli “infiniti mondi” da sognare nel campo della spiritualità sono legati all’abbattimento del concetto rigido di dogma e parallelamente quindi all’abbattimento di quello di eresia, per comprendere che la ricerca spirituale degli esseri umani è molto più importante per le domande e i desideri che svela, più che per le puntuali risposte che pretende di dare.
Quanto alle inquisizioni da cui difendersi oggi, penso che quelle più insidiose da noi in occidente siano legate alle mode e al mondo effimero dei consumi, dei mass media e della pubblicità, che ci vengono a inquisire un po’ dovunque e ci tolgono lo spazio del silenzio e della meditazione.


“Nella collana”, leggiamo, “confluiranno discipline tradizionalmente separate […] come filosofia, teologia, storia delle religioni […]”. Come riassumere discorsi tanto eterogenei nel solco di un’unica linea?

Non c’è la preoccupazione di un’unica linea di tipo contenutistico, né di tipo disciplinare. L’unica linea che accomunerà i libri della collana è piuttosto di tipo formale e si basa su due criteri: serietà della ricerca e chiarezza dello stile. Personalmente assegno alla chiarezza e alla bellezza espositiva un’importanza pari a quella della profondità del contenuto.


La Chiesa e la società: sotto il papato di Benedetto XVI, i laici hanno l’impressione che la chiesa abbia fatto un passo indietro, rispetto a molti temi. La chiesa si arrocca, in tempi di grande incertezza. Ma è la mossa giusta?

Dobbiamo sempre distinguere la gerarchia della Chiesa, dalla Chiesa nel suo insieme. Se è vero che per alcuni aspetti la gerarchia si arrocca, è altrettanto vero che altrove vi sono segnali di grande apertura e di grande dialogo. Campo dei Fiori intende precisamente dare voce a questi segnali, diffusi un po’ dovunque nel mondo, direi soprattutto in America.


Matthew Fox, autore del primo libro pubblicato in collana, “In principio era la gioia”, sostiene che in occidente “una teologia della parola di Dio ha praticamente ucciso la parola di Dio”. Cosa significa?

Significa che la parola di Dio nel senso autentico del termine non è una parola fatta di suoni e di lettere, come quelle che adesso sto scrivendo e che i lettori leggeranno. La parola di Dio è un evento, un’azione, una logica intrinseca all’essere e al divenire, e ha la sua manifestazione privilegiata nella vita concreta, non in un libro. Privilegiare un libro rispetto alla vita concreta significa “uccidere” la parola di Dio, per usare questa espressione un po’ retorica di Matthew Fox – dico retorica perché nessuno può uccidere la vera parola di Dio.


“Viviamo un tempo strano”, sostiene nella lettera che ha inviata ai librai per presentare loro Campo dei fiori, “un’epoca senza più una religione condivisa, ma con una grande domanda di spiritualità”. Quale parte della società le sembra esprima maggiormente questa istanza? E cosa significa, oggi, spiritualità?

Che vi sia una crescente domanda di spiritualità è una convinzione che mi sono fatto anzitutto sul campo, girando abbastanza a lungo per l’Italia fra conferenze, festival, dibattiti, incontri con gli studenti del liceo.
Poi, basta dare un’occhiata ai libri di saggistica più venduti per vedere come spesso vi siano molti saggi di tenore religioso, compresi quelli critici contro la religione e che tuttavia trattano di religione.
Ricordo che qualche decennio fa non era per nulla così. Trovare un libro di tematiche religiose nelle librerie generaliste era un’eccezione, oggi è la regola.

Un'immagine tratta dal sito di Mancuso.
Come mai questo avviene, e non solo in Italia ma in genere nel mondo dove il fattore religioso è diventato essenziale per capire il nostro pianeta dal punto di vista geopolitico? Molti rimanderebbero alla fine delle ideologie e al rinnovato bisogno di senso, e anche a me sembra sia la risposta meno imprecisa. Fine delle ideologie politiche e delle ideologie culturali, come per esempio di una certa pretesa della psicanalisi.
Il punto è piuttosto un altro, e cioè che questa domanda rinnovata di spiritualità non trova una risposta adeguata in occidente nell’offerta della religione tradizionale. Occorre infatti distinguere attentamente tra spiritualità e religione. Non tutti coloro che intraprendono una ricerca spirituale sono disposti ad accettare di viverla come religione, e purtroppo non tutti coloro che vivono una religione praticano una vera ricerca spirituale, talora è solo abitudine, ideologia, convenienza e anche superstizione.


I primi tre titoli. Oltre al già citato Fox, troviamo “Montaigne. L’arte di vivere”, di Sarah Bakewell, e “Senza Buddha non potrei essere cristiano”, di Paul F. Knitter. Questo secondo titolo, in particolare, racconta di una “migrazione” fra diversi credo; ma è una migrazione compiuta da una persona dotata di potenti strumenti culturali. È un viaggio alla portata di molti, nella sua opinione?

Non credo che sia alla portata di molti, ma questa è la regola per tutte le serie proposte spirituali. Per viverle occorre lavorare seriamente, sia dal punto di vista culturale sia soprattutto dal punto di vista esistenziale. Knitter ha scritto un grande libro, serio, argomentato, documentato, autentico, chiaro. Chiunque l’accosterà farà sì un po’ di fatica, ma alla fine sarà ricompensato. E’ la legge di tutte le imprese serie.


Su Montaigne, invece, si è scritto molto. Nietzsche disse “che un simile uomo abbia scritto, accresce il nostro piacere di vivere su questa terra”. Oggi Sarah Bakewell ci propone una lettura di Montaigne sotto la luce di una delle sue virtù più note, la capacità di vivere senza infingimenti, non pretendendosi diversi da quel che si è. Non appaia una domanda scioccamente provocatoria: è una lezione che saranno in molti a voler ascoltare?

In genere non mi preoccupo dei “molti”, anzi direi che la peculiarità del discorso spirituale è di non pensare ai molti, alla massa, ma ai pochi, ancor meglio al singolo. Se ci si rivolge al singolo, e lo si fa con semplicità, senza retoriche e fumi accademici, ponendo i temi autentici e vitali, non è detto poi che non siano in molti i singoli a rispondere. Montaigne è uno degli autori che oggi risulta particolarmente adatto alla sensibilità contemporanea, soprattutto per coloro che vogliono intraprendere una seria ricerca spirituale senza tradurla immediatamente in una pratica religiosa.


L’anno scorso la sua uscita dal gruppo editoriale del quale è stato a lungo consulente e autore ha suscitato una polemica di grande risonanza. Ci si potrebbe porre però la questione anche in questi termini, forse: un autore non allineato con l’editore che lo pubblica, e anzi in disaccordo con la condotta di questi, manda un segnale più forte dissociandosi e cambiando editore, oppure deplorando, per così dire, dall’interno, quella stessa condotta attraverso la sua opera?

Tra le due alternative, non ho dubbi nel preferire la prima, soprattutto alla luce dell’attualità italiana. I motivi sono più di uno, ma quello a mio avviso decisivo riguarda il fatto che ogni libro ha necessariamente anche un risvolto economico, essendo finalizzato alla generazione di profitto. Penso sia compito degli autori, soprattutto di coloro che sono impegnati dal punto di vista etico e civile, chiedersi quale politica (non solo editoriale) contribuiscono ad aiutare con il loro lavoro.



L'autore


03 marzo 2011 Di Matteo Baldi


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