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INTERVISTA

Un regista dalla grande fama internazionale, un film non ancora uscito in Italia, una storia personale e artistica di grandi passioni

Costa-Gavras con la moglie Michelle

Costa-Gavras: il cinema e le sue metafore



Senza la presunzione di cambiare il mondo, da quasi quarant'anni Costa -Gavras prova però a migliorarlo, impedendo agli spettatori di dimenticare gli orrori della Storia.

Konstantinos Costa-Gavras nasce a Loutra-Iraias (Grecia) il 12 febbraio 1933. Inizia a girare film polizieschi, ma ben presto si dedica a opere di maggior impegno politico e sociale, pur tenendo fede al film dall’intrigo giallo.

Con lui collabora per anni lo sceneggiatore Jorge Semprun che sarà al suo fianco nel film che rese famoso in tutto il mondo il regista greco, ormai però residente in Francia, Z l’orgia del potere (1968) sulla dittatura militare in Grecia vista nella sua genesi con l’assassinio di un politico democratico (Yves Montand). Il film vinse l’Oscar.
La confessione (1970) è invece una durissima denuncia dei processi stalinisti in Cecoslovacchia. Nel 1975 gira L’affare della Sezione Speciale, sui sistemi giudiziari della Francia collaborazionista del periodo di Vichy.
Ma è la Cia a essere messa sul banco degli imputati in L’Amerikano (1973) e un suo agente (Yves Montand) implicato nella repressione della guerriglia in America Latina. Proprio in quegli anni il regista si trasferisce negli Stati Uniti.

Un altro film rimasto nella mente di milioni di spettatori di tutto il mondo è Missing del 1981: Palma d’Oro a Cannes, parla del golpe cileno di Pinochet, delle carcerazioni e delle esecuzioni sommarie immediatamente successive al golpe del 1973.
Tra i film da segnalare: Betrayed-tradita del 1988, dura denuncia della violenza del razzismo nell'America rurale. Costa Gavras vince l’Orso d’Oro a Berlino nel 1989 con Music Box in cui si parla della tragica scoperta di una giovane avvocatessa delle connivenze del padre con il nazismo.
È l’uso spietato della cronaca, anche la più tragica, da parte dei media al centro di Mad City. Assalto alla notizia, un film del 1998.
Una recente opera, Amen (2002), ha suscitato grandi polemiche all’interno degli ambienti religiosi: vi si raccontano le responsabilità e i silenzi del papa Pio XII e degli alti vertici della Chiesa davanti alle persecuzioni naziste e all’Olocausto.
Nel 2005 esce Il cacciatore di teste in cui la denuncia più che politica è sociale: quando si viene estromessi dal lavoro ci si scontra con una realtà dolorosa e nemica.


L’ultimo film, Mon colonel, di cui è stato sceneggiaore e produttore, uscito in Francia il 15 novembre scorso, presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, non è ancora apparso nelle sale italiane.

Ecco, in questa intervista, alcune riflessioni di Costa-Gavras sul film e, in generale sul senso e le possibilità del cinema.


Parlando del suo ultimo film, Mon Colonel, ha rivolto un omaggio a Gillo Pontecorvo e alla sua Battaglia di Algeri.

La battaglia di Algeri è stata di sicuro un punto di riferimento fondamentale e non solo per me ma per tutta la cinematografia successiva. Voglio anche sottolineare che il film, quando è uscito, era stato vietato in Francia, io l'ho visto a New York. Rappresenta l'autentico seguito del neorealismo, ed è la madre di tutto il cinema successivo dalla Nouvelle Vague a Cassavetes.


Ma perché riproporre, a distanza di tanti anni quel particolare momento della storia, cioè la guerra d'Algeria?

Bisogna ricordare la storia perché non si ripeta. Mon colonel è un film su cui ho lavorato sette anni. Ho anche analizzato tutti gli episodi di tortura che si sono ripetuti giù giù fino all'odierna guerra in Iraq. Ho voluto parlare in generale di tutte le guerre di liberazione, non solo di quella svoltasi in Algeria. Non dimentichiamo anche quello che sta succedendo in Cecenia e di cui nessuno parla.


