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HOME | domenica 12 febbraio 2012 |
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Una voce autorevole dal Parlamento
Intervista a Gianni Pagliarini Presidente della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati
Nato a Milano nel 1961. Fino al febbraio 2006 è stato dirigente della FP CGIL, sindacato del Pubblico Impiego, ricoprendo il ruolo di Segretario nazionale dal 2000, con responsabilità del comparto Regioni-Autonomie Locali.
Nel 1993 è stato eletto Segretario della FP CGIL Ticino-Olona, incarico che ha svolto fino al 1995, quando è stato chiamato a ricoprire il ruolo di Segretario Confederale della stessa zona.
Nel 1997 si è trasferito a Roma nella struttura nazionale del sindacato e dopo tre anni è stato eletto nella Segreteria Nazionale.
Ha avuto un ruolo di rilievo nei principali processi di riforma del Pubblico Impiego e nell'attività di contrattazione partecipando attivamente alla stesura, dal 1997 al 2006, dei Contratti Nazionali degli Enti Locali, una realtà che conta seicentomila lavoratrici e lavoratori delle nostre Regioni, Province e Comuni.
Si è inoltre dedicato al cammino della legge sulla rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro fino all'elezione delle Rappresentanze Sindacali Unitarie.
Gianni Pagliarini, deputato Pdci, è Presidente della Commissione Lavoro della Camera. Gli abbiamo chiesto un parere su alcuni temi “caldi” in discussione nel nostro Paese, che transitano proprio dall’organo parlamentare da lui presieduto.
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Su quali priorità conta di lavorare la Commissione Lavoro della Camera?
Come Commissione Lavoro della Camera abbiamo lavorato in questi primi mesi innanzitutto per rimettere al centro della discussione del Paese il lavoro e il suo valore sociale. L’abbiamo fatto pensando alla commissione non come ad una istituzione lontana dalla gente ma come postazione istituzionale che si deve confrontare quotidianamente con i problemi delle persone e quindi con i problemi dei lavoratori.
Le priorità sono tante, ma ne cito due: precarietà e sicurezza sul lavoro. Riguardo al primo aspetto, ci siamo assunti un impegno contro quella precarietà che affligge milioni di cittadine e cittadini. Vorrei ricordare che la Commissione che presiedo ha varato un’indagine conoscitiva sul precariato in Italia, che si svolge attraverso audizioni e sopralluoghi. L’obiettivo è fornire al Parlamento uno strumento di lavoro per poter meglio affrontare e combattere il fenomeno. Inoltre guardiamo con attenzione al tavolo tra governo e parti sociali su pensioni e mercato del lavoro. Non dimentichiamoci che da questo confronto può derivare il futuro dei nostri figli, sotto il profilo di una rinnovata stabilità o della costruzione dell’avvenire previdenziale.
E riguardo alla sicurezza?
In questi giorni il tema delle morti bianche è tornato sulle prime pagine dei giornali. La situazione è grave, nel 2006 sono decedute sul lavoro 1.280 persone ma non possiamo sottacere quanto di buono ha fatto il governo, perché costituisce la premessa di un possibile cambiamento. Proprio la settimana scorsa il Consiglio dei ministri ha varato il nuovo Testo Unico per la salute e la sicurezza, che contiene quattro capisaldi: l’inasprimento sanzionatorio, la maggiore responsabilità delle imprese committenti anche rispetto alla catena di appalti, il pieno coinvolgimento del mondo dell’istruzione per costruire e veicolare competenze in materia di sicurezza e, infine, la diffusione di “buone prassi” basate sulle esperienze di prevenzione quotidiana. Ma è chiaro che non possiamo aspettare che il paziente muoia fintanto che il medico studia: ecco perché nell’immediato occorre investire risorse nell’assunzione di nuovi ispettori del lavoro, costruendo nel contempo una sinergia tra Asl, enti locali (attraverso le polizie municipali) e ispettori stessi. L’obiettivo è mettere in piedi quanto prima una rete che sia messa in condizione di agire sul territorio, per fermare la strage.
