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INTERVISTA

Ecco la più bella del reame.

Intervista a Monica Bellucci



Monica Bellucci nasce a Città di Castello il 30 settembre del 1968. Dopo il liceo si iscrive a giurisprudenza all’Università di Perugia e per pagarsi gli studi fa la modella. Il suo rapido successo fa sì che interrompa l’università per dedicarsi completamente alla passerella. Sfila a Milano, New York e Parigi dove diventa subito molto famosa.
Decide poi di passare al cinema e il primo film significativo è La riffa  (1991) di Laudario. La sua bellezza incanta anche gli Stati Uniti ed è così che Francis Ford Coppola le propone una parte in Dracula. Ma è la Francia che le offre le migliori opportunità. Solo Tornatore in Italia con Malèna sa utilizzare la sua bellezza in modo meno scontato, offrendole il ruolo di una donna che provoca i sogni di un adolescente siciliano. Nel 2002 fa scalpore a Cannes con una lunga e drammatica scena di stupro in cui recita accanto al marito, l’attore Vincent Cassel in Irreversible di Gaspar Noe. 
Ecco poi la Bellucci nel 2004 nel ruolo di una bellissima e dolente Maddalena nel controverso film di Mel Gibson La passione di Cristo.
I suoi due più recenti film sono stati presentati alla Festa del Cinema di Roma, dove l’abbiamo incontrata: N. Io e Napoleone, di Paolo Virzì, a fianco di Daniel Auteuil e Le concile de Pierre di Guillaume Nicloux, a fianco di Catherine Deneuve.


Lei forse rappresenta una delle ultime vere dive del cinema italiano. È d’accordo con noi?


Il divismo è morto e nessuna delle attrici di oggi può definirsi veramente “una diva”, perché la vita di un’attrice non è più così staccata dalla quotidianità, lontana dal mondo degli spettatori: dai giornali finiamo col sapere tutto della vita privata, delle passioni e delle debolezze di un’attrice.
E poi bisogna stare molto attenti a non essere solo immagine, a non vedere più la differenza tra la persona e l’immagine che ne viene trasmessa, perché quando l’immagine è distrutta, la persona non esiste più. E noi attori siamo le prime vittime di questa mentalità.


I suoi ultimi film le chiedono di interpretare ruoli molto diversi tra loro. E anche la sua bellezza viene talvolta un po’ mortificata.

Non sono alla ricerca di un personaggio fisso o di una parte precisa, anzi mi piace quando i registi pensano a me per ruoli diversi. Sono stata soddisfatta quando Tornatore ha voluto esaltare la mia femminilità, come ha fatto in Malèna, ma lo sono stata altrettanto quando un altro regista mi ha offerto un ruolo totalmente opposto come in Le concile de Pierre. La ricerca esasperata del ruolo imposto è una cosa che non mi so spiegare, è chiaro però che mi ritengo profondamente fortunata perché posso saltare da un’immagine di me ad un’altra. Non c’è una strategia di carriera perché penso che non si possa veramente prevedere quello che succederà anche se si scelgono le parti in modo strategico.


Come compie allora le sue scelte?

Se trovo un ruolo che mi piace, mi butto: è chiaro che si deve anche rischiare e ci si può anche mettere in situazioni che possono essere pericolose, però se dovessi fare sempre lo stesso film non mi divertirei più.

Nel film di Nicloux, Le concile de Pierre, il suo personaggio è molto impegnativo e fuori dai soliti schemi.


Devo dire che quando mi è stato proposto questo film ho avuto molta paura perché è sempre difficile adattare un libro di genere al cinema, però ho detto di sì perché Guillaume ha un modo molto particolare di rappresentare le pagine scritte. Ha un griffe -come dicono i francesi- un universo suo personale che rende elegante il film e arricchisce il genere proprio grazie allo stile. Mi ha spiegato subito che cosa aveva in mente di fare e come voleva trasformare il personaggio. Penso che si avverta che c’è una ricerca a livello di scenografia, di costumi, niente è lasciato al caso.

Non le sembra che sia un po’ sacrificata la sua femminilità?