E come è stato accolto laddove il tema della guerra e delle sue brutture, è particolarmente presente?


La discussione negli Usa si è aperta in questi ultimi tempi proprio sulla "legittimità" dell'uso della tortura in determinate situazioni storiche. Bush ha parlato di metodi alternativi degli interrogatori: anche nel mio film c'è questa stessa affermazione da parte delle alte gerarchie militari francesi. Come si può vedere i tempi e le situazioni cambiano, ma i temi restano sempre gli stessi.


Quindi, indirettamente, lei sta parlando delle guerre attuali e degli americani?

Al Festival di Toronto mi è stato chiesto se avevo scritto questo film per parlare degli americani: no, voglio parlare di tutti coloro che mettono in dubbio certi principi fondamentali.
La storia che ho raccontato non ha una volontà educativa perché secondo me  lo scopo del cinema non è didattico, deve essere spettacolo, non una lezione: la gente va al cinema per avere emozioni.


Molti suoi film sono però molto impegnati da un punto di vista sociale e politico.
 


Il cinema deve saper parlare per metafore, non correre dietro alla cronaca, ma (la mia forse è ingenuità) se il cinema rende evidenti certi errori forse si può imparare qualcosa. Bisogna però ricordarsi sempre che il cinema non può cambiare il mondo e soprattutto che non lo si può mai usare per fare propaganda (abbiamo memoria piuttosto triste di tempi in cui lo si usava per questo). I cineasti che rispettino il loro ruolo non devono usare strumentalmente il loro potere. Noi, ad esempio, abbiamo concepito questo film quando Bush non aveva ancora dichiarato guerra all'Iraq.



Ci sono stati altri film sulla guerra d’Algeria: che cosa non era stato ancora detto?


Ci sono stati tanti film sulla guerra d'Algeria, ma alcune cose non sono mai state approfondite eppure il problema brucia ancora in Francia. Si pensi che solo nel 2004 è stato possibile vedere in televisione La Battaglia di Algeri di Pontecorvo e nei cinema non molto prima e sempre senza mai essere segnalato dalla stampa, quasi clandestinamente.


In sintesi, qual è la sua "metafora" in questo film? 


Il mio è un film che vuole parlare di qualsiasi tipo di colonialismo e che condanna la recente revisione del colonialismo stesso. Oggi si tende a parlare delle buone cose che il colonialismo ha fatto: è una nuova tendenza che in Francia sta diventando sempre più forte. Ricordiamo che era la più grande potenza colonialista e che milioni di persone hanno avuto un vero choc quando tutto è finito. Ci sono dei francesi che pensano che l'Algeria sia francese e hanno in casa ancora la carta geografica in cui Algeria e Francia erano indicate con lo stesso colore, come fossero un’unica nazione. È un’immagine che tanti hanno dentro di sé fin da quando erano bambini e studiavano geografia alle scuole elementari. Ma non si sentivano assolutamente occupanti...


E oggi, qual è il giudizio sul passato?


Per prendere voti da un certo elettorato è stata proposta anche la legge sulle "buone cose del colonialismo". Il film è anche una metafora sul popolo francese che lentamente ha preso coscienza della differenza tra sé e l’Algeria.


Ha avuto problemi a realizzare il film?


Ci sono voluti 7 anni perché non è stato facile trovare i finanziamenti. E poi qualche anno fa in Algeria non si poteva girare perché c'era il pericolo del terrorismo e noi abbiamo voluto assolutamente girare il film in Algeria. Non avevamo previsto la guerra in Iraq, ma la condanna del terrorismo è emersa in tutto il mondo. Nel periodo in questione coloro che combattevano per la liberazione dell’Algeria erano considerati terroristi, mentre logicamente oggi non lo sono più.


La tortura è un orrore perpetrato ancora oggi anche da Paesi ricchi e "occidentali".

La pratica della tortura dall’epoca della guerra d’Algeria a oggi, all’interno dell’ordine repubblicano, rappresenta qualcosa di ancora più grave perché nasce in un humus culturalmente evoluto.





11 gennaio 2007 Di Grazia Casagrande


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