Torniamo al confronto tra governo e parti sociali: il tema delle pensioni è particolarmente sentito.
Dall’agosto scorso assistiamo a curiosi siparietti messi in scena da chi invoca “riforme” al buio, prescindendo dall’oggetto del contendere. La strada è accidentata, e forse andrebbe percorsa con maggiore cautela a partire da un presupposto: coloro che hanno sostenuto l’attuale maggioranza alla vigilia elettorale sono forti di un unico collante che si chiama programma, nel quale si afferma che “l’innalzamento rigido dell’età di pensione, che il governo Berlusconi ha applicato anche al regime contributivo, produce effetti pressoché nulli sulla sostenibilità finanziaria di lungo periodo”. Dunque il riassesto del sistema (o la “riforma” che dir si voglia) non può avere come presupposto il requisito dell’innalzamento dell’età, tanto più che il passo successivo e recente – il punto 8 del dodecalogo prodiano – rammenta semplicemente la necessità di impostare “un riordino del sistema privilegiando pensioni basse e giovani”.
È chiaro che la “riforma” non può prescindere dalle condizioni materiali dei cittadini. E qui entra in gioco il nodo-precariato.
Infatti pensioni e lavoro sono legate inscindibilmente e il tavolo non può non tenerne conto. Con una postilla: la tutela previdenziale di domani sarà tanto più a rischio quanto meno sarà garantito un impiego stabile ai quattro milioni e mezzo di precari che popolano il Paese. Sia nel pubblico sia nel privato, tra figure “tipiche” e “atipiche”, si annidano ricatti e paura del futuro. Nella pubblica amministrazione l’incertezza riguarda circa 300 mila donne e uomini, nella scuola si sfiora quota 190 mila, il resto è costituito dalla parcellizzazione che ha investito negli ultimi decenni il privato: basti pensare ai call center.
Il punto di partenza è quanto di buono è stato realizzato in Finanziaria.
Come è noto, grazie alla battaglia dei Comunisti Italiani si è riusciti ad ottenere la progressiva stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione. Ma dalle parole occorre passare ai fatti. E dal tavolo di confronto dovrà emergere la direzione di marcia scelta dal governo. Noi chiediamo con forza che sia imboccata la strada che porta all’equità.
Sta per entrare nel vivo il confronto sul mercato del lavoro. Si parte dalla legge 30 voluta da Berlusconi. Come agirà il centrosinistra?
Penso si debba riscrivere complessivamente la legislazione sul lavoro. Indico quattro priorità: nel nostro Paese va ridefinito il concetto di lavoro economicamente dipendente, chiarendolo in via definitiva ed eliminando quelle storture che, per esempio, consentono a pezzi consistenti di lavoro subordinato di essere mascherati da lavoro autonomo; dobbiamo intervenire sui rapporti a tempo determinato, che oggi vengono utilizzati rinnovandoli all’infinito lasciando le persone nella morsa perenne della precarietà, indicando un limite temporale dei rinnovi, riscrivendo in modo preciso le causali, creando un rapporto percentuale tra tempo determinato e tempo indeterminato: va, insomma, irrigidita l’intera materia; occorre rivedere tutta la normativa che riguarda il lavoro internale e inserire regole precise per quanto concerne la cessione del ramo d’azienda: la precarietà in Italia ha mille sfaccettature, è multiforme; infine, bisogna intervenire sul sistema degli appalti, oggi sempre più al massimo ribasso con il risultato di produrre precarietà e lavoro nero. Tutte queste misure sono indicate nella proposta di legge sottoscritta da oltre cento parlamentari, tra i quali tutti quelli di Pdci, Prc e Verdi accanto a molti esponenti Ds. Essendo il sottoscritto il primo firmatario di quella proposta, auspico si possano coinvolgere in un confronto franco e aperto tutte le forze politiche, a partire da quelle di centrosinistra.
| 17 aprile 2007 | | Di Grazia Casagrande |
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