Questo personaggio rimane femminile, anche se non c’è niente di provocante nella personalità di questa donna, anzi, la sua è una femminilità trattenuta. E poi il regista ha voluto togliere tutto quello che c’era di mediterraneo in me, mi voleva più francese: quindi capelli corti, castana (un colore non colore), lo sguardo un po’ infantile, un po’ perduto, molto più dimesso, una donna che non si ricorda quasi neanche del suo corpo. Ero felice di dar vita a questa trasformazione insieme a lui. Entrare nel personaggio è stato un lavoro duro, ma divertente perché comunque è  bello per un’attrice poter far nascere vari tipi umani, però certo, emotivamente, sono stata per mesi nella situazione di angoscia e di dolore in cui viveva quel personaggio. È stata una bella fatica!

Che cosa le è piaciuto di più in quella donna che lei ha reso viva e reale? 

La protagonista è una donna normale - come me, come voi - e si ritrova in una situazione che esaspera la sua forza. È il coraggio dell’amore che la rende pronta a morire per suo figlio. E questo penso sia il tema più interessante, forse più della sua abilità nelle arti marziali. Il fatto poi che faccia aikido è un valore aggiunto alla sua sensibilità… 


Lei è mamma di una bambina: forse per questo ha sentito in modo particolare il personaggio?


La maternità mi ha molto cambiata e ora mi pesa moltissimo stare lontana da mia figlia, infatti cerco di portarla sempre con me. Il problema si porrà quando andrà a scuola e non potrà accompagnarmi, quando giro fuori dalla Francia. Quando conosci la maternità, entri in uno stato d’animo talmente particolare che non pensi ad altro, non hai neanche bisogno di recitare quando interpreti il ruolo di una madre.

Teme che il lavoro la costringa a trascurare sua figlia?

La mia bambina non è stata sul set con me perché era troppo piccola ed era la prima volta che mi staccavo da lei. A dire la verità stavo in una specie di stato d’animo febbrile – proprio come quello del personaggio (perciò era quasi come se non recitassi).
Il mio lavoro mi impegna molto, ma ho amiche che sono avvocati, medici, insomma professioniste che stanno con i figli forse meno di me...


Ha paura che, con il passare degli anni e con l’appannarsi della sua bellezza il successo possa venir meno?

Non penso. Prendiamo ad esempio come viene presentata Catherine Deneuve proprio nel film di cui stiamo parlando . Credo che il suo personaggio avesse bisogno di venire  fuori in questo modo piuttosto duro, con luci impietose. La scelta di regia e quella dell’attore che si lascia un po’ “distruggere” perché capisce che quel personaggio ha bisogno di quello e fa delle scelte che magari anni prima non avrebbe fatto, indica grande professionalità. La stessa cosa vale per me: l’attore deve usare il suo corpo come un oggetto di lavoro e deve servire a dare vita a un personaggio ogni volta diverso, da film a film. Non ci si deve spaventare dei cambiamenti perché quelli sono vitali per la riuscita di un attore.

Prendendo spunto da quest'ultimo film, che cosa pensa della parapsicologia?

Penso che forse ci sono delle persone che hanno una sensibilità maggiore, persone che possono vedere cose di cui tutti potremmo cogliere i segni, ma non sempre ne siamo in grado. Chi lo sa? Certi sono in grado di captare certi segni e altri no, alcuni sanno sfruttare maggiormente capacità del nostro cervello che non sappiamo ancora usare. Mi è capitata una cosa molto strana quando ero incinta ma non lo sapevo ancora, mi ha chiamato un’amica dall’estero e mi ha detto: “Monica, tu sei incinta. Lo sento” e poi ho scoperto che era proprio così….


Ha girato per un lungo periodo in Mongolia. Come si è trovata in una realtà così lontana e diversa dalla nostra?

La Mongolia è un Paese bellissimo, lascia senza parole; c’è un’atmosfera che sembra costruita apposta per un film, ci sono dei paesaggi incredibili. Le persone del posto sono state meravigliose con tutti noi sul set. Io avevo uno stato d’animo un po’ particolare e forse non ho potuto apprezzare tutto appieno perché mia figlia non era lì con me. Una cosa poi mi ha fatto riflettere: molte volte c’erano dei bambini con noi, bambini che vivevano in strada, che non avevano i genitori e ho pensato che ci sono molte persone che vorrebbero avere la possibilità di adottarli e che forse ci sono leggi troppo dure riguardo all’adozione. Certo però, vista la diffusione degli abusi sui bambini, bisogna stare molto attenti, ma quando penso ai bambini che sono in orfanotrofio mentre tante persone vorrebbero occuparsene, trovo che ci sia qualcosa di profondamente ingiusto.


04 dicembre 2006 Di Grazia Casagrande